Ciao sono vertigine
Vedi il mio profilo


Co-autori

Ciao sono manduria

Giugno 2004

DLMM GVS
1 2 3 4 5
6 7 8 9 10 11 12
13 14 15 16 17 18 19
20 21 22 23 24 25 26
27 28 29 30

Tag

Ultimi commenti

Nuovi post

Diffondi i contenuti

Aggiungi al mio Dada

Aggiungi al mio Dada

Condividi i contenuti

De.licio.us
Archivio Giugno 2004

classifica dei libri più venduti di narrativa italiana (da wu ming 2 a genna, la narrativa che conta)

di vertigine (15/06/2004 - 18:16)

Titolo

Autore

Editore

1

6

Tre metri sopra il cielo

Federico Moccia

2

7

La prima indagine di Montalbano

Andrea Camilleri

3

9

La neve se ne frega

Luciano Ligabue

4

16

Non ti muovere

Margaret Mazzantini

5

20

Io non ho paura

Niccolò Ammaniti

6

30

Cento colpi di spazzola prima di andare a dormire

Melissa P.

7

57

Il nuovo venuto. Una nuova indagine del commissario Bordelli

Marco Vichi

8

60

Butta la luna

Maria Venturi

9

62

Non si muore tutte le mattine

Vinicio Capossela

10

89

Al di là delle frontiere

Nini Wiedemann

11

97

Guerra agli umani

Wu Ming 2

12

101

Testimone inconsapevole

Gianrico Carofiglio

13

111

Grand Hotel. Il mondo visto da trentacinque camere d'albergo

Carlo Rossella

14

114

La strada di Sin

Romano Battaglia

15

117

Ad occhi chiusi

Gianrico Carofiglio

16

118

La masseria delle allodole

Antonia Arslan

17

129

Tre uomini paradossali

Girolamo De Michele

18

140

Il libraio di Selinunte

Roberto Vecchioni

19

142

La signorina Tecla Manzi

Andrea Vitali

20

147

Grande Madre Rossa

Giuseppe Genna

21

154

Sheol

Marcello Fois

22

158

Tristano muore. Una vita

Antonio Tabucchi

23

184

A me piace quella lì

Lina Sotis

24

208

Almost blue

Carlo Lucarelli

25

227

Nuovi misteri d'Italia. I casi di Blu notte

Carlo Lucarelli

Vota questo post

leggo grande madre rossa di genna

di vertigine (15/06/2004 - 12:22)

In questi giorni sto leggendo Grande Madre Rossa di Giuseppe Genna (www.miserabili.com). Un testo che mi sta risucchiando. Stilisticamente perfetto. Un thriller che trascende la piatta scrittura di genere divenendo proiettile simbolico che devasta. Ma tornerò più avanti a parlarne. Eccovi l'incipit:

Lo sguardo è a diecimiladuecento metri sopra Milano, dentro il cielo. E’ azzurro gelido e rarefatto qui.
Lo sguardo è verso l’alto, vede la semisfera di ozono e cobalto, in uscita dal pianeta. La barriera luminosa dell’atmosfera impedisce alle stelle di trapassare. C’è l’assoluto astro del sole sulla destra, bianchissimo. Lo sguardo ruota libero, circolare, nel puro vuoto azzurro.
Pace.
Lo sguardo punta ora verso il basso. Verso il pianeta. Esiste la barriera delle nuvole: livide. Lo sguardo accelera.
Penetra nella muraglia delle nubi. Trema nell’impatto, mentre accelera. E’ un inferno freddo qui. Scariche elettriche, condensa ghiacciata, vento fortissimo, scosse, buio livido. Lo sguardo in accelerazione verso il basso si scuote, è ai limiti, la frizione del gelo è incandescente. Sembra di non farcela. All’improvviso un lampo, mentre tutto trema e tracolla. Nel lampo: l’immagine di un umano nudo, arcaico, che batte un terreno rosso con un osso bianco. Un altro lampo, tutto trema al limite. Lo sguardo vede tutto rosso. All’improvviso penetra.
Vuoto.

E’ sopra una città, in pura sospensione. E’ in una bolla. Lo sguardo vede tutta la città. La città è nera, è livida, è opaca, è inquinata. Lo sguardo galleggia sopra la metropoli. Vede emissioni gassose letali e anonime. Lo sguardo bascula, in sospensione, pare navigare, è nel liquido dell’aria. All’improvviso nuovamente accelera. Punta sulla città.
Velocissimo. Lo sguardo punta al centro della città. In accelerazione vertiginosa i palazzi, le strade, gli omìni che camminano, le automobiline che incrociano. Velocissimo. Al centro, la Cattedrale è bianca e nera, verticale. Lo sguardo devia di un minimo gradiente angolare. Non punta alla Cattedrale. Vede l’enorme cubo bianco e nero, geometrico e spaventoso, di un Palazzo. Ci va addosso. Si avvicina il muro accecante e bianco.
Lo scontro è tra una frazione di secondo.
Ecco l’impatto.
Invece penetra. Lo sguardo penetra la parete di marmo bianco. E’ dentro.
E’ in un immenso atrio, gigantesco. Le sagome piccoline umane sono affannate con i documenti in mano e vanno. I pretori bevono con facce tirate i caffè. Lo sguardo esita. Si fissa sul pavimento grigio. Riprende l’accelerazione.
Allucinazione. Risucchio velocissimo.
Lo sguardo trapassa il pavimento.
Lastre e lastre di marmo grigio in sezione, in accelerazione.
Giù, verso il fondo.
Sotterranei, incavi, labirinti orizzontali, tubature, corridoi bui: traforati in accelerazione.
Una svolta brusca. Ora lo sguardo perfora accelerato. Novanta gradi, brusca decelerazione: ora lo sguardo va in orizzontale.
Polvere buia di cantina, molto distante sotto dal pavimento del Palazzo bianco.
Svolte, curve veloci, trapassa una porta. Due. Tre.
Un muro in mattoni antichi: cotto rosso.
Trapassa il muro, lo sguardo.
Buio nitido. Ragni tutt’attorno.
Una scalinata pendente nel vuoto, verso il basso.
Il movimento veloce sicuro dello sguardo penetra nel buio netto.
Incredibilmente: una porta di ferro. Una fessura. Dall’ambiente buio a una nicchia buia. L’aria è immobile.
Lo sguardo procede, in progressione. Ora più lento, quasi automatico.
Non c’è luce. Si trapassa una larga tela di ragno.
Non esiste più aria.
Tutto è immobile e sospeso.
A terra: un pozzo. Lo sguardo: giù nel pozzo.
Più buio del buio, lo sguardo vede tutto.
Cauto, scivola nelle parete viscide, verticali.
All’improvviso: il fondo.
E’ uno spazio di muro circolare. C’è un piccolo altare: pietra essudata, umidissima.
Lo sguardo tenta di perforare sotto l’altare. Rimbalza indietro. Riprova, animale, molleggiato: non passa. Rimbalza sull’immagine di un minuscolo scheletro umano. Lo vede in un lampo. E’ una figura bianca dentro il lampo. Lo sguardo tenta di andare dentro le ossa bianche corrose del piccolo scheletro umano. Niente. Rimabalza indietro.
Lo sguardo riesce dalla pietra essudata gelida dell’altare e ruota su di sé in orizzontale.
Vede.
Di fronte all’altare l’enorme solido ricoperto di carta isolante e nastro adesivo ovunque sembra un enorme armadio, un intero archivio. Un parallelepipedo appoggiato. Lo sguardo supera il rivestimento di carta isolante e nastro adesivo, entra nei metri cubi del solido. E’ di metallo freddo. All’improvviso crepita: è l’elettricità.

Esplode.

Un decimo di secondo dopo, la colonna arancione e azzurra è compressa e invade gli ammezzati sotterranei senza rumore. La compressione è assoluta, tutta l’aria orizzontale è consumata.
Tre decimi di secondo dopo, la bolla è bianca nel punto più intimo, arancione e rossa nell’emisfera che si allarga mangiando l’aria, azzurra e verde nella superficie mobile in allargamento. Inizia a esplodere il rumore della crepa nella roccia e si sbriciolano le architetture in basso.
Nove decimi di secondo dopo, la forza non ha colore e sta premendo da sotto la pavimentazione enorme liscia e grigia del marmo, mentre le persone umane stanno camminando, e il rumore è molto indietro, molto indietro, piani e piani sotto, ed è un rombo inascoltabile, una voce nella materia della pietra.
Un secondo dopo, esplode l’atrio e due secondi dopo tutto è annullato nel suo equilibrio statico e venticinque metri sopra il livello del terreno si spacca in un incendio privo di rumore l’ultimo piano. Le persone umane sono sciolte, in questo istante sembrano cera.
Due secondi dopo, tutto va verso la terra, con immenso fragore di macchina e pietra, stridendo come una lepre viene scuoiata viva.
Pochi secondi dopo, mentre crollano gli ultimi residui e tutto l’immenso palazzo si è piegato su se stesso ed è andato a riempire l’incredibile voragine, come un vulcano lapilli di pietra incandescente schizzano verso l’alto nell’aria in un raggio di trenta chilometri dalla voragine.
Dieci secondi dopo incredibilmente c’è silenzio.

E’ esploso e crollato a Milano il Palazzo della Giustizia.

Vota questo post