Ciao sono vertigine
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su vertigine 03

di vertigine (06/04/2004 - 12:30)

Per avere Vertigine a casa vostra, vi ricordo, basta inviare in una busta chiusa due euro e due francobolli da 45 centesimi al seguente indirizzo:

Rossano Astremo

via madonna di pompei n.279

74023 grottaglie (ta)

stiamo cercando di risolvere i problemi di distribuzione. si spera che nel prossimo numero ci sia una distribuzione più organica.

 

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oso (seconda divagazione sulla fuga)/rossano astremo

di vertigine (06/04/2004 - 12:26)

Non posso costruire un anello di cera con la bava che esce dagli occhi metallici del sesso impuro e sacro

Non posso sacrificare il tormento di ossa insanguinanti tra le preghiere che sgorgano in tralicci di anni migliori

Non posso ancora una volta raccontare alle tue stanche orecchie l’esile equilibrio di lacrime candide e merlate

Non posso più mentire di fronte la gioia immensa che solo il colore delle tue labbra sa donarmi

Oso e oso sempre di più perché non ho paura degli ossessi in confetti e pillole di vanità su salsa piccante

Oso e oso ogni attimo di più tra le offerte di birre bionde e vini caldi dell’ebbrezza brillante nel fegato rigonfio

Non posso gironzolare tra tombe piene di fiori atteggiandomi a vecchio saggio conoscitore della vita

Non posso divenire tossica edera tra le piante grigie e pungenti che prendono aria in fori rosei dell’oblio

Non posso essere un matto logorroico viandante della caduta violenta tra sterpi spinosi di cartacce

Non posso ancora una volta credere che voi non sentiate il passo dei miei piedi eterni sul vuoto pavimento

Oso e oso sempre di più tra le pagine che lottano per un mondo migliore e finiscono contorte e arrugginie

Oso e oso ogni attimo di più tra l’incredulità della gente che salta in aria al ritmo di bava rock and roll

Non posso fuggire dalla TV che mi ammalia con i suoi seni di puttana voglioso dalle gambe apeerte al piacere

Non posso nascondere i miei peli lunghi e ricci dal sesso carnale che il potere telematico sprigiona senza sosta

Non posso danzare suonand tamburi percussivi e eruttanti mentre tu mangi carne di maiale e ti gratti le palle

Non posso per nulla far finta di niente mentre ti scopi le onde radio dalla frequenza che vomita per l’orgasmo avuto

Oso e oso sempre di più perché non ho paura dei folli veleni pezzi di merda che hanno voglia di prendermi da dietro

Non posso aggredire continuamente la lettura di versi poetici non armonici mntr mi abbandono tra mani a me note

Non posso allevare una nidiata di aquile se alla fine voleranno via lasciandomi come uccello disperato e fallito

Non posso ascoltare il rumore continuo di aerei pronti a puntarmi dritto in bocca per comprare del petrolio cattivo

Non posso sanguinare dai capelli per i colpi presi continuamente in testa mentre ballo nel cortile un motivo di Bach

Oso e oso sempre di più perché non sopporto e non sopporterò mai gli stronzi amici che amano fottermi alle spalle

Oso e oso ogni attimo di più versando lacrime sulla chitarra distorta appesa sulle mie ossa curve per le tante bevute

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comparso su "35"(luca pensa editore)/ago di sangue di rossano astremo

di vertigine (06/04/2004 - 12:02)

[uno]

Arturo Ferrè bevve un lungo sorso di brandy. Tossì e si rivolse al barista.

- Come mai non passa nessuno da queste parti?

Il barista non rispose e continuò a preparare il suo cocktail a base di gin, mentre la musica dei Joy Division riempiva le pareti del locale. Era il 1986 e Arturo era partito dal suo piccolo paese del sud per raggiungere Bologna e rivedere Ada Bandini, poetessa incontrata sei mesi prima sul treno che partiva da Taranto e diretto a Roma, dove lui si era recato per vedere l’unica tappa italiana degli Smiths di Morrissey. Ada era stata a Taranto in vacanza dai nonni paterni e andava a Roma a trovare alcuni amici.

- Conosci Ada Bandini? Mi ha detto che lavora qui.

Il barista continuò a non pronunciare parola, completò il cocktail, poi bevuto tutto in un sorso, e si diresse nel magazzino, con la voce di Ian Curtis che vibrava tra le pareti del locale e la gente che cominciava a riempire gli spazi attorno e a danzare nella cupa atmosfera che li circondava.

Arturo si sentì leccare l’orecchio. Era Ada, spuntata da chissà dove. Il barista non doveva essere poi tanto stronzo. Arturo l’abbracciò, Ada gli infilò la lingua nella bocca e i suoi lunghi capelli neri si adagiarono sul corpo di lui, il quale le prese il volto tra le mani e la guardò negli occhi.

- Sono qui per te. Ho fatto ottocento chilometri solo per poterti riabbracciare.

Ada gli strinse la mano e lo trascinò nel centro della sala per ballare.

- Allora non hai dimenticato quei momenti passati in treno.

- Se li avessi dimenticati ora non sarei qui.

- Toccami il culo. Ho voglia di sentire nuovamente la forza delle tue mani sul mio corpo.

Arturo non si lasciò ripetere la frase due volte e cominciò a toccarla, a stringerla con le sue mani ruvide per il duro lavoro e Ada iniziò a muoversi sempre più disinibita, mentre scorrevano le note di Boys don’t cry dei Cure.

Il barista si avvicinò ad Ada, con lei che si alzava la gonna per farsi toccare le lunghe gambe avvolte in calze sintetiche nere a rete.

- Ti vuoi decidere a lavorare?

Ada diede ad Arturo un bacio sulla fronte e gli disse di aspettare nel locale perché avrebbe finito di lavorare entro un paio di ore. Arturo si avvicinò al bancone e chiese un altro brandy. Ada gli passò accanto con un vassoio carico di birre doppio malto, con il suo profilo ben esibito, truccata e impeccabile, qualcosa simile alla perfezione che rende invisibili, ma non per Arturo, totalmente ammaliato dalla perversa indecenza dello sguardo di una diciottenne poetessa che lo aveva corteggiato su un vagone di un treno diretto per la capitale.

Lo aveva posseduto. L’operaio aveva dato il meglio di sé e, dopo quei momenti passati insieme, cominciò a essere ossessionato dall’immagine del suo corpo esile e nudo.

Il brandy scendeva giù a meraviglia e i suoi pensieri perversi annegavano nel bicchiere sempre più vuoto e i Cure continuavano a devastare il locale, con la disperazione che solo la voce di Robert Smith sa dare.

Ada sapeva come muoversi, ammiccando e sculettando, visione inquieta che sfiorava Arturo sempre più eccitato e stanco di aspettare.

Al quinto brandy della serata Arturo cominciava ad essere ubriaco da star male e alle due di notte Ada si avvicinò, lo prese per la mano portandolo via dal locale.

Arturo si voltò e fece appena in tempo a salutare il barista, al suo ennesimo cocktail a base di gin, che saltava al ritmo di Vicious di Lou Reed.

I due passeggiavano per le strade di Bologna in totale silenzio.

- Lo sai che ho scritto molti versi pensando alla nostra scopata, alla nostra folle passione consumata in quel treno?

- Vuoi dire che sono la tua musa ispiratrice? Promettimi che mi leggerai qualcosa?

- Ok, ma prima dobbiamo tornare a casa. Non è molto distante.

Ada abitava in una piccola casa, alle spalle di Piazza Maggiore. Quattro piani a piedi, con Ada che correva sulle scale e con Arturo, eccitato e voglioso, che sorrideva, fermando il suo sguardo sulle linee di carne che dividevano le cosce dal culo tondo della piccola poetessa.

- La casa è piccola, però mi arrangio. Vieni così ti faccio vedere la mia stanza.

Arturo seguì le indicazioni di Ada ed entrò nella sua stanza dalle pareti arancioni che illuminavano i tanti libri accatastati alle spalle del materasso gettato nell’angolo più buio.

- Aspettami, vado un attimo in bagno. – disse Ada.

Arturo si avvicinò a quell’ammasso di libri, ne prese uno, aprì una pagina a caso e lesse:<< Appena prendo in mano la siringa allungo spontaneamente la mano sinistra verso il laccio emostatico – lo interpreto come un segno del fatto che posso farmi nell’unica vena utilizzabile del braccio sinistro – i movimenti per legarsi il braccio sono tali per cui di solito ti leghi il laccio intorno a quello che hai allungato per prenderlo – l’ago scivola dentro facilmente lungo il bordo di un callo – tasto tutt’intorno – all’improvviso nella siringa entra un rivoletto di sangue per un attimo nitido e solido come un cordoncino rosso>>.

Chiuse il libro e si voltò perché si era accorto che Ada era uscita dal bagno e aveva messo sul giradischi The Queen is dead degli Smiths.

Lei si era distesa sul letto in tutta la sua nudità, con i suoi capezzoli rosa, turgidi e lucenti. Arturo guardò nuovamente il suo corpo nudo, come quella notte in treno. Ada aveva conficcato nel braccio sinistro una siringa, terminò la sua operazione, alzò gli occhi al cielo per un attimo, poi riportò il suo sguardo su Arturo.

- Vieni piccolo, ne ho una pronta anche per te. Ti farà stare meglio. Sei troppo nervoso, non trovi?

Arturo si avvicinò al letto, lei gli fece un laccio emostatico molto efficace, lui si strofinò con un po’ di alcol e poi si girò dall’altra parte. Era la prima volta. Lei gli infilò l’ago e tirò su una goccia di sangue, poi gli disse di allentare il laccio, lui lo allentò sbirciando in basso verso il suo braccio, cominciando a sentire la sensazione della morfina iniettata. I due appoggiarono la testa sul morbido cuscino dalla federa viola. La notte era cominciata nel migliore dei modi. Ada sbottonò i calzoni di Arturo e delicatamente gli tirò fuori il cazzo, lei gli accarezzò dolcemente la cappella, lui si spogliò con movimenti veloci e rimase nudo davanti a lei con il cazzo che pulsava. La bocca di lei si chiuse sulla cappella. Succhiò ritmicamente in su e in giù, fermandosi un istante quando era in su, per muovere la testa in tondo. Ada gli succhiò il cazzo sempre più freneticamente e Arturo sussultava, attraversato da brividi per tutto il corpo e dalla sensazione che essere venuto a Bologna non era stata un’idea poi tanto folle. Arturo cominciò a svuotarsi e Ada beveva la sua sborra che le riempiva la bocca con getti caldi. Lui lasciò ricadere i piedi sul letto, mentre suonava There is a light that never goes out.

[due]

Mi svegliai che erano già le quattro di pomeriggio.

Feci fatica a capire dove cazzo ero andato a finire. Avevo la testa che mi scoppiava, le gambe svuotate, gli occhi pesanti e una voglia suprema di vomitare, come se avessi mangiato merda netta che ora risaliva su per la bocca dello stomaco, desideroso di uscire.

Mi alzai dal letto, con il mio equilibrio instabile, con i frammenti della sera precedente che pian piano si andavano ricomponendo, come quando cerchi di mettere assieme i cocci di un vaso rotto.

Il vaso era quasi ricomposto nella sua interezza, e quindi si susseguirono nella mia mente le immagini di Ada con in mano il suo vassoio pieno di birre, di Ada che mi portava per mano nella sua casa, di Ada che preparava la sua iniezione di eroina, di Ada, con noi due strafatti, che chiudeva la sua bocca bagnata sul mio cazzo in fiamme.

Ricordavo tutto questo e sentivo brividi lungo tutta la schiena.

Lei non era in casa, la chiamai, andai in cucina e lì, sul tavolo, trovai un biglietto nel quale c’erano scritti questi versi (poesia di Manila Benedetto):

Hai mosso il tuo cazzo dentro di me,
hai posato le tue labbra sulle mie,
mi hai detto tesoro e troia,
mi hai rubato i pensieri.
 Hai preso il mio sorriso
chiuso in un cofanetto d'avorio,
dove giace la tua bella,
folle disperazione.
 Tu sai quando aprirlo,
padrone e custode
ed io tua schiava, smaniosa
in attesa del ritorno.
 Hai voluto il mio corpo,
sei stato soddisfatto.
Hai voluto le mie parole,
eccole violenti per te.
 Cos'altro chiede la tua anima?
Scagliati contro questa donna
e prendi quel che vuoi,
fottimi la mente.
 Altro non sono che una bambina,

affidata a te.

Quei versi mi fecero tornare il cazzo duro. Quindi la sera precedente, oltre a quel pompino che ben ricordavo, avevamo fatto l’amore.

Questo non lo ricordavo affatto. ‘ Sarà stata quella pera che mi ha steso ’, pensai. Avevo ripromesso a me stesso che non mi sarei mai bucato, con tutti quegli amici di Taranto tossici che vedevo ogni giorno di più consumarsi e vendere il culo per una botta di eroina nelle vene.

Ma quella piccola stronza di Ada mi aveva stregato. Ero totalmente sopraffatto dalla sua personalità.

Misi su il vinile dei Jesus and Mary Chain aspettando che lei rientrasse a casa.

[tre]

Lo vidi comparire nel locale verso le undici di sera.

Si avvicinò a me, mi chiese dove cazzo fossi andata a finire. Io gli risposi che ero uscita a prendere un po’ d’aria prima di andare a lavoro. Continuò a inveire contro di me, a dirmi che ero una puttana da quattro soldi, a piegarsi ai miei piedi, a dirmi che mi amava, che era pronto a mandare tutto a ‘fanculo lì, a Taranto, a venire a vivere con me.

Era completamente su di giri, gli dissi di calmarsi, gli offrii un brandy, mi sedetti accanto a lui e cercai di essere quanto più persuasiva possibile.

La cosa più giusta da fare era che lui prendesse il primo treno diretto a Taranto, non c’era futuro per noi due, io non avevo nessuna intenzione di vivere con lui, di stare con lui, gli avevo donato solo il mio corpo per una notte, non per tutta la vita.

Mi fece paura, ruppe il bicchiere contro la parete del locale, cercò di picchiarmi, venne portato fuori dai ragazzi che lavoravano con me, con i Sonic Youth che riempivano l’aria di note distorte, con le cupi atmosfere di Evol.

[quattro]

Arturo Ferrè camminava con passo spigoloso per le piccole vie di Bologna, diretto in stazione, pronto a scagliarsi alle spalle quella storia che lo stava risucchiando sino a renderlo polpa marcia e disgustosa.

Pensava all’Italsider, all’alienazione che gli generava quel lavoro sempre identico a se stesso, ciclico e ripetitivo, pensava ad Ada e alle forti emozioni che gli aveva donato, pensava alle sensazioni dell’eroina.

Ero venuto a Bologna alla ricerca dell’amore, ora tornava a casa con una voglia smodata di farsi.

Prese dalla sua borsa quel libro trovato in casa di Ada che aveva rubato e ne lesse un passo a caso: << Il punto critico dell’astinenza non è la prima fase, quando si sta malissimo, ma l’ultima quando ci si è liberati dal mezzo della droga…C’è un interludio di panico cellulare che è un vero incubo, quando la vita è sospesa tra due modi di essere…A questo punto il desiderio spasmodico di droga si concentra in una fregola assoluta e sembra avere il potere del sogno: le circostanze ti mettono la roba tra i piedi…Incontri un eroinomane di un tempo, un inserviente d’ospedale ladro, un dottore che non ci pensa due volte a farti una ricetta…>>.

Ora solo un vuoto siderale nello stomaco ritmava gli attimi che si susseguivano. Solo una voglia smodata di farsi per colmare quel vuoto che lo ammazzava. Salì sul treno diretto per Taranto, con le note dei Pixies che battevano senza sosta nella sua mente.

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