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Archivio Giugno 2004

non si muore tutte le mattine, vinicio capossela

di vertigine (29/06/2004 - 18:20)


Un romanzo scomponibile, una cassettiera, un condominio in cui si varcano soglie diverse che portano in luoghi inattesi. Si procede in un concertato di scritture, per rotte, capitolazioni, gironi, spurghi e serenate. Assediati, sotto basse luci allo iodio, si intravedono schiere di ussari, ulani in miniatura, cappellerie a cavallo, costruttori, guastatori, farneticatori, rebetici, sollevatori di pesi, macchine morte, riparatori tv, le balene Franche, l’Animale del Chiavicone, le macerie di Sarajevo, Stambul, la piana ipermercata, l’ospitalità tangenziata, i doppi vetri dei motel, l’amicizia virile, la fine della gioventù, lo Sprechen Deutsch, l’onore, l’orrore, la lealtà, un vestito leggero a ciliegie rosse, Goyeneche, Troilo, Tony Castellano, Jeff Buckley, Glenn Gould, Napoleone. Non si muore tutte le mattine è un’opera sull’ambizione, l’impresa, la resa e la grazia.

Una stagione all’inferno. Dove l’inferno è l’io di chi racconta e insieme la scena, metropolitana, suburbana, in cui si muove, di volta in volta accompagnato dall’amico di sempre, Nutless (ma anche Noodless), maniaco dell’Impresa (l’impresa! L’impresa!) che deve lasciare un segno nella materia vivente e dall’amico alcolico e diabolico, Chinaski, demolitore di certezze e sentimenti che non siano compresi fra la parola ubriaca e l’amicizia virile. Si procede per gironi, per sconfitte, per capitolazioni. Si procede muovendo dal centro verso l’esterno, dal chiuso di uno scantinato – in cui arriva filtrata la musica del giorno e della notte – verso il quartiere (il barrio), primo stadio dell’appartenenza, e poi verso l’angoscia delle tangenziali, della piana ipermercata, e ancora verso un surreale interregno – non è più città, non è ancora o non sarà più natura – dove tutto può accadere. Oltre vi è solo il viaggio, un viaggio lungo le strade defraudate di storia e di vita della Balcanìa, verso i confini estremi di Stanbùl, nelle taverne in cui la musica del rebetico riconferma vitalità e sconfitta. Il viaggio in cui s’accende il fantasma gentile e paziente di una presenza femminile, un’accompagnatrice con vestito a ciliegie rosse. Solo in questa "discesa" o esplorazione si può toccare, anche solo sfiorare, l’epopea dell’esistere. Non a caso il libro si apre su Napoleone Bonaparte – con la sua Beresina, con la sua Waterloo – quasi a siglare con una visione impigliata nelle maglie della storia il senso della caduta. Vinicio Capossela racconta, con talento e un senso originalissimo del linguaggio, il suo mondo, un mondo generoso di ossessioni, acceso di visioni, popolato di eroi-perdenti, musicisti, fantasmi dell’anima, compreso fra l’impudicizia della confessione (quella che l’autore assimila allo spurgo) e la ricerca della bellezza, magari nascosta, magari polverizzata ma pronta a tornare a illuminare la notte, a placare l’ansia del giorno assolato.

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poesie del sol levante, venerdì 2 luglio_officine culturali ergot

di vertigine (29/06/2004 - 11:11)

Venerdì 2 luglio presentazione del secondo libro in versi di Luciano Pagano

Poesie del sol levante, versi senza copyright stampati su carta riciclata

di Rossano Astremo

Verrà presentato Venerdì 2 luglio, presso le Officine Culturali Ergot di Lecce (www.ergot.it), a partire dalle ore 20,30, il libro di poesia di Luciano Pagano, Poesie del sol levante, stampato dalla collana poetica autoprodotta “I Quaderni di Vertigine”. “I Quaderni di Vertigine” nascono come tentativo di veicolare poesia a basso costo, unendo alla dinamica della diffusione delle idee (da qui l’assenza di copyright sui testi) quella del rispetto dell’ambiente, come dimostra la pubblicazione dei testi con carta riciclata. Luciano Pagano, con Poesie del sol levante, ritorna alla produzione in versi dopo un’assenza durata cinque anni, dopo la pubblicazione del libro collettivo Venenum, e dopo l’esperienza della produzione di due romanzi, OPUSCRIPTU corpofranto (2001) e Celle/Visione (2003). I testi che animano le quaranta pagine del libro raccolgono le esperienze di vita accumulate dal poeta in questi anni. Sono poesie sofferte, mai scontate, a volte profondamente cerebrali, un pugno nello stomaco che non lascia indifferenti: “soltanto chi scrive sa odiare come si deve/ come si deve sa dimenticare e ordinare/ sulle liste del proprio corpo il perdono/ inamissibile”. Il tema della riflessione del perché continuare a fare versi emerge con costanza, generando una sorta di piccolo viaggio metapoetico: “questa mia tua poesia, così poco esaltante, così poco commerciale,/ molto poco vendibile, elargita, regalata, questa mia tua poesia esaltata/ in quarti d’ora che son densi come quarti di secolo, brevi come quartine/ e fetenti come quarti di carne ammuffiti, questa mia tua poesia/ che conta poco se è vero che i fogli volanti corrono come messaggi/ e come questi si perdono”. Pagano crea questo piccolo mondo possibile in versi, affinché il poeta, bistrattata piccola figura di un grande globo che lo divora, possa ritagliarsi un ruolo non marginale, ma presente, attivo, dinamico, con una sua funzione agente nei cambiamenti della società: “un giorno avrai bisogno di un poeta/ incapace di mentire ed infallibile, / un retore che muti/ ogni tuo scacco in premio, ogni rigoglio/ ogni tua piccola morte./ quel poeta divorerà i binari/ inseguendoti fino a casa/ dentro al letto”. Con questa sua opera Pagano raggiunge una sua maturità innegabile, imponendosi come voce di spicco nell’ambito del panorama poetico della nostra terra.

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