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ancora su antonio moresco

di vertigine (28/11/2003 - 16:51)

Antonio Moresco, Canti del Caos (seconda parte), Rizzoli, 2003 Dopo la lettura degli Esordi e della prima parte di Canti del Caos, non ci stupisce più la ferocia narrativa di Antonio Moresco. La seconda parte di Canti del Caos prosegue quella lotta carnale dell’autore con la tradizione narrativa del Novecento. Differenziandosi dalle logiche postmoderne, Moresco non attua un’azione di montaggio e contaminazione tra generi eterogenei, ma una sorta di brillante rivoluzione copernicana in letteratura, volta all’oblio della struttura portante di un testo e all’abbattimento della figura – personaggio: ciò che emerge dalla sintassi di Moresco è una insieme magmatico di voci e vicende ridotte a brandelli, di corpi contorti, corrotti, sottomessi alle logiche svettanti della pornografia, con un’attenzione per il dettaglio fisico zoomato, con cazzi, fiche e culi che diventano metonimia di ciò che resta dei personaggi che tra le righe sembrano galleggiare, fluttuare, a tratti annaspare. Ecco un assaggio del testo, tratto dal Canto dei neonati strappati dal vento: <>. Ciò che rimane intatto, nello spazio di realtà che Moresco ci scaglia contro, è la voce cantata dei personaggi che si innalzano dal delirio della quotidianità. I neonati strappati dal vento sono una piccola particella del macrocorpo moreschiano, comprendente il Gatto, il Matto, la Meringa, la Musa, personaggi già presenti nella prima parte, a cui si aggiungono un softwarista, un account, traslocatori, stupratori, sbandieratori, una donna gravida, un uomo che incendia le spore, una ragazza dalle stampelle profumate, una donna dalla testa espansa, cazzi, matrici, uno stilista di nome Lupus, una ragazza con l’acne e una non c’è assorbente che tenga, corpi che si arrovesciano nella corsa, indossatrici dal naso pieno di merda, ragazze scartavetrate che esplodono come soli, in questo mondo possibile da brividi, in questa finzione che spinge al vomito, al contorcerci delle budella delicate. Prendete, per esempio, questo breve esempio, inizio del Canto dei cazzi:<< Stiamo convergendo anche noi da tutte le parti verso quel punto, sui nostri lunghi arti che si stagliano nella notte, i nostri cazzi fosforescenti, giganti. Spinti fuori dall’osso pubico puntato in avanti per questa corsa arcuata, crescente, come quelle schiere di insetti che vengono avanti in formazione coi loro pungiglioni innestati nel brulicare dell’aria messa in fermentazione da una miriade di ali trasparenti, innervate>>. Tra questi canti, che sostengono ritmicamente la narrazione, esiste un filo conduttore rappresentato da una campagna pubblicitaria mai osata prima, che porterà alla vendita del pianeta Terra. Canti del Caos è la moderna discesa negli inferi, dove vengono cinicamente ed esasperatamente esplorate le dimensioni più vorticose dell’economia, della pubblicità, della moda, della televisione e della virtualità dirompente, con un’azione corrosiva che distrugge ogni etica ben confezionata, modellata e impasticciata a dovere. Ecco una delle ultime pagine del testo: <>. Quello di Moresco rappresenta un viaggio ultimo, con il mondo preso per la gola, strangolato, sfibrato, un viaggio che sfida le trame del romanzo creando una struttura stilistico – formale e contenutistica senza precedenti. Moresco, con Canti del Caos, distrugge le definizioni ben iniettate di generi, storie, personaggi, proiettandoci con violenza in un punto, forse, per la letteratura, di non ritorno.

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b.b.

di vertigine (28/11/2003 - 16:37)

LETTURA La Macchina Morbida di William Burroughs di Rossano Astremo Degno di interesse è il lavoro che la casa editrice Adelphi sta portando avanti attorno l’enigmatico e atipico scrittore americano William Burroughs. Dopo la ripubblicazione di Pasto Nudo, con la buona traduzione di Franca Cavagnoli, assistiamo alla ristampa della Macchina Morbida (Adelphi, pp. 221, euro 15,00, traduzione di Katia Bagnoli), seconda tappa della tetralogia burroughsiana che comprende,inoltre, Il biglietto che è esploso e Nova Express. Tutti i testi di Burroughs uscirono in Italia, a partire dagli anni Sessanta, grazie all’interessamento di una delle case editrici che più ha osato nella storia dell’editoria italiana, la SugarCo. Dopo il fallimento di questa casa editrice, quindi, l’Adelphi ha l’indubbio merito di riportare alla luce gli scritti di Burroughs, altrimenti introvabili. Parlare dei contenuti della Macchina Morbida è assai arduo, ma non impossibile(diciamo che parla di droga, sesso anale, scambio di corpi, di strade che si perdono all’orizzonte). In questo testo la suddivisione in capitoli ha una minima funzione tipografica, quasi volta a scandire il magma della materia disordinata che dentro vi aleggia, senza che serva a ricostruire i momenti di una visione onirica scandagliata in tutte le sue pieghe. La pagina tende sempre più a sopravanzare il tutto, ad affermarsi isolata rispetto al contesto, a scindersi in atomi, pulviscoli e immagini. La pagina serve solo a produrre quella confusione di sensi, di valori metaforici e semantici, a dare vita ad una neutralità irrazionale della ricerca che possa valere come contraltare emotivo alla soffocante razionalità dei codici linguistici e morali della civiltà tecnologica. In questo testo la realtà appare senza corpo, la realtà diviene irrilevante anonimato. Tuttavia questa irrazionalità senza senso, circolarmente chiusa su di sé, caratterizzata da un delirio di iterazioni, rimandi, brutalmente automatica, rivela sempre un’angoscia dominante. Il senso del reale è caratterizzato da una immensa paura, da un terrore biologico e primitivo, minacciato dalla sua stessa forza, dalla violenza con cui si scatena sulla pagina, dall’afasia a cui pare condannato a causa del suo manifestarsi tramite convulsioni e balbettii linguistici ed espressivi. Burroughs cerca di rendere, quindi, l’immagine di una cospirazione ai danni dell’intera umanità, di un intrigo da giallo, di un mondo in cui vi è una guerra sistematica tra le forze della distruzione e polizia della ragione. Burroughs è autore profetico, già negli anni Cinquanta e Sessanta si opponeva al peso lancinante del potere tecnologico che avrebbe risucchiato le menti migliori, scagliando letali virus nella loro stessa parola. A tutto questo Burroughs si oppone generando una letteratura incomprensibile, fortemente illeggibile, una letteratura che si avvicina al silenzio, unica maniera per continuare a pensare con la propria testa e per non farsi infettare dal ‘Sistema’.

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commento di cipux

di vertigine (28/11/2003 - 12:48)

sul corpo poetico irrisolto > le ho lette le tue poesie, ne ho lette alcune poi non ce l'ho fatta più ad andare avanti né volevo esaurirle tutte in un colpo solo, le tue cartucce... dense ed ermetiche, quanti segreti che nascondi dietro a parole cesellate, immagini preziose impreziosite! > non so quale comun senso lirico avresti voluto oltraggiare, il mio di certo non l'hai oltraggiato. perché io non ce l'ho, non sono abituata a leggere poesie, mi fanno sentire intrusa e inadeguata, come rovistare tra le lettere di una sorella maggiore che non ho, come ascoltare dietro il muro i genitori che discutono nella stanza accanto di "cose da grandi"... probabilmente non mi sono mai presa la briga di addentrarmi nell'universo altrui, no, non è vero, non lo so... comunque la poesia come la concepisco io è un territorio intimo e scosceso, e inconoscibile. quando è conoscibile non è più poesia, può essere prosa, il più delle volte merda. (quindi che senso ha fare poesia? ci penso poi) > ma torniamo a te. dicevamo, inconoscibile... e porti all'eccesso un virtuosismo linguistico che glorifica quasi sdegnosamente le tue emozioni e le mette al riparo, fossero quasi ologrammi, ombre virtuali di qualcosa che è stato e si è reincarnato e modificato nel verbo. anche a me piace quest'esercizio (di stile?) e mi chiedo se tu riesci poi a ritrovartici nelle cose che scrivi, se riesci a fare il percorso inverso e ritornare alla fonte del tuo delirio... bello, però. > e poi c'è che leggere le cose delle persone che (più o meno) conosco mi agita, mi emoziona e amplifica la sensazione di "spionaggio", mi dà un disagio quasi fisico, quasi vergogna. e mi turbano le tue perché corporee e direi violente, violente come fisiche e scomode, come un urlo nel cervello. bello, però, perché mentre leggevo urlava anche il mio cervello e ho visto un luogo e una situazione, una luce e un orario preciso, che magari non hanno niente a che fare con i momenti in cui tu hai messo nero su bianco le tue "liriche" (altrimenti sarei la streghetta che mi piacerebbe diventare ma...) ma è stata una "visione" reale e corporea, e visto che è nata dalle tue poesie te la regalo perché è tua... e allora ho visto una porta finestra chiara, e la vernice grattata via, e vicino alla finestra un letto basso, senza rete, disfatto. lenzuola usate e abusate e sotto le coperte qualcuno che dorme, come dormono i bambini, senza pensieri, senza sapere cosa siano i sensi di colpa. e qualcuno fuori dalle coperte, seduto e pensieroso (turbato?), e la luce del primo pomeriggio che filtra dagli scuri dopo una notte lunga e vigile e un sonno mattutino... > che brutte sensazioni... e il turbamento del fastidio di ritrovare cose mie, "sangui bollenti" che voglio/non voglio accantonare. > bello, però! continuo a leggere. e ti tengo informato.

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in attesa di uscita sul 'Nuovo Quotidiano di Puglia'

di vertigine (27/11/2003 - 12:28)

Città del Libro di Campi Salentina, un momento per riflettere di Rossano Astremo Ci sono stati momenti, nel corso della storia, in cui il libro ha vissuto periodi di difficile diffusione. La guerra al libro è stata condotta non solo dai tribunali di Inquisizione, ma ha segnato tutta la storia del Novecento, il secolo dei libri nascosti, perseguitati, sequestrati, andando dal periodo nazista sino alla guerra in Bosnia. Oggi, però, il libro non è da eliminare perché fonte pericolosa di saperi alternativi, ma, sempre più, ‘oggetto’ da possedere perché luogo generativo di sapere. Questa ondata positiva del fenomeno libro è da legarsi, in maniera non secondaria, alla sequela di manifestazioni volte alla diffusione dello stesso. Considerando il nostro Paese, basti pensare al Festival della Letteratura di Mantova, al Salone del Libro di Torino, come macrofenomeni che hanno fatto scuola, mentre, spostandoci alla nostra regione, sono da menzionare i Dialoghi di Trani, il Gran Bazar – banco dell’editoria salentina che si svolge a Lecce e, sicuramente, il più rinomato Città del Libro di Campi Salentina. La città di Campi ospiterà, dal 27 al 30 novembre, la nona edizione di questa rassegna nazionale degli editori, dal tema ‘Europa, popoli, culture: il futuro della memoria’, con una serie di eventi degni di nota che si susseguiranno tra i tre spazi allestiti, l’Aula Magna, il Teatro Tenda e la Saletta della Cultura. Da annoverare, tra le altre cose, il patrocinio del Senato della Repubblica, della Camera dei Deputati, del Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca, della Regione e della Provincia di Lecce, che sostanziano la visibilità e l’importanza dell’evento. Tra gli autori che presenteranno i propri libri ricordiamo giovedì 27 Sveva Casati Modignani (Sei aprile 1996) e Marco Santagata ( vincitore con il maestro dei Santi Pallidi del Premio Campiello 2003), venerdì 28 Diego Cugia (L’Incosciente), sabato 29 Giuseppe Montesano ( Di questa vita menzognera) e domenica 30 Alberto Bevilacqua ( Legame di sangue). Certamente questa è una restrizione dei molteplici eventi che si svolgeranno in questa quattro giorni, ricca come non mai di dibattiti, tavole rotonde, laboratori, anteprime, spettacoli e musica. Questo, quindi, il programma, ma una riflessione ci pare, in questa sede opportuna. È giusto sottolineare che in questa rassegna nazionale degli editori viene a mancare uno spazio, nel programma allestito, per quelle piccole case editrici che negli ultimi anni stanno dando linfa generante alla nostra letteratura e mi riferisco alla minimum fax, alla peQuod, a Meridiano Zero, a Fernandel. Così come da annotare è l’assenza, tra gli ospiti, dell’ultima generazione di autori che sta riempiendo di contenuti esplosivi il guazzabuglio infinito di pubblicazioni. Faccio un po’ di nomi, Niccolò Ammaniti, Tiziano Scarpa, Aldo Nove, per poi continuare con Antonio Moresco, Giuseppe Genna, il collettivo Wu Ming, Valerio Evangelisti, Mario Desiati, Marco Mancassola, Umberto Casadei, Giulio Mozzi, quasi tutti autori, tra le altre cose, con un libro di recente pubblicazione. E l’assenza della giovane generazione pugliese? Altrettanto inspiegabile, soprattutto se si considera il grande fermento che la nostra Regione sta avendo nel campo delle arti, tanto da far parlare quest’estate Goffredo Fofi sulle pagine di Panorama di Nouvelle Vague pugliese. Ciò che è necessario, quindi, sollevare è che la Città del Libro di Campi è una manifestazione dalle grandi attrattive e potenzialità che, però, in quest’edizione, sembra possedere una sorta di scollamento rispetto alla realtà più viva e produttiva della nostra editoria. Invitare, come in quest’edizione, il cabarettista di Zelig Flavio Oreglio e la ballerina di Maria De Filippi Jill Cooper non può certamente alimentare costruttivamente il dibattito che attorno al libro e a tutto ciò che esso implica si sta cercando di portare avanti in questo periodo.

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una cosa apparsa sul 'Nuovo Quotidiano di Puglia'

di vertigine (27/11/2003 - 09:24)

Il peso imponente degli ‘scrittori migranti’ di Rossano Astremo Che l’Italia sia un paese di immigrazione è un dato certo da almeno un paio di decenni. Questa trasformazione, che investe la struttura sociale della nostra nazione, necessariamente porta con sé una modifica genetica dell’intero patrimonio culturale e, conseguentemente, della realtà letteraria. Gli scrittori stranieri che scrivono nella lingua italiana hanno cominciato ad affermarsi a partire dall’inizio degli anni novanta, anche se, per il momento, viene a mancare l’equivalente italiano dello sguardo multiculturale di un Kureishi o di un Rushdie. I primi libri degni di interesse sono il romanzo di Pap Khouma (senegalese), Io venditore di elefanti (Garzanti), quello di Salah Metani (tunisino), Immigrato (Theoria), entrambi usciti nel 1990. Ciò che emerge da questi testi è la dimensione fortemente biografica che li sostiene, ossia la messa in evidenza della scrittura come necessaria sottolineatura della propria condizione di ‘emarginati’, in una società, la nostra, che difficilmente accetta il diverso da sé. Simile tematica affrontano Volevo diventare bianca di Nassera Chorha (e/o, 1993) e Lontano da Mogadiscio di Shirin Razanali Fazel (datanews, 1994). A più di dieci anni dall’uscita di questi testi, frutto anche dell’interessamento di piccole case editrici per questi autori che nulla hanno da invidiare, per quanto riguarda l’utilizzo dello strumento linguistico, ai nostri Baricco e Tabucchi, quello che sembra mancare è l’uscita del grande romanzo, in grado di farsi ricordare non solo per la provenienza dell’autore, ma per la presenza di un’avvincente trama. Negli ‘scrittori migranti’ dell’ultima generazione i segni di un possibile salto di qualità ci sono, basti pensare al palestinese Masri, al congolese Ganbo, all’iracheno Tawfik e a due autori dal grande spessore, Ron Kubati e Julio Monteiro Martins, usciti allo scoperto grazie all’interessamento di una casa editrice tra le più interessanti della nostra regione, la Besa di Nardò. La stessa casa editrice ha pubblicato nell’ultimo periodo due interessanti testi sulla letteratura migrante: Impronte. Scritture del mondo (Besa, 120 pagg, 10 euro), un’antologia di racconti e poesie di stranieri immigrati nella nostra terra. Ciò che è importante sottolineare è che i racconti vanno oltre la semplice testimonianza delle loro vite vissute da ‘sradicati’, ma si caratterizzano per una limpida padronanza del mezzo linguistico e da una maturità stilistica degna di nota. Nelle poesie, invece, emergono le tematiche della solitudine, della nostalgia per la patria lontana e del disorientamento nel vivere in una terra, molto spesso, incapace a tollerare il diverso da sé. L’altro testo affronta il tema quanto mai scottante della guerra: Pace in parole migranti (Besa, 112 pagg, 10 euro). Parole di pace da chi per la guerra è stato costretto a fuggire, migrante non per scelta ma per destino. Parole inusuali per guerre sempre uguali a se stesse: nella ex Yugoslavia, in Africa, in ogni luogo dopo l’11 settembre. Sono tanti i destini di esuli dalle guerre che si intrecciano in questa antologia di parole di pace che ci giungono da culture diverse, attraverso le opere vincitrici del premio letterario Eks&Tra. Il destino di Ivan, bambino in guerra nella ex Yugoslavia, che decide di smettere di lavarsi finché non tornerà il padre, costretto a partire militare. Il destino di Chaki, operaio in un’industria del nord-Italia, additato da tutti come “terrorista” per il solo fatto di essere musulmano e colpevole, comunque, a prescindere dalle sue colpe. Il destino di Nevrì Gogol, nome abissino del ghepardo simbolo della dignità africana ridotta in schiavitù, che dalla sua gabbia ammonisce: “Non sentirti mai umiliata, adesso che sai che la dignità la perde solo chi la toglie”. Sono testi che fanno riflettere, non solo per la profondità dei contenuti, ma anche perché ci pongono in tutta evidenza che il panorama della letteratura italiana, oggi come non mai, non può prescindere dal considerare la forza scardinatrice della scrittura migrante.

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verigine 02

di vertigine (25/11/2003 - 11:48)

comunicato stampa VERTIGINE 02 E' uscito il secondo numero del periodico di scrittura e critica letteraria Vertigine, a cura di Rossano Astremo. Questo numero è dedicato al tema scottante della sperimentazione, con la presenza di quattro autori che fanno della pratica sperimentale la loro cifra stilistica dominante. All'interno troviamo testi di Cataldo Dino Meo, con la silloge 'Scellerato', di Roberto Lucchi, con la silloge 'Salti di MArionetta Impacciata', del collettivo torinese Sparajurij, con 'Cosm/Agonia' e del poeta messinese Gianluca D'Andrea, con la silloge inedita 'En PLein Air'. A ciò si aggiungono la riflessione e i consigli di lettura del curatore Astremo e i disegni della pittrice di Ugento Annalisa Macagnino. Costo del periodico 1 euro. Distribuzione presso la Libreria Icaro, via Liborio Romano, 23 a Lecce. Per ogni altra informazione rossanoastremo@libero.it e vertigine.clarence.com

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intervista comparsa su www.cartaigienicaweb.it

di vertigine (25/11/2003 - 11:36)

Intervista a Rossano Astremo Allora, Rossano, prima di parlare del tuo libro, raccontaci qualcosa di te. I lettori di Cartaigienicaweb avranno voglia di conoscerti meglio... Cominciamo dicendo che sono nato nel maggio del 1979. Sono di Grottaglie, paese della provincia di Taranto, ma vivo da un po’ di anni a Lecce. Qui, a Lecce, ho conseguito la Laurea in Lettere Moderne, nel novembre del 2002, con una tesi, in Teoria della Letteratura, sulle tecniche narrative degli autori della Beat Generation. Ora sopravvivo con alcune collaborazioni con quotidiani (Nuovo Quottidiano di Puglia) e riviste (TabulaRasa, rivista di letteratura invisibile). E la tua passione per la poesia quando è nata? Difficile rispondere a questa domanda... Ciò che posso dire è che è nata una mia coscienza poetica, ossia la mia voglia di poter esprimere poeticamente la mia concezionesul mondo, alla fine del 2001, quando assieme a due miei amici, abbiamo dato vita a un foglio di poesia autoprodotto, Ariosto 219, nel quale ‘incollavamo’, quasi dadaisticamente, nostri piccoli frammenti poetici distribuendoli gratuitamente per la città. Quanto è durata questa esperienza per molti versi ‘underground’? Io ho collaborato con loro sino al maggio del 2003, poi non sentendomi più rappresentato da questa esperienza militante, che molto aveva perso dello spirito energico e creativo del primo periodo, ho dato vita ad un piccolo periodico di poesia e narrativa, ‘Vertigine’(vertigine.clarence.com), che, col passare del tempo, si sta trasformando in un contenitore per scrittori che, oggi, osano sperimentare in letteratura Quindi prima l’esperienza con Ariosto 219, ora con Vertigine, ma come sei arrivato alla pubblicazione di Corpo Poetico Irrisolto, con la casa editrice Besa? La pubblicazione di questo testo è nata per caso. Nel maggio di quest’anno ero impegnato in un reading dove lessi testi ora finiti nel libro e notai che nei miei dieci minuti di lettura la gente rimase immobile, in una sorta di estatico silenzio. Al termine della serata, due cari amici, Francesco Fiorentino, nella cui libreria feci la lettura, e l’operatore culturale Mauro Marino mi spinsero a credere in quelle poesie sparse contenute nella mia borsa. Nell’introduzione Mario Desiati parla della tua raccolta usando queste parole: ‘La potenza che si sprigiona nelle pagine di Astremo è disarticolante, anche disarmante, sembra comunicare uno spossessamento dell’io, una condizione di crisi del sistema di difesa’. Ti ritrovi in queste parole? La lettura di Desiati è un’ottima analisi sia dal punto di vista contenutistico che formale. Penso che Corpo Poetico Irrisolto sia una raccolta piena di energia verbale. La mia azione di scrittura è simile a quella dei pittori informali, la mia è una sorta di ‘action writnig’ terapeutica. Le due sezioni che costituiscono la silloge, ‘Nel delirio’ e ‘Con trasparenza’ sono frutto di due distinte jam session di scrittura. Corpo Poetico Irrisolto è nato in un periodo difficile della mia vita, il suo concepimento, la sua crescita e la sua nascita rappresentano per me un eccellente superamento di queelo che Desiati definisce ‘condizione di crisi del sistema di difesa’. Penso tu sia stato sufficientemente chiaro. Sarebbe bello che tu donassi ai lettori di Cartaigienicaweb dei versi del tuo Corpo Poetico Irrisolto, nella speranza, naturalmente di risentirci... Nella speranza che questa intervista possa spingere qualcuno a leggere il mio testo vi lascio con questi versi... Non chiedermi di spiegarti i brividi del corpo, in questo giorno di pioggia acida, con la strada che si frattura al mio passaggio, destinazione Sannicandro, con poche riviste da vendere, con voglia suprema di bere, di addormentarsi in un angolo buio, senza sole, senza luna, con il pensiero cadenzato di slacciare i miei piedi secchi e sordi, tra le urla di una pizzica affogata, odiata, per troppo tempo iniettata, senza spessore e colore, senza un frammento livido di sapore. Corpo Poetico Irrisolto (Besa Editrice 2003, euro 2,50)

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fabio ciofi su 'corpo poetico irrisolto'

di vertigine (25/11/2003 - 11:29)

Fabio Ciofi Rossano Astremo Corpo poetico irrisolto - Ed. Besa, 2003 Se è vero, come è vero, ciò che recitano in epigrafe i versi di Franco Loi, che in fondo siamo abituati a percepire il poeta, la figura del poeta, il “corpo” del poeta in assenza, quale forza e forma del passato, un caro stravagante estinto lugubre essere errante nei meandri delle domande e delle metarisposte - meglio sarebbe dire delle domande alle domande - , allora trovarselo di fronte oggi, un poeta, imbarazza non poco saper che ce ne sono di viventi, che, è il caso di Astremo, ce ne sono di giovanissimi… Nell’introduzione a Corpo poetico irrisolto Mario Desiati parla dell’uso intenso e intensivo che l’autore fa dell’anafora, figura retorica che “… fa del suo ripetersi centrifugo la sua vera forza…”; io credo che la forza della poesia di Astremo, la sua indubitabile “potenza” derivi proprio dall’aver costruito un linguaggio anaforico che usa la litania in senso drasticamente anticaproniano. Astremo non descrive, non circoscrive il suo dire, lo scaglia attraverso un linguaggio estremo che non ammette interiezioni, esclamazioni, pause, riflessioni. Sorge anche l’impressione netta, stagliata, di una poesia in forma di “delirio”, non a caso la prima parte della raccolta si intitola appunto “nel delirio”, ma che fa del delirio l’ingrediente necessario per aggredire lucidamente i mali individuali e quelli collettivi: … Meditare accanto ai tizzoni spenti in una cupa fantasticheria senza lampada: questo sogno ogni giorno, questo voglio ogni attimo, questo medito e questo spasimo. La catastrofe è terrificante e Istantanei i suoi effetti. O ancora: Nel delirio non penso, non sento, non voglio ossesso, perso, mangio solo per non vomitare… Ecco, la mancanza dimensionale del poeta nella società attuale - e che si protrae ormai da tempo - , la sua difficoltà di collocazione, di riconoscimento, è un fattore determinante nell’incedere “incendiario” di Astremo, quasi a percepire, in analogia, l’esistenza di un corpo poetico irrisolto, senza corrispondenza col reale. Sopravviene allora la necessità disperata di affidarsi al sogno, all’orfico, al dionisiaco che conduce al caos primordiale - non per niente il vino, elemento per eccellenza dionisiaco, compare sovente nella raccolta -, al sesso ambivalente di liberazione e di morte. Una poesia già molto matura, per l’età del suo compositore. Una poesia che aspira a fare i conti con se stessa, che come ben coglie Desiati nella succitata introduzione, “… non può che essere la ricerca di un risultato recidente, decisivo, quasi finale…” Quello che mi piace in modo particolare della poesia di Astremo, forse perché in questo la sento affine alla mia, - anche se non si dovrebbe dire - è la sua mancanza di quel generico abbandono alla speranza in forma di Provvidenza che permea oggi tanta della poesia contemporanea, di ogni generazione, e qui mi trattengo dal fare i nomi, che non è né il luogo né il caso. Insomma, i versi di Astremo sono disperati perché non potrebbero essere altrimenti, ma sono anche forti, potenti, consapevoli di tale disperazione non reclinano il capo derelitti ma si ergono, orgogliosi, a dichiarare quello che tutti sappiamo ma che facciamo finta di ignorare. ________________________________ Alcune poesie 1. NEL DELIRIO (febbraio, marzo 2003) Navigo sempre più nell’aria, con le mani di diamanti che si sbriciolano al tenue odore dei tuoi piccoli piedi di brezza e farina. Navigo sempre più nell’aria e perdo il sordido equilibrio guadagnato giocando con i peli d’avorio delle tue ascelle di cristallo e argento. Navigo sempre più nell’aria e non ho la forza di bestemmiare la mia disperazione, mentre poggio il mio capo unto di dolore sui tuoi seni urlati al vento. * Nel delirio quest’oggi, con l’aria che si svende sui confini irriconoscibili del non senso. * Con il mio scettro abbatto papaveri, succhio la carne di acque e acidi color della sete. In questo fuoco demoniaco di città si demoliscono continuamente edifici e alberi e i ragazzi piangono appesi alle ringhiere e le ragazze tremano dipingendo per terra vortici rossi e viola con colori di tempera, in giornate che radono al suolo ogni speranza. Con il mio scettro abbatto papaveri, faccio scrittura automatica che mi solletica la prostata, faccio scrittura automatica e ascolto musica rock di gruppi inglesi anni sessanta con il loro beat folle e rivoluzionario. Colpi di cannone sembrano svegliare la mia coscienza rattrappita da materassi con visioni tristi e implose, colpi di cannone scendono con violenza nelle case blu della disperazione, colpi di cannone violentano e stuprano donne e bambini che muoiono senza colazione, ma io con il mio scettro abbatto papaveri e cantano ancora le voci attraverso le finestre lente e rovinose di vili prede sognanti e seppellite. Meditare accanto ai tizzoni spenti in una cupa fantasticheria senza lampada: questo sogno ogni giorno, questo voglio ogni attimo, questo medito e questo spasimo. La catastrofe è terrificante e istantanei i suoi effetti. 2. CON TRASPARENZA (aprile, maggio 2003) Vivo la mia esistenza rincorrendo distese di campi colorati, alla ricerca di fiori profumati, vivo la mia esistenza tingendomi di rosso i capelli per nascondermi tra papaveri che sbattono la loro coscienza su pavimenti bagnati di follia. Si inchiodano i marmi di berretti, di magliette e sandali, in questo afoso maggio che irretisce i nostri atomi ricolmi di demoni e anfetamine, i nostri porci attimi che ci distraggono senza sosta, come tazzine di caffè bevute una dietro l’altra, mentre una partita di tennis scorre lenta sul televisore di polvere e malattia. Vivo la mia esistenza piangendo i miei ventiquattro anni che scoloriscono al vento sporco, al vento corrotto di brusii e turbe psichiche, al vento corrotto dell’iterazione che si tappa la bocca. Vivo la mia esistenza procurandomi ematomi al cervello per la testa battuta con demenza sulle porte rigide del silenzio, vivo la mia esistenza non reggendomi al confronto con la vostra cattiva indole di poesie piene di vibranti medicine. In questo maggio afoso che irretisce i nostri atomi sospendo ogni decisione. * Sento il profumo delle tue carni che sollevano delicate il cuore impallinato della mia natura, annuso i tuoi capelli di paglia e fieno, annuso le tue mani di piano e violino, annuso i tuoi seni che mi nutrono e mi spezzano, annuso ogni centimetro del tuo scheletro per sentirmi carne che pulsa e non si secca, per sentirmi terra che fiorisce e non smagrisce, per sentirmi aria che esplode e non collassa. Ti sono vicino, sfioro l’ombra dei tuoi tralci e stecchi, ti sono vicino, sfioro gli sparcimenti dei tuoi colpi a vuoto, ti sono vicino e svengo, svengo, vengo meno, cerchiando il mio corpo attorno al tuo. Sbiadisco con lentezza dietro il vostro vociare illegittimo. Continuo a spillare birre, per non piangere degli amici persi, per non piangere degli amici consumati.

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di vertigine (25/11/2003 - 11:21)

Rossano Astremo Vittorio Bodini e la triste condizione della dimenticanza Per chi, come il sottoscritto, è nato e cresciuto nel sud, la progressiva dimenticanza di un sublime poeta e di uno squisito intellettuale quale Vittorio Bodini genera pur sempre perplessità e sdegno. Basta sottolineare il fatto che nelle principali antologie poetiche del Novecento (quelle curate da Mengaldo, Anceschi e Sanguineti, solo per citarne alcune) il nome di Bodini è assente, così come quasi totalmente assente è la rigogliosa tradizione poetica meridionale. Le ragioni sono molteplici e, certamente, non da affrontare in questa sede, dove invece mi soffermerò a riflettere sulla figura dello scrittore Bodini. Bodini è nato da genitori leccesi il 6 gennaio del 1914 a Bari, ma ancora in fasce viene portato a Lecce. A diciotto anni fonda un gruppo futurista. Nel 1937 si iscrive alla Facoltà di Filosofia di Firenze, dove si laurea nel 1940. Tornato a Lecce, con Oreste Macrì, cura la terza pagina di ‘Vedetta Mediterranea’, poi collabora a ‘Letteratura’, pubblicando le prime poesie, aderisce al movimento ‘Giustizia e Libertà’ e si inserisce in ‘Libera Voce’. Nel 1946 si trasferisce in Spagna come lettore d’italiano e poi antiquario. Nel 1950 rientra a Lecce e dopo due anni ha la cattedra di Letteratura Spagnola presso l’Università di Bari. Nel 1954 fonda ‘Esperienza Poetica’ che vive due anni. Continua ad avere rapporti stabili con il Salento, anche se negli ultimi dieci anni si è trasferito a Roma, dove muore il 19 dicembre 1970. Bodini ha dato vita ad eccellenti traduzioni del Don Chisciotte di Cervantes, del Teatro di F.Garcia Lorca e di I poeti surrealisti spagnoli, tutte uscite con Einaudi, è autore di numerosi scritti in prosa, via via dimenticati, ma oggi riscoperti grazie all’attento lavoro della casa editrice Besa e del docente universitario Lucio Antonio Giannone, ma soprattutto Bodini è autore di pochi, ma preziosi libri di poesia. Da ricordare La luna dei Borboni ( 1952), Dopo la luna (1956), Metamor (1967) e Poesie(1972, postuma), raccolta di testi uscita per Mondatori e negli ultimi anni ripubblicata da Besa. Una corretta interpretazione della poetica di Bodini si può effettuare considerando la continua attrazione tematica del sud. Proprio questa necessaria dimensione memoriale allontana Bodini dall’oscuro ermetismo post guerra, avvicinandolo ad una struttura in versi più vicina alla testimonianza:«Un paese che si chiama Cocumola / è / come avere le mani sporche di farina / e un portoncino verde color limone. / Uomini con camicie silenziose fanno un nodo al fazzoletto / per ricordarsi del cuore. / Il tabacco è a secare, / e la vita cocumola fra le pentole / dove donne pennute assaggiano il brodo». Esempio questo testo della polarizzazione bodoniana tra le maglie ispide dell’oscura significazione ermetica (i primi 4 versi) e il ritmo più agile e distensivo che si percepisce nella delineazione di un ricordo ( come dimostrano i versi successivi). Ma il sud, l’estremo lembo di terra nel quale Bodini ha vissuto gran parte della sua esistenza, è anche tema denso di tristi riflessioni e di dolori esistenziali lancinanti: « Qui non vorrei morire dove vivere / mi tocca, mio paese, / così sgradito da doverti amare; / lento piano dove la luce pare / di carne cruda / e il nespolo va e viene fra noi e l’inverno.// Pigro / come una mezzaluna nel sole di maggio, / la tazza del caffè, le parole perdute, / vivo ormai nelle cose che i miei occhi guardano: / divento ulivo e ruota di un lento carro, / siepe di fichi d’India, terra amara/ dove cresce il tabacco. / Ma tu, mortale e torbida, così mia / così sola / dici che non è vero, che non è tutto. // Triste invidia di vivere, in tutta questa pianura / non c’è un ramo su cui tu voglia posarti». Bodini è poeta dalla sensibilità estrema, supremo cantore di un sud mitico, ancestrale, ma, nel contempo, limitante e castrante. I suoi versi sono tra i migliori prodotti della poesia meridionale del Novecento e si spera che la critica letteraria presto renda merito ad una voce che il peso del tempo ha seppellito senza giusta ragione.

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di vertigine (20/11/2003 - 11:59)

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