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una foto di mariangela gualtieri durante lo spettacolo non splendore rock
intervista a nicola lagioia, uscita oggi sul 'nuovo quotidiano di puglia'
Venti scrittori italiani raccontano il proprio tempo sulla propria pelle attraverso una manciata di racconti impietosi e corrosivi. Il libro in questione è La qualità dell’aria (minimum fax, 370 pp., 13 euro), a cura di Nicola Lagioia e Christian Raimo. Da firme già note (Tommaso Pincio, Antonio Pascale, Mauro Covacich, Elena Stancanelli, Emanuele Trevi) a recentissime rivelazioni nazionali (Valeria Parrella), a veri e propri esordi, questi scrittori cresciuti nell’era dei videogiochi e delle televisioni commerciali mettono da parte qualunque tentazione di letteratura-entertainment per raccontare, impietosamente e dolorosamente, i loro anni. Per ritrovare, oltre la farsa e le commedia, un sentimento di attaccamento viscerale e di repulsione, di odio e amore nei confronti del proprio mondo e dei propri fratelli. Abbiamo intervistato per i lettori del “Nuovo Quotidiano di Puglia” uno dei due curatori dell’antologia, il barese Nicola Lagioia.
Allora, Nicola, come è nata l'idea dell’antologia?
La gestazione dell'antologia è un po' quella che raccontiamo nella
prefazione. Avendo seguito molto da vicino negli ultimi tempi le vicende
della letteratura italiana, frequentando gli autori, partecipando a reading
e a presentazioni congiunte che ci hanno portato giro un po' per tutta
Italia, io e Christian Raimo ci siamo convinti che questo è un buon momento
per il paese, letterariamente parlando. Rispetto a una quindicina di anni fa
c'è molto più fermento. E allora, ci siamo detti, perché non lasciare una
traccia, una testimonianza legata ad un gruppo di scrittori non ancora
definitivamente censiti dalla critica o dal pubblico che pure nelle loro
(sacrosante) differenze si sono ritrovati in un certo momento ad
attraversare più o meno tutti la linea d'ombra fra giovinezza e maturità, ad
avere il talento e la forza per cercare di leggere il proprio tempo, e a
condividere, soprattutto, lo stesso sciagurato cielo?
Esiste nell'antologia un’ accentuata tendenza alla "denuncia sociale", dimostrata dalla presenza di alcuni racconti che rievocano gli anni ’70, periodo politicamente significativo per l’Italia. Si tratta di una pura coincidenza o è colpa dell’aria che tira nel nostro Paese?
Per uno scrittore l'inquietudine è un'inseparabile compagna di percorso e
anche il testimone-garante dello stato di salute delle proprie pagine. Il
che non vuol dire, naturalmente, che debba essere sempre rivolta verso
l'esterno. Però in questo periodo è quasi inevitabile che i tormenti, le
frustrazioni e le contraddizioni della vita privata non si mescolino al
macrabo delirio che si consuma oltre le fragilissime pareti delle nostre
case. Avevano purtroppo ragione Adorno e Horkheimer quando, subito dopo la
fine della seconda guerra mondiale, spiegavano come la società dello
spettacolo e il pensiero dominante del nuovo mondo libero fosse una forma
meno cruenta ma più sottile e forse più inquietante dei vecchi
totalitarismi: uno stato di ragione destinato prima o poi a rovesciarsi
nella barbarie. E infatti, per esempio, su cosa si regge la coprofagia degli
spettacoli di Bruno Vespa dei quali tutti quanti siamo stati nostro malgrado
spettatori negli ultimi giorni, se non sulla barbarie? Uno spettacolo,
quello di "Porta a Porta", che riesce (nella sostanza, non nell'estetica) a
scavalcare le sequenze più farneticanti del "Dottor Stranamore" di Stanley
Kubrick. Questo è il contesto che ci circonda e che abbatte continuamente lo
strato di epidermide che si frappone tra noi e il mondo esterno. Questo
dobbiamo raccontare.
Nel 2004 sembra che le case editrici abbiano puntato sul format antologia. Basti pensare a Intemperanti di Meridiano Zero o Viva l’Italia di Fandango.Qual è il tuo punto di vista sul proliferare di queste antologie?
Che, al di là dei risultati, mettere su un'antologia è un atto di
generosità. All'editore teoricamente non conviene (le antologie vendono di
solito meno dei libri di un singolo autore). E i curatori sono presi nel
vortice di uno sbattimento alimentato e ripagato quasi soltanto dalla
passione che ci mettono. Bisogna contattare gli autori, cercare di capire se
condividono per lo meno nelle linee generali il progetto a cui gli si chiede
di partecipare, ricevere i primi racconti, avere il coraggio di rifiutare
quelli che non sembrano all'altezza, fare l'editing, dare e ricevere
suggerimenti e critiche, litigare, riappacificarsi... insomma, mettere
insieme venti scrittori maturi e consapevoli di sé non è proprio una
passeggiata. Trovarsi al centro di un laboratorio letterario nel quale gli
esperimenti si protraggono per quasi un anno (questa la gestazione della
"Qualità dell'aria") prevede però anche dei momenti molto belli.
Tu sei un pugliese emigrato per studio e lavoro nella capitale.
Ritieni che nel l sud non ci sia nessuna possibilità di emergere scrivendo?
Uno scrittore può scrivere ovunque, e ricevere riconoscimenti
indipendentemente dal luogo in cui vive e lavora. Busi veniva da Montichiari
e ha scritto e riscritto il "Seminario..." in giro per l'Europa mentre uno
dei più grandi scrittori italiani del secondo novecento, Beppe Fenoglio,
viveva in provincia. Le case editrici, inoltre, sonno sommerse da
manoscritti talmente scadenti che un buon romanzo o una buona raccolta di
racconti di un aspirante scrittore verrebbero sicuramente notati. L'unico
vantaggio di vivere in una grande città è quello di avere più occasioni di
confronto. Di conseguenza, più occasioni di mettersi seriamente in
discussione. Io però, è vero, oltre che scrivere lavoro in una casa
editrice, e dalle nostre parti non è che ci siano tante case editrici che si
occupano di letteratura italiana. Colpa della cultura imprenditoriale. La
Puglia è piena di imprenditori che potrebbero aprire una casa editrice senza
intaccare minimamente il proprio patrimonio (una casa editrice, se si è
intelligenti e si capisce che cosa si sta facendo, può partire da un
capitale di base anche minimo). Solo che, temo, i potenziali Valentino
Bompiani del levante sono interessati ad altro. La proprietà di una casa
editrice, insomma, non ha l'appeal che può avere la presidenza di una
squadra di calcio. Non funziona più neanche come foglia di fico. Mi sbaglio?
Bene. I Divella, i Natuzzi, i Matarrese e loro epigoni mi dimostrino il
contrario.
Rossano Astremo







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