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ancora prosa: l'incipit del nuovo romanzo

di vertigine (23/06/2004 - 19:06)

(un po' di tempo fa misi su questo blog l'incipit di una storia dal titolo il diario del cassiere mirko bordini. la storia è rimasta la stessa, protagonisti anche. ma ho riscritto le prime pagine, che pubblico qui. Buona lettura. .)

 

come cristo morto su una croce rovente

di rossano astremo

(senso di vuoto che colpisce e flagella la bocca dello stomaco)

Lucida mattina. Nella routine che soffoca oltre ogni modo, Mirko Bordini, con occhi tirati e volto gonfio, serve caffè, cappuccini e brioche ai suoi clienti. Nel Day After Bar suona basso 3 volte lacrime dei Diaframma. Residui anni ’80 che ritmano le perle scheggiate di un’esistenza in assoluta discussione.

Nella sala del bar la consuetudine di volti che si ripresentano quotidianamente nella vita di Mirko. Franco l’alcolista, sessantenne dalla barba lunga ed incolta, dal fisico gracile, come stelo di rosa fatta seccare tra le pieghe di un balcone trafitto da un sole in cerca di vendetta.

Franco l’alcolista sorseggia sambuca. Il caffè non è degno di scorrere tra le sue vene di ex operaio del centro siderurgico ILVA. Amianto brilla in estasi. A T. molti nella sua situazione. In attesa di vendetta. Nella morte che, tra sbarre di metallo incandescente, ti sussurra la sua litania da brividi.

Enrico il pazzo, cinquantenne dalla pancia in ebollizione, occhi sbarrati che fissano l’infinito, mani che ruotano nell’aria, costruendo linee immaginarie dai percorsi contorti.

Beve caffè corretto con grappa veneta. Con spalle rivolte verso il bancone, legge la Gazzetta del Mezzogiorno, scuote il capo ogni trenta secondi, salta sul posto (tic nervoso che lo annichilisce).

Poi lui, Mirko Bordini, il gestore di tutta la baracca. Quaranta anni. Quattordici ore di lavoro al giorno, domenica esclusa perché il locale resta chiuso. Dalle sei alle quattordici. Dalle sedici alle ventidue. Tutto questo per non far mancare nulla alla famiglia composta da Federica Negri, moglie, trentotto anni, infermiera presso l’ospedale di G., sottoposta ad orari massacranti di lavoro dal caporeparto. I due coniugi si incontrano di rado. Nella pausa pranzo o a cena, in relazione al turno svolto dall’infermiera. Paola Bordini, diciannove anni, primogenita, ultimo anno del Liceo Classico Moravia di T., bulimica da un periodo non definito. Vomita solo in assenza di entrambi i genitori. Ascolta Joy Division, Cure, Smiths, passione nata rubando i vinili del padre. Legge Burroughs, De Lillo, Dick.

Luce Bordini, quindici anni, frequenta il secondo anno nello stesso liceo della sorella. È conosciuta come la troia del Moravia. Segni particolari: ama farsi inculare.

Mirko Bordini non ha più tempo da dedicare a se stesso, non ha più tempo da dedicare a sua moglie (quando è stata l’ultima volta che è entrato dentro di lei?), non ha tempo di guardare negli occhi le sue due figlie e prendere coscienza della loro avvenuta crescita. Mirko Bordini è nella classica crisi di mezza età. Tutto questo condito da birra D., sorseggiata costantemente dalle otto del mattino alle otto di sera, e ritmata dal via vai delle sghembe figure che si susseguono nel locale. Franco l’alcolista ed Enrico il pazzo passano giornate intere al Day After Bar, si sputtanano mezza pensione, vengono prelevati dalle loro mogli isteriche, oramai coalizzate, puntali, verso le diciannove, quando i due hanno difficoltà persino a respirare.

3 volte lacrime continua a suonare, mentre Mirko Bordini pensa con ossessione alla morte.

Quel senso di vuoto che colpisce e flagella la bocca dello stomaco, al solo pensiero del nero che ci aspetta dopo la vita. Siamo solo cibo per insetti. Pedine piene di merda in attesa di divenire concime. Mentre nella mente di Mirko si aggirano come siluri in cancrena questi pensieri, compare nel locale il fratello Carlo. Psicologo, quarantacinque anni. Un matrimonio andato a puttane. Una dedizione viziosa per whisky e brandy. I due si salutano freddamente. Con gesto automatico Mirko gli versa un bicchiere di Southern Comfort.

- Avrei bisogno di parlarti.

- Sono tutte orecchie.

- Sì, ma non qui. È una questione delicata.

- Allora facciamo stasera, dopo la chiusura del locale.

- Ok. Ti aspetto per cena.

- C’è anche Irina?

- Sì.

Carlo svuota il bicchiere di whisky in un sorso. Esce dal locale. Le spalle arcuate protese verso il pavimento. Occhi incavati. Mani nascoste in tasche scucite. Mirko sorseggia la sua birra. Mentre conati di vomito gli solleticano le viscere.

(solo pochi raggi di sole)

Questa storia di Underworld mi sconvolge. Mi chiedo come cazzo avrà fatto a pensare ad un intreccio del genere. Descrivere decenni di storia seguendo il percorso funambolico di una palla da baseball. DeLillo è riuscito a trascinarmi dalla prima all’ultima pagina. Poi non so se credere a quello che mi ha detto Osvaldo. Secondo lui tutta la storia della palla da baseball è nata a posteriori, nel senso che DeLillo (ma come cazzo fa a credere a una storiaccia del genere!) prima ha accumulato nel cassetto un tot di storie che non lo convincevano a pieno, e poi ha creato l’espediente della palla da baseball in grado di unire i diversi intrecci creati separatamente. Mi sembra una cazzata. Al di là di Osvaldo, penso che Underworld abbia scalzato Pasto Nudo di Burroughs tra le mie letture preferite. Poi dopo pranzo è venuto a trovarmi in stanza mio padre. Aveva l’aria molto stanca. Credo abbia bisogno di un po’ di riposo. Gli ho detto che stavo leggendo De Lillo. Mi ha voltato le spalle, fissando per un tempo indefinito la finestra socchiusa. Solo pochi raggi di sole ad illuminare l’angolo polveroso della mia scrivania. Mi ha detto che anche lui alla mia età aveva una venerazione morbosa per la letteratura americana, (Hemingway, Fitzgerald, Faulkner, Kerouac, Ginsberg) poi una volta all’Università ha scoperto autori come Goffredo Parise (leggi i Sillabari), Giorgio Manganelli, il Moravia di La Vita Interiore, Paolo Volponi (non puoi prescindere da Corporale), Stefano D’Arrigo (l’Horcinus Orca mi ha cambiato la vita). Questa storia dell’Università non gli scende giù. Iscritto alla Facoltà di Lettere e Filosofia di Bologna, 1983. Poi, nell’estate del 1984, l’incontro a T. con mia madre, la passione incontenibile e il frutto del loro peccato, ossia la sottoscritta. Lascia l’Università, torna a T. e i suoi sogni di divenire giornalista vanno a puttane. Gli ho promesso che avrei letto gli autori da lui elencati. Ma prima ho da smaltire un po’ di testi di Burroughs. Sulla scrivani brilla La macchina morbida.

(colore rosso mestruo tra le pareti del water)

Mi sento gonfia. Ho mangiato come una porca. Mangio da fare schifo. Nessuno mi dice nulla. Io mangio senza criterio. Nessuno mi osserva. Mi guarda allo specchio e ho voglia di farla finita.

Ho ingoiato quasi un chilo di gelato. Pensando a cosa. Non ho controllo. Non ho forze nelle braccia. Ho la testa che mi scoppia, ma devo liberarmi, devo liberarmi da questo cibo. Vomito. Colore rosso mestruo tra le pareti del water. Con le mani mi reggo la fronte. Gocce di sudore imperlate che scivolano lungo il viso. Sangue si mescola al cibo che esplode. Respiro a stento. Mi asciugo le labbra. Tiro lo scarico. Tutto il male che ho dentro all’improvviso si scioglie. Torno in camera. Comincio a leggere La macchina morbida, mentre The Queen is dead degli Smiths distende le vene gonfie che ardono nel mio corpo.

(matrimonio che emana profumi di fine)

Federica Negri lava il suo volto nel bagno dell’ospedale. È in pausa, in questo pomeriggio dove i raggi del sole sbiadiscono come cenere infetta incollata su pareti scrostate. Il dottor Adriano Caragli entra con aria disinvolta. Si accosta al lavabo di Federica. Apre il rubinetto, lascia scorrere l’acqua, mentre con mani coperte da guanti sanguinanti crea una grossa immagine a forma di cuore sullo specchio antistante. Federica asciuga il suo volto bagnato. Adriano le si avvicina, comincia ad accarezzarle le guance, mentre le sue labbra si avvinghiano a quelle di Federica. Bagno sigillato. Federica, con cosce aperte, si lascia penetrare dal dottor Caragli. Gode come non lo faceva da anni. Si massaggia i seni. Adriano spinge tutto il suo cazzo nella fica bagnata della sua infermiera. Mentre Mirko prepara caffè ai suoi clienti e pensa con ossessione alla fine di tutto, sua moglie si fa scopare in un bagno lurido e pregno di piscio dal suo caporeparto. Matrimonio che emana profumi di fine. Carni tese in estasi, corpi distesi nella tensione dell’orgasmo, liquidi spruzzati nella fine minima della passione. Il dottor Caragli infila il suo pezzo di carne moscio tra le mutande. Federica si ricompone. Si lava nuovamente il volto, mentre con la mano sinistra distrugge il cuore impresso sullo specchio.

( icone pop, frutto della degenerazione tumorale di MTV)

Luce si muove con velocità sostenuta tra il caos scomposto del suo guardaroba. È alla ricerca dell’abbigliamento giusto. Questa sera esce con Claudio. Diciotto anni. Figlio dell’avvocato Annicchiarico. Le pareti della sua stanza mostrano poster di Britney Spears e Justin Timberlake. Icone pop, frutto della degenerazione tumorale di MTV. Indossa un perizoma e un reggiseno nero. Dalle velate trasparenze i capezzoli si ergono vogliosi. Si avvicina alla scrivania. Tra mucchi di riviste patinate, afferra il cd di Jennifer Lopez. La voce della divetta americana vibra a palla lungo le pareti. Luce completa la sua scelta. Gonna nera con spacco posteriore da brividi. Top striminzito che sostiene a dovere i suoi seni da quindicenne prorompente. Al pensiero del corpo nudo ed esile di Claudio, del suo pene dritto e lungo tra le sue cosce, Luce si bagna come una cagna. La troia del Moravia non ha limiti. Adora collezionare orgasmi. Il pomeriggio, con la sua nube infetta di umido, trascolora in lentezza. Luce è stesa sul suo letto. Con due dite che entrano ed escono dalla sua fica, Luce si dona piacere. La porta della stanza è serrata. Il cd della Lopez suona in loop. Le dita entrano sempre più nella sua fica bagnata. Aumenta il ritmo del movimento meccanico. Manca qualche ora all’appuntamento, ma Luce si prepara nel migliore dei modi.

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astremo e la prosa: ecco su cosa sto lavorando ora

di vertigine (23/06/2004 - 19:01)

 

(un monologo che vuole essere un tributo a joyce, un monologo che nasce dal dibattito con gli amici scrittori del salento sull'inesistenza di lecce come topos letterario, un monologo che uscirà, se  mondo editoriale vuole, a settembre, assieme a luglio, breve romanzo inedito del compagno di avventure luciano pagano, con la luca pensa editore, un monologo che è agli inizi e che vi propongo. accetto, naturlamente, vostre dritte).

 

monologo del 16/ 06/ 2004

 

di rossano astremo

 

Questa storia della defecazione, poi, è di tale importanza che una sua non risoluzione mi condurrebbe alla follia. Sono venti giorni che il mio organismo ha abbandonato i ritmi regolari di una volta, cagata alle otto di mattina, caffè, cagata alle otto e trenta, e poi subito nella redazione del giornale per l’inizio della giornata lavorativa. Se poi la sera precedente faccio un pasto ben oltre la norma, ci può scappare un bel cagatone anche nel bagno redazionale. Ora, le spiegazioni di un simile blocco intestinale vanno attribuite allo stress degli ultimi mesi, dovuto alla nomina di caporedattore della sezione “Cultura e Spettacoli” del “Nuovo Gazzettino di Lecce”, con le responsabilità annesse che questa nomina comporta, con le pressioni dei personaggi più strani che negli orari più insoliti entrano in redazione chiedendoti uno spazio su uno spettacolo teatrale di una compagnia dialettale di Melissano. Ditemi ora voi se uno spettacolo dal titolo U testamento tu tata ‘Ntoni può interessare un quotidiano che ha tra i suoi obiettivi quello di avvicinarsi a lettori della nuova generazione. Un’altra ragione in grado di spiegare la mia stitichezza può essere legata a qualche componente del mio organismo andata fuori posto, non so, per esempio un tratto dell’intestino intasato a causa di corbellerie alimentari ingerite oltre la norma, ché poi la mia alimentazione non è delle migliori, la mia compagna mi dice sempre Teo non fare lo stronzo, mangia per bene, perché poi quando a quaranta anni ti trovi in ospedale a farti esportare un pezzo dell’apparato digerente non lamentarti a cazzo di cane e non dire che non ti avevo avvertito. Intestino intasato, apparato digerente esportato o meno, quello che è certo che il sottoscritto, Teo Toma, classe ’66, giornalista professionista dal ’95, caporedattore delle pagine di “Cultura e Spettacoli” del “Nuovo Gazzettino di Lecce” è un ipocondriaco talmente oltre le righe da non paragonarsi neppure a personaggi usciti dalla penna di Italo Svevo o Giuseppe Berto. Questa premessa sulla situazione delle mie feci, o con più esattezza delle mie non feci, è necessaria per comprendere il mio stato d’animo in questa mattina afosa che precede di cinque giorni l’inizio ufficiale della stagione estiva. Qui a Lecce il caldo ci soffoca da circa cinque giorni. Io ho uno strano rapporto con la stagione estiva. Il caldo mi uccide, la mia pressione scende a livelli paranormali, la testa comincia a battermi aritmicamente, le gambe perdono ogni minima spinta deambulante, mi trovo molto spesso sdraiato sul primo divano che incrocia la mia vista, con aria condizionata sparata a mille, sia in casa che al lavoro, su tutti i centimetri cubici che popolano il mio corpo. Quindi, considerate il caldo asfissiante, tutta le merda che circola non so dove nel mio organismo, il mio volto afflitto che si rispecchia sul televisore spento, e considerate, inoltre, il fatto che tra mezz’ora devo essere al lavoro e la mia auto si trova da Gaetano il meccanico perché la mia compagna ha scassato in un frontale tutta la parte anteriore e, in sincerità, non so proprio quando cazzo sarà utilizzabile e quanto cazzo mi verrà a costare la riparazione. Indosso la camicia e il jeans della sera precedente e mi dirigo a lavoro. Claudia è uscita alle sette e trenta da casa, poiché alle otto le inizia il turno al call center di Surbo. Questa storia dei call center, poi, da un lato la loro presenza è un fatto positivo perché dà  lavoro a un numero cospicuo di persone che non trovano altri sbocchi professionali, però c’è da aggiungere che la paga è da cani e il fatto di chiamare la gente a casa per spiegare i vantaggi di abbonarsi a Teledue, con tutti i “non mi interessa”, i “non scassate le palle”, i “basta con questa rottura di coglioni” genera un progressivo svuotarsi della propria autostima. Mentre i pensieri scorrono come la merda dal mio buco del culo nei tempi di abbondanza, mi son lasciato alle spalle Porta Rudiae e mi dirigo con passo sostenuto verso Piazza Sant’Oronzo, alle spalle della quale si trova la sede del “Nuovo Gazzettino di Lecce”. Questa storia dell’auto mi costringe a sorbirmi ogni mattina la presenza oppressiva di turisti che visitano la nostra città. Vedi gente di ogni nazionalità, tedeschi, svedesi, giapponesi con le loro macchine digitali ad immortalare ogni piccola sborra di piccione poggiata su facciate di chiese o su balconi che abbondano di fregi barocchi, vedi una calca insostenibile nei pressi del Duomo, i negozianti che godono come maiali in calore per la presenza di materia prima da spolpare, vedi cani randagi che inveiscono con rabbia contro questi neofiti usurpatori del loro spazio consueto, vi parlo dei cani randagi perché io ho una fobia remota per tutti i cani di grossa taglia. Il tutto è legato ad un episodio dell’infanzia, avevo più o meno sette anni quando il mio cane, un pastore tedesco di dieci anni, Doogy, scambiò la mia mano per il suo pranzo, procurandomi una ferita non indifferente e generandomi questa ossessione per la specie canina che è aumentata con il passare delle stagioni. Arrivato all’età di trentotto anni, osservo con oculatezza ogni minimo movimento dei cani che incontro per strada, la mia pressione aumenta con immediatezza, sudore freddo comincia a colarmi dalla fronte e solo il passaggio indenne dalla loro presenza contribuisce a ristabilire il corretto funzionamento del mio organismo. Mi fermo un attimo alla Libreria Liberrima, dopodomani è il compleanno di Claudia e vorrei regalarle un bel romanzo, così magari, durante il lavoro, tra una telefonata e l’altra, riesce a spendere il suo tempo in maniera costruttiva. In questo periodo penso che l’Italia stia sfornando un’ottima generazione di narratori, nell’ultimo anno ho letto ottimi romanzi, penso a Il suicidio di Angela B. di Umberto Casadei, a I canti del caos di Antonio Moresco, a Guerra agli Umani di Wu Ming 2, solo per citare i primi tre che mi vengono in mente, quindi penso che nell’acquisto del regalo per Claudio opterò per un autore nostrano. Eccolo, cazzo, questo sì che potrebbe essere un ottimo acquisto, Grande Madre Rossa di Giuseppe Genna, ho già letto Catrame e Nel nome di Ishmael di Genna, do spesso uno sguardo al suo sito letterario I Miserabili, e poi comprando questo romanzo colgo due piccioni con una fava, regalo a Claudia e lettura assicurata del testo per il sottoscritto. Esco con Grande Madre Rossa sotto il braccio, continuo la mia camminata, direzione redazione del giornale, improvvisamente vengo colto da fitte lancinanti allo stomaco, come se le budella, nel loro contorcersi collettivo, stessero risalendo su per la bocca dello stomaco, per poi scendere con velocità siderale lungo l’intestino e trasformarsi in una esplosione sfavillante di merda pregressa, mi giro attorno per trovare un locale con bagno, ma dopo quella volta che al Cin Cin Bar sono stato cacciato e insultato dal proprietario, da poco scomparso, pace all’anima sua, per aver chiesto l’uso del bagno, senza aver consumato nulla, ora ci penso su due volte, ma non ho molto tempo da perdere perché la merda sembra non concedere tregua, poi il culo (la fortuna) è dalla mia parte, perché appena entrato in Piazza Sant’Oronzo mi ricordo che sulla destra ci sono i bagni pubblici, non ci sono mai andato perché mi hanno detto dello schifo che dentro ci trovi, della gente che va lì solo per consultare le riviste porno e farsi dei grandi segoni con entrambi le mani, poi ho letto un testo di John Giorno, autore americano post-beat, che racconta delle sue esperienze sessuali avute nei cessi pubblici di New York (so benissimo che New York non è proprio Lecce, ma la mia mente ragiona a cazzo di cane, tengo a precisarlo), soffermandosi su un maestoso pompino fattogli da Keith Haring e sulla fortuna che ha avuto a non prendersi l’AIDS, a differenza di molti suoi amici e via discorrendo, quindi, essendo un ipocondriaco, col cazzo avrei mai  messo piede in quel cesso, ma nella vita ci sono sempre i momenti in cui le certezze sedimentate nel tuo cervello lasciano spazio allo spuntare carnale e vivido della realtà, nel caso specifico rappresentato da questo groviglio indicibile che il mio stomaco porta con sé.

 

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