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la mia voce, la musica di luciano pagano

di vertigine (21/06/2004 - 18:22)

un testo tratto da senza respiro, mia silloge poetica stampata in carta riciclata che porto in giro in questo periodo, è stato letto dal sottoscritto, con le musiche di luciano pagano, su questo indirizzo: http://www.musicaos.it/galleria/senzarespiro.htm

Buon Ascolto!

 

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grande madre rossa

di vertigine (21/06/2004 - 12:32)

GMR_coverbig-thumb2.gifgrande madre rossa (giuseppe genna)

di rossano astremo

uscito su www.miserabili.com

 

Grande Madre Rossa di Giuseppe Genna è un romanzo che lascia senza

fiato. Dall’autore di Catrame, Nel nome di Ishmael e Non toccare la pelle del drago arriva il thriller che sonda causticamente i mali della nostra “italietta” e di questo “mondaccio” che crolla a picco e stenta a ridestarsi. Tutto ha inizio con una fragorosa esplosione. Crolla il Palazzo di Giustizia di Milano. Oltre mille morti. Questo inizio non lascia sorpresi. Dopo New York e Madrid i limiti dell’irreale che viene iniettato nella bolla del mondo possibile-romanzo hanno subito un innalzamento in percentuale da brividi. Questo inizio non lascia sorpresi, ma fa paura. Compare Guido Lopez, investigatore presente nei precedenti romanzi di Genna, il quale organizza i lavori volti al recupero dello Schedario sepolto nel cratere del Palazzo di Giustizia. Nelle carte dello Schedario sono sedimentati segreti indicibili che riguardano anche il Presidente del Consiglio. Dove finisce la finzione? Dove comincia la realtà? Lopez entra in un livello di indagine che lo porta alla scoperta di una cellula terroristica eversiva europea, Grande Madre Rossa, che ha organizzato la distruzione del palazzo. Lo Stato ha trucidato tre islamici, considerati colpevoli. Lo stato ha commesso un errore. Gli Islamici non (sempre) c’entrano. Grande Madre Rossa colpirà ancora nel giorno dei funerali di stati delle oltre mille vittime. Grande Madre Rossa colpirà contemporaneamente a Milano, a Roma, ad Aviano, a Bari, a Siena, a Firenze. Grande Madre Rossa colpisce i punti nevralgici della Nazione. Dal trionfo assoluto del terrore la possibilità di una nuova rigenerazione per uno Stato, il nostro, incancrenitosi tanto che puzza da fare schifo. Il romanzo di Genna è un viaggio angosciante nel Male che corrode il nostro mondo. Stile teso, coinciso, vibrante, sincopato, con alcune pagine di grande letteratura, tra le migliori scritte in Italia negli ultimi anni. Considerate l’incipit del romanzo. Il tempo del reale, ossia il momento dell’avvenuta esplosione del Palazzo di Giustizia, è amplificato dal tempo della scrittura, tutto focalizzato su uno sguardo che spacca le barriere spaziali, viaggiando dagli iniziali “duemiladuecento metri sopra Milano”, sino ad arrivare “giù, verso il fondo”, “verso la terra”, verso “l’incredibile voragine”. A tratti si sente il riverbero neoespressionista della potente prosa moreschiana. Aboliamo la nozione di genere, allora, Grande Madre Rossa di Genna non ha la monovalenza interpretativa di molti thriller, non possiede la scrittura piatta, denotativa di molti altri thriller, ma è testo dalla lettura multilivello e dal grande impatto stilistico e formale. E, dopo Grande Madre Rossa, dove ci porterà la scrittura di Genna?

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su esistenza minima ecco cosa scrive lucini (www.poiein.it)

di vertigine (21/06/2004 - 09:54)

 

Nota di lettura - G. Lucini

 

Non c'è da stare allegri leggendo questi quattro recenti testi di Astremo: la cupezza dell'ambientazione, che è poi una costante nelle poesie di Astremo - almeno in quelle che conosco - assume qui un riferimento preciso e non solo generalmente esistenziale come in testi precedenti (si veda ad esempio i testi proposti da Fabio Ciofi nella sua recensione, o i cinque "Frammenti" inviati a Poiein, o anche le poesie del Premio Turoldo 2003), connotato da riferimenti storici, politici e sociali che stiamo vivendo in questi giorni, anche se questo "ambiente" di per sé non è il centro ma solo un pre-testo di poesia.  Sembra insomma, che dai versi cupi di Vittorio Bodini (sulla condizione del Sud ecc. ecc.) si possa di colpo  passare a questi versi di Astremo, certo di altra fattura e di altra sensibilità, ma sempre martellanti sul concetto di immobilismo e di irredenzione, su quella specie di cappa plumbea fatta di contingenza e di bisogno ("Esistenza minima", appunto), che inchioda il Sud a una dissipazione di risorse vitali e creative, sacrificate alla sopravvivenza.

Versi dal tono elegiaco, anche se qui l'autore non segue certo il "filone" dell'elegia tradizionale, coi suoi falsetti e i suoi toni nasali, ma raccatta dalla strada le parole impolverate e logore, incastonandole nei versi, come materiale grezzo di una scultura sbozzata con violenza e con un tremore, una insofferenza che è ben visibile e pronta ad eruttare da questo magma depressivo (strutture metalliche; suoni post-rock; un pavimento che trasuda stanchezza; foto di freelance incolleriti; ecc.): la parola impoetica insomma, che entra nella poesia con forza, quasi a dire, in parole brutali e gridate, che è ora di scendere dal fico, poeti italiani, e guardarsi un po' intorno e smetterla di pensare una poesia di irenismi e di rinsecchiti e intellettualistici sperimentalismi se viviamo all'inferno (l'"Inferno" del quotidiano è appunto un altro tema trattato dal nostro poeta).  Se nelle poesie precedenti questo allarme, questa invettiva, si riferiva più alla sfera del personale privato, qui il poeta tenta l'elegia sociale e corale, ed è così che nella sua poesia entrano la "prosa" della guerra, delle elezioni, del discusso intervento in Irak, ecc. ecc., sempre nel sottofondo, nella grigia campitura del quotidiano immobile e avvilente

 

 

 

  

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