il ritorno alla poesia, dopo un paio di mesi
Esistenza Minima
di Rossano Astremo
Esistono momenti che non riesco a dire,
dove il cielo mi cade dentro e risucchia lo stomaco,
come palazzo senza sostegni e strutture metalliche.
Esiste il peso delle mattine che ad altre si replicano,
con lo stesso caffè amaro che ti fissa muto,
e la TV che sussurra l’aprirsi di vene e lo schianto di vertebre.
Esiste il tuo corpo, poi, che splende e mi tortura,
nelle albe di questa esistenza minima,
prolungamento lucido dei miei battiti asincroni.
Discorsi tra poeti di provincia, attorno ad un tavolo scarno,
una bottiglia di vino, due bicchieri macchiati dal vapore,
la violenza di suoni post-rock a ritmare la stanchezza di muscoli.
Discorsi tra poeti di provincia, scheletri graffiati i nostri,
appesi sui pali rancidi di un tempo che ci lesiona,
dati alle fiamme in uno spazio indocile che non ci contiene.
Occhi bassi, confitti in un pavimento che trasuda stanchezza,
il discorso prende una piega strana, le ultime elezioni,
il Presidente del Consiglio che impicca il suo sorriso incartapecorito,
i cento anni del Bloomsday, le storie che stiamo scrivendo,
i caffè bevuti per dare un ritmo alle nostre azioni,
il nostro sud ammalato e incancrenito, la bottiglia di vino
consumata, sempre troppo in fretta, questa poesia che serve
o non serve, ma è necessaria, come sangue che pulsa e non cessa.
Giochiamo a salvare il mondo, quando il mondo è già voragine,
bolla di sangue che perde corpi e divora anime.
New York (11/9) e Madrid (11/3) sono odio che eiacula, ma,
nell’apertura di latitudini ritmiche, vittime dalla carne tenera si rispecchiano,
tra brandelli di videocamere agre e foto di freelance incolleriti.
L’informazione crolla da una scala a pioli rivolta verso l’inferno.
Giochiamo a incollare piume e fiori su fardelli di martiri,
su cartocci di eroi pagati per uccidere, veniamo conficcati per terra,
come bulloni stillanti ruggine, e se per sussulto ci scrolliamo,
randellate mistiche ci inumano come pali rinsecchiti al sole.
Questo pensiero della morte, poi, così ossessivo, così iterativo,
che aderisce alla bocca dello stomaco e non mi lascia fiatare,
mai tanto straziante in questi pochi anni ammucchiati,
questo pensiero della morte che non riesco a dire,
ma solo a fiutare, che mi sgretola le ginocchia e mi punge il cervello,
mi rende immobile, capovolto, con i piedi ad implorare l’eterno.
Le pareti di questa stanza si amplificano per poi crollare su se stesse,
le articolazioni degli arti sono cancrena che non posso curare,
gli occhi sbattono aritmici, gonfi di filamenti sanguigni che donano strazio.
Questo pensiero della morte, ora, così castrante, così reiterato,
scaglio il telecomando sul divano, ammasso di giornali e riviste,
esco a fare quattro passi, con il tiepido sole di una Lecce malata.







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