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uscito sul numero di maggio di coolclub.it

di vertigine (03/06/2004 - 11:22)

La poesia non è morta

Macello di Ivano Ferrari e Umana Gloria di Mario Benedetti

cover

Nel mare magnum delle uscite editoriali sembra acquisire sempre minore importanza la produzione poetica (questo potrebbe dar adito alle convinzioni di molti critici accademici convinti dell’avvenuta morte della poesia). Osservando con attenzione le pubblicazioni di questi primi mesi del 2004, però, non si può rimanere indifferenti nei confronti di due testi che, con tecniche stilistiche differenti, affrontano la realtà a pieni polmoni, costruendo un’allegoria dell’esistere che non lascia indifferenti.
I testi presi in considerazione sono il “Macello” di Ivano Ferrari e “Umana Gloria” di Mario Benedetti. Ivano Ferrari è nato a Mantova ed ha lavorato nel mattatoio cittadino e per il Palazzo Te. Autore appartato e insofferente alle etichette ha anche presentato con "La franca sostanza del degrado" la sua raccolta più matura e organica risultato di un percorso poetico iniziato nella seconda metà degli anni '70. In “Macello” (Collezione Bianca, Einaudi), nello spazio chiuso di un mattatoio, «la grande sala dove si esibisce la morte», Ivano Ferrari mette in scena uno spietato e cruento interregno uomo-animale determinato da una schiacciante sopraffazione. Un "Macello" che rimanda ad altri macelli che continuano ad attraversare la nostra vita di specie e che è campo di battaglia, lager, laboratorio, chiesa, teatro e dove i macellatori sono carnefici, tecnici, sacerdoti, registi.
In questa raccolta poetica intensa e perentoria, piena di accensioni, implorazioni, crudeltà, straziante sarcasmo e personaggi animali e umani difficili da dimenticare, ogni verso ha un suo ictus determinato da una provocazione lessicale, tonale e psichica che diventa immediatamente lacerazione visiva. La materia, la carne, come la poesia, vengono messe in totale sofferenza e la vita è registrata nel suo punto limite e anche oltre, nelle sue ulteriori degradazioni eppure non ancora al termine del suo percorso di profanazione e violenza. Ecco un assaggio: “Dalla vasca d'acqua bollente/emerge un enorme maiale/bianco come uno spettro/che oscilla impudico fino a quando/dal finestrone il sole/accende quintali di luce".
L'esistere autentico è semplice e feriale, incerto e delicato "come una veglia", ci dice Mario Benedetti in “ Umana Gloria” (Lo Specchio, Mondatori), libro incantevole e sobrio, che lo impone come figura di limpida autonomia e valore nel panorama della nostra poesia. In Umana gloria il suo sguardo è vigile e calmo, si ferma su una "materia povera", quella delle nostre vite, che osserva nella loro opaca, eppure eroica dignità quotidiana. Benedetti sa esprimere la meraviglia del nostro essere nel tempo, del nostro essere uomini che passano e si disperdono miti, tra "le erbe, i mari, le città". Osserva persone e paesaggi, registra vicende e sentimenti, ma si accorge di allontanarsi poco a poco da se stesso, di essere divenuto suo malgrado "qualcos'altro: distanza dalla vita" e dalle cose, che pure voleva abbracciare. Chi invece ne è più intensamente parte, creature in naturale armonia con il tutto, sono gli esseri più fragili, i bambini e gli umili, che "hanno visto le cose, le fiabe, i miracoli, come un paradiso che non c'è più".Benedetti ha un tono più sommesso, lieve e turbato, rispetto l’azione feroce di Ferrari, predilige il verso lungo di un dire prosastico, scandito con originale sensibilità, contro il susseguirsi affannoso e rabbioso del verso frammentato di Ferrari. Due modi differenti di descrivere la stessa realtà, la nostra, quella delle stragi familiari e della guerra globale, quella della corsa al denaro e della ricerca spasmodica di un senso dell’esistere.


Rossano Astremo

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