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Archivio Settembre 2003

introduzione di mario desiati al libro di poesia CORPO POETICO IRRISOLTO di Rossano Astremo, in uscita ad Ottobre

di vertigine (09/09/2003 - 11:27)

Introduzione
C’è potenza nella poesia di Rossano Astremo. C’è un potente rifiuto dell’organico, ma proprio quello che sembra essere la palingenesi di questo corpo poetico irrisolto alla fine ne diviene il nucleo finale, generato e non generativo. La potenza che si sprigiona nelle pagine della raccolta di Astremo è disarticolante, anche disarmante, sembra comunicare uno spossessamento dell’io, una condizione di crisi del sistema di difesa. Ecco proprio quando la poesia si fa troppo carica e rischia di diventare un ordigno linguistico fine a se stesso (il proprio dolore), Astremo torna nei binari dell’incorporeità che funge da autentico ossimoro con il titolo di tutta la raccolta (Vivo la mia esistenza/ piangendo i miei ventiquattro anni/ che scoloriscono al vento sporco,/ al vento corrotto di brusii e turbe psichiche,/ al vento corrotto dell’iterazione/ che si tappa la bocca…). Il ritorno di certe occorrenze (delirio, vino, annullarsi) e il riutilizzo della forma maiuscola tipico di un determinato periodo delle avanguardie europee, rendono chiaro il tentativo di Astremo, la sua è una poesia dell’annullamento, una poesia che riduce tutto alla percezione, quasi simbolista, dove il segno, la parola vengono assorbiti in un contrasto di toni anche aspri (Mi hai infilato il tuo coltello nel cuore/ e mi hai impedito di amare./Ora rinchiuso nel mio cerchio di vomito,/ ora rinchiuso nei miei vicoli bui…). Solo fatta questa dovuta premessa su quello che sembra essere una scelta stilistica già consolidata si può capire l’utilizzo di un altro modulo retorico ricorrente in tanta poesia surrealista: l’anafora. Astremo utilizza questa figura retorica senza parsimonia, proprio perché l’anafora è l’unica forma di espressione verbale che fa del suo ripetersi centrifugo la sua vera forza. Tutto sta nel suono e nel timbro che si dà alla scelta anaforica e anche su questo il meccanismo sembra rodato …. con la schiena che si curva e lacrima, con la schiena che non osa più rimbalzare, con la schiena che non vuole più osare, con la schiena che abbraccia la fine, …. Oppure nell’algebra di tinte fonde, nell’algebra di segni e simboli mistici, nell’algebra che fotte, … Sono anafore originali e di un certo pregio, si capisce che Astremo ha un uso spregiudicato della scelta lessicale, svolge un’attenta campionatura dei verbi che danno il senso al vortice autodistruttivo dell’occhio poetico (per esempio il verbo sognare torna spesso in forma di valvola tonale, serve per i cambi di ritmo). Infatti, proprio questo occhio è l’idea principale sulla quale si modella il più rilevante spunto della poetica di Astremo. Sono anche gli elementi che denotano quello che oggi si definisce il corpus mistico della cultura pop (televisione, fumetti, canzoni e nel caso Astremo anche le frattaglie del marketing editoriale), inserito in un contesto lirico e sospeso senza però traccia di recupero di un’autenticità perduta, quasi di matrice neorealistica, premoderna. Ecco allora un tratto incendiario, penetrante: … Raccolgo cubetti di ghiaccio rosa leccati da eccitati pederasta sbronzi, raccolgo l’ultimo romanzo di Isabella Santacroce che vomita il suo essere lesbica su pagine bianche della Mondadori, raccolgo cicche di sigarette … E’ chiaro che Mondadori e Isabella Santacroce rappresentino la nuova visione del mondo pop, proprio quello che un tempo era rappresentato dal compianto assemblaggio della retorica dell’oggetto, adesso mutata in retorica del nome-oggetto. Ovviamente Astremo è ancora una poeta progressivo, che si sta avvalorando di un accumulo (a cui conseguirà anche un sedimentare delle esperienze poetiche che lo stesso Astremo sta facendo) di materiali che ricadono pesantemente e con energia. Si pensi a questo incipit rabbioso … Sogno lo svanire del cielo e del sale, del ventre marino e di pettirossi e metadoni vaganti, di vagabondi del viaggiare e di chiese succose migliori, di porte, onde e scoscesi frantumi di rumori. Sogno lo svanire di stelle e acque salate, sogno le enormi onde sudate e gli amplessi del largo e dolce mattino messicano, sogno le chiese, i mercati estivi, sogno le notti insonni di birra e i Velvet Underground… … Il cuore di una lirica così martellante non può che essere la ricerca di un risultato recidente, decisivo, quasi finale. Dentro il recinto del proprio stato incosciente Astremo svolge un sommesso lavorio di cesello, un lavoro di labor limae ancora incompleto che progressivamente eliminerà alcune minuscole incongruenze (ma sempre per troppa forza, per troppa potenza, per l’attenzione vivida e coerente dell’autore e quindi una qualità) di una raccolta che lascia intravedere i segnali di una voce dotata di grande energia. Mario Desiati

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