poema dei tempi che corrono, II
Rossano Astremo
POEMA DEI TEMPI CHE CORRONO
(L’INFORMAZIONE AMMOSCIA CAZZI)
dopo la liberazione di simona pari e simona torretta
Siamo reali solo se filtrati attraverso un tubo catodico,
le nostre emozioni, le nostre lacrime, i nostri sentimenti
raggiungono l’ictus del loro coito nella sublimazione
generata da pixiel a colori e se amiamo il vecchiume non si disdegna mica il bianco e nero.
Così piangiamo dalla disperazione se un freelance dal volto paffutello
viene ammazzato da cellule terroristiche che ne occultano il corpo fatto a brandelli (forse!)
perché hanno in odio il volto sorridente, la pelata istrionica, la bandana demonica
del presidente operaio, il quale ha la memoria corta e presto dimentica la sua morte,
dimentica dopo la retorica sparsa a fiotti spermatici su tutti i canali, su tutti i quotidiani,
su tutte le radio, accompagnato dal Trimalchione dei buoni sentimenti, quel livornese
sfigato del Ciampi nazionale. Dimenticano loro, ma dimentica la collettività,
in fretta, perché la tv ha tempi veloci, come i rapporti sessuali consumati nei reality
sempre troppo veloci perché altrimenti il cameraman si rompe i maroni e cambia inquadratura,
e allora se non sei ripreso nell’atto di scopare quell’atto non è mica reale,
è come se ti spari una sega durante le tue notti dalle facili polluzioni, quando ti sembra sempre di sognare.
Baldoni è già preistoria, archiviato e messo nel dimenticatoio, mentre la moglie,
i figli e i parenti richiedono urlanti a crepapelle il corpo morto della persona amata,
ma lì non ci sono le telecamere perché tutte rivolte a risplendere sui sorrisi
sensuali e ridenti delle due simone avvolte nei loro abiti arabi regalati dai loro sequestratori che
non paghi degli sgarbi fatti nei ventuno giorni di reclusione appioppano loro un corano
in dieci volumi in lingua inglese, una mappazza difficile da digerire, per la serie non vi facciamo
fuori, ma beccatevi sta lettura che è una tortura maggiore, visto che voi occidentali siete un popolo inferiore,
e voi italiani, soprattutto, avete milly carlucci in parlamento, iva zanicchi che si batte per entrare
nell’europarlamento, e avete dozzine di teen-ager che sbavano, bagnandosi mutande e sprecandosi
in ditalini, per il loro costantino, divo della tv del nuovo millennio, che sbaglia congiuntivi,
non sa balla re, non sa cantare, si depila i peli del cazzo, ma esiste perché filtrato da un tubo catodico.
L’etica del nulla trionfa con orgoglio. Questo è davvero il peggiore dei mondi possibili.
l'informazione ammoscia cazzi
ROSSANO ASTREMO
28/09/2004
(prima della liberazione delle due simone)

POEMA DEI TEMPI CHE CORRONO
(L’INFORMAZIONE AMMOSCIA CAZZI)
spengo la radio, la scaglio dalla finestra, la vedo librare,
il cielo ringrazia, sospira nell’etere, vibra, s’incarna,
un nuovo giorno si mostra, cattivo, indocile, tutto mi fa schifo,
ho gli arti di questo corpo che respingo distrutti, aperti,
passo i giorni a leggere quotidiani, a prestare la mia attenzione molesta
a tg, mentre l’ultimo dei kings of convenience sussurra
la disarmonia di questo pianeta al limite della deflagrazione.
l’informazione, come già scritto, colla a picco, rivolta verso
l’inferno, tutto ha il suo risvolto antitetico, tutto è dramma,
tutti hanno occhi sgranati, capovolti, macellati da uomini
con coltelli taglienti, appena affilati, logorroici e sanguigni,
carneficina è il nome da dare a questa sazietà di morte.
ho delle bandiere rosse che hanno accumulato la polvere della dimenticanza,
dovrei ricominciare a rispolverarle, come si rispolvera un daino
imbalsamato nei cambiamenti di stagione, nei quali si dà vita
ai giorni delle grandi pulizie, le stesse che l’america bushiana
ha deciso di mettere in atto contro il diverso da sé.
ma siamo in vena di retorica, oggi più che mai, perché si scrive di getto,
tutti dovremmo scrivere di getto, elidere le sovrastrutture razionali
che ci fottono, senza riavvolgere il nastro della memoria e pescare
tra i libri liceali il capitale di marx, il concetto di sovrastruttura
è metatemporale, supera le pagine sgualcite di manuali giallastri di
filosofia politica, sovrastruttura è ciò che facciamo perché è
a noi imposto, il lavoro è a noi imposto perché dobbiamo produrre,
sempre di più, sempre di più, produrre per arricchirsi,
per avere denti d’oro da sostituire alle carie prodotte
da cibi avariati che tanto ci piacciono, che mangiamo in dosi
spudorate nei nostri convegni in cui parliamo del nulla,
di cazzi e fiche che si agognano, sorseggiando vino rosso
prodotto da contadini nostrani, imbottigliato da aziende vinicole
di pordenone, verona, novara, strane mescolanze di logiche imprenditoriali.
sono ubriaco, come ubriachi si è quando si passa la giornata
a correggere articolo di sport scritti su carta straccia da novantenni
dal cazzo moscio, con penna stilografica consunte,
la loro verità su moduli calcistici, sul lecce di zeman,
sulla goduria del 4-3-3, sull’inutile ricorrere al vecchiume del 4-4-2
in un’epoca in cui ciò che conta è lo spettacolo, vedete, una roma
senza capello, senza emerson e zebina, ha perso colpi, perché non bastano
i cassano e i totti, genio e sregolatezza post-maradoniana, è necessario
avere uno spogliatoio unito, ciò che conta è l’unione della squadra,
ciò che conta è avere bene in mente che il calcio è divertimento, e
con sicignano, cassetti, giacomazzi, bojinov il divertimento è orgasmo che dura.
sono ubriaco, ma come si fa a pretendere la sobrietà quando per pagare
l’affitto si è costretti a fare pure il ghost-writer, a scrivere articoli per conto terzi,
come si fa a non essere ubriachi pensando che l’unica cosa che sai fare
non ti dà il pane, che il mondo sta andando a rotoli e tu sei solo
una comparsa, un fantasma che non è degno di lapidi intarsiate.
sono un ubriaco dal cazzo moscio, con il corriere sgualcito tra le mani,
in questo autunno che non promette nulla di buono.
la città dalle mura che bruciano di rossano astremo
seconda parte del romanzo a puntate
2.
La serata si svolse nel migliore dei modi. Paola e Maria giunsero a casa nostra verso le nove di sera, io Ciro e Livio li attendavamo durante la cottura del primo spaghetti aglio olio e peperoncino preparato nella sua vita da Livio, con la ricetta scritta a penna stilografica su carta riciclata proveniente direttamente dalla cucina della venerata madre. Nell’attesa intessevamo discorsi filosofici del terzo tipo, è necessario sottolineare che il tutto era favorito dalla bevuta di vino rosso di pessima qualità acquistato dall’oste presente alle spalle della nostra abitazione, quindi le profetiche rivelazioni presenti in alcuni scritti di filosofia del linguaggio di Heidegger, il perché degli oltre quattro minuti di silenzio di un pezzo storico di John Cage, la crisi della letteratura italiana alla fine del ventesimo secolo, non c’erano Brizzi, Culicchia e Cannibali che ci garbavano, ci condussero a teorizzare la crisi edulcorata del sistema-mondo, che avrebbe avuto il suo compimento con l’avvento del nuovo millennio.
Giunsero Paolo e Maria, l’uno sempre ben intessuto nei suoi indumenti neri e stinti, l’altra tanto timida da scolorire dietro il suo maglione multicolore. Non vennero a mani vuote, Paolo aveva tra le mani due litri di rosso, la bottiglia di plastica Eureka sprovvista di etichetta era un segno indelebile del fatto che quel vino proveniva dalla stessa osteria dalla quale ci eravamo riforniti qualche ora prima.
Mangiammo con voracità, alternando forchettate di spaghetti scotti ed eversivamente piccanti, voleva forse significare che la ricetta della venerata madre faceva acqua da tutte le parti?, con bevute maschie di vino, con parole che schioccavano limpide e fragorose nello spazio del soggiorno avvolto da una coltre di fumo.
Capii subito che non avrei avuto difficoltà a divenire amico di Paolo. In comune avevamo la stessa passione per la scrittura, i miei versi lunghi e prosodici alla Ginsberg, i suoi frammenti ermetici, cut-up scritti non con il fegato, ma con le vene che collegavano il cervello al resto del corpo, molto vicini al Burroughs della tetralogia degli anni sessanta (quella che va da Pasto Nudo a Nova Express, per intenderci).
La nostra scorpacciata di carboidrati (pasta e pane a iosa) e metanolo (vino acido che si attacca alle pareti dello stomaco e intimandogli la resa) non poteva segnare la fine della serata, Maria, in uno delle poche frasi pronunciate, parlò di un happy-hour in un locale chiamato Madigan’s, nel quale per un paio di ore si vendeva birra a metà prezzo, con un dj che metteva musica new wave e noise da leccare i baffi. Decidemmo che quello sarebbe stato il posto migliore per concludere la nostra prima serata goliardica in una Lecce resa limpida da una Luna superba.
mario desiati su antonio verri/repubblica 19 settembre

“Antonio Verri non andava mai a letto presto, è grazie a lui che ci riunivamo alle trattorie di Sternatia e Cursi” ricorda Maurizio Nocera, l’ottobrino dei romanzi di Verri. Partire dalla vena notturna dello scrittore originario di Caprarica di Lecce è forse necessario, anche per capire quanto il tragico destino di Verri fosse scritto nella sua indole e nel suo modo di vivere.
La notte tra l’8 maggio 1993 e il 9 maggio 1993 una macchina di grossa cilindrata nei pressi di Caprarica di Lecce travolse una 126 che procedeva sulla stessa corsia. L’impatto tra le due autovetture proiettò quella piccola 126 contro un ulivo. Lo schianto fu letale e il conducente della piccola Fiat morì.
Dentro quella macchina accartocciata e fumante sulle radici dell’ulivo c’era la splendida stagione del Pensionante de’ Saraceni, il dibattito letterario degli anni ottanta, le betisse ossia le belle ragazze salentine un po’ addormentate, l’Avanguardia meridionale, le allegre serate a Sternatia e Cursi, quella fresca ventata sulla poesia salentina; in due parole c’era Antonio Verri.
Un uomo importante non solo per quello che ha scritto, ma anche e per tutto quello che ha fatto e lasciato. Innanzitutto l’esperienza di alcune fra le più vivaci riviste letterarie meridionali tra le quali“Caffè Greco”, “Pensionante de’Saraceni” e “Quotidiano dei Poeti”. E poi un’idea nuova e non referenziale della cultura, un intellettuale che aveva abbracciato disparate esperienze come anche quella dell’editoria. Uno scrittore che era alla ricerca del grande romanzo della sua terra, un’opera mondo che lui chiamava Declaro.
La scrittura di Antonio Verri è sostanzialmente inedita, pubblicata in edizioni semiclandestine: “Il pane sotto la neve” (1983), “Il Fabbricante di Armonia”, “La Betissa”, “I trofei della città di Guisnes” (1988), “Bucherer, l’orologiaio” (1995). Conosciuto da uno sparutissimo gruppo di lettori che ne apprezzano la qualità e soprattutto l’originalità. La letteratura di Antonio Verri è una delle più atipiche del secondo Novecento, la sua lingua a metà strada tra prosa e poesia è inclassificabile, ma dotata di un andamento armonico, ricco di metafore e similitudini. Nei suoi libri introvabili echeggiano neologismi, figure fiabesche, un mondo a volte irreale costruito nella cornice di un sogno. Tutto questo però oggi è quasi impossibile da reperire.
Il giovane studioso e scrittore Rossano Astremo nel numero 3 della rivista letteraria Vertigine (vertigine.clarence.com) interamente dedicata a Verri ha in qualche modo messo in luce questo problema dell’irreperibilità dei testi verriani scrivendo nell’editoriale: “Le piccole ripubblicazioni effettuate negli anni da suoi grandi amici di vita, hanno certamente contribuito a tenere desto il ricordo dell’uomo Verri, ma a seppellire quasi definitivamente l’originalità del Verri scrittore.” L’ho interpellato chiedendogli perché oggi una rivista letteraria integralmente dedicata a Verri ? Chi te l’ha fatta fare ? Ha risposto Astremo: “Non mi stancherò mai di ripetere, su Verri mancano testi critici, mancano ripubblicazioni "serie" in grado di portare la sua scrittura al di fuori dei confini marginali della periferia salentina. Si parla spesso di Antonio Verri come di un uomo dal forte dalla grande generosità, colto dal raptus continuo della creatività, ma nessuno si è mai soffermato con attenzione sulla sua scrittura. Vertigine ha fornito un percorso di lettura dell'opera di Verri, ha voluto essere un inizio, mettendo insieme la gente che meglio ha compreso la sua poetica, e mi riferisco in particolare ad Antonio Errico e Fabio Tolledi.”
Il fatto che giovani ventenni pugliesi cerchino ancora in Verri un punto di riferimento fa capire la sua importanza e il suo spirito. Nel manifesto poetico di Verri c’è un verso che rende chiara quanta potenza demistificatrice e dunque innovativa avesse la sua parola: “Fatevi disprezzare, dissentite quanto potete/” e continua dicendo “fatevi un gazebo oblungo, amate/ gli sciocchi artisti beoni, i buffoni/ le loro rivolte senza senso/ le tenerezze di morte, i cieli di prugna/ le assolutezze, i desideri di volare, le risorse del corpo/i misteri di donna Catena./ Fate fogli di poesia poeti, vendeteli per poche lire!”. Queste parole chiare per raccontare in poco la battaglia personale di Verri per la diffusione della letteratura, una battaglia che merita una pubblicazione adeguata. Un primo passo lo compirà un editore calabrese chiamato Abramo che in passato ha pubblicato Gissing e Nöel e adesso pubblicherà “I trofei della città di Guisnes” di Verri. Un passo soltanto, ma che serve a costruire un ponte tra Verri e il resto d’Italia. A proposito di ponti. Verri creava ponti, ponti tra la sua generazione e la sua terra e le altre generazioni e il resto d’Europa, tanto che qualcuno si chiedeva perché una rivista come il Pensionante dovesse ospitare contributi di autori stranieri. Verri rispondeva da poeta dicendo che anche i poeti stranieri “si svegliavano di notte con gli incubi che gli altri, intorno, stavano scrivendo il capolavoro, mentre loro dormivano.”
Lo sguardo davanti alla letteratura italiana era uno sguardo nuovo, ma legato indissolubilmente a una melanconia tipica dello scrittore meridionale, quella che viene brillantemente descritta da Flavio Santi in un suo saggio su Trame “La linea borbonica ha perso perché (in buona fede) ha sbagliato politica: proprio come un nobile aristocratico è restata nella sua villa di campagna a bere vino d’annata, mentre tutti traslocavano in città a bere crodino; la linea lombarda, molto pragmaticamente, ha capito che non basta scrivere capolavori. Bisogna anche saperli vendere. A volte, se è il caso, anche con l’aiuto di qualche imbonitore.” E Verri come Bodini e Vittorio Pagano non era certo uno che andava a bere crodini in città per farsi accettare e neanche aveva mai avuto bisogno di imbonitori. Forse questo senso morale lo aveva fermato prima di qualunque successo e di qualunque consacrazione. Tanto che scrisse di lui Antonio Errico: “Stefen (alter ego di Verri nei suoi scritti nda) fu il padre di una generazione stupenda, né cattedre, né premi, né mortadelle alla cuccagna, perché non ha saputo vendere parolette al mercato dell’usato, perché non ha voluto arrampicarsi al palo ingrassato…”
La sua terra non ha dimenticato Antonio Verri, il Fondo Verri con la regia di Mauro Marino organizza eventi e incontri nello spirito che contraddistingueva l’impegno dello scrittore di Caprarica. Il suo ricordo è necessario filtrarlo oggi nella sua opera scritta, ma anche nei ricordi dei suoi amici, nelle foto che sono rimaste (tra le tante una curiosa con il drammaturgo Fabio Tolledi sotto un drappo rosso) e in quello splendido cammeo che ci ha lasciato la poetessa Claudia Ruggeri dopo la morte del caro amico Antonio: la vita estranea a quella forma/ cresciuta senza gradi o atti o/ noi alla vita – perché l’edera/ sferrata al tirso errante muta di/ luce violenta di suoni in corsa/ come dio squassava le foreste/ ed era primavera (?/ non un solo getto di memoria/ così orgogliosamente ebbri da far/ pensare ad una riva e ad un bosco/ perfetti di acque e poi si fanno/ protezione e poi fuga di forze/ probabilmente strappo e comunque/ più in là religiosamente uguali/ le ipotesi all’ombra inanellate/ allora che vi chiedo./ Chiedetemi di sollevare il calice/ e di portarlo complice alle labbra/ e poi di dirvelo piano e con sottile/ ironia che vi amo.
occidente per principianti
Un giornalista fantasma sulle tracce della prima amante di Rodolfo Valentino. Un possibile scoop che diventa una caccia all'uomo. Un inseguimento che molto presto si trasforma in un viaggio allucinato su e giù per l'Italia. Una stagione - l'estate del 2001 - molto simile a una «zona oscura», una soglia spalancata tra due secoli, due momenti storici, due diversi modi di percepire la realtà. Occidente per principianti (Einaudi, 17 euro), questo romanzo massimalista e scatenato, è anche una tragicomica riflessione sulla società dello spettacolo, e prova ad addentrarsi nelle pieghe di un Paese (il nostro) in cui le città, la vita pubblica e persino i sentimenti dei suoi abitanti sembrano essere la copia - luminosa e inquietante - di un originale smarrito chissà dove.
Un importante quotidiano nazionale viene raggiunto da una notizia che si potrebbe trasformare nello scoop della stagione: da qualche parte, in Italia, sarebbe ancora viva la prima amante di Rodolfo Valentino. Ma dove si trova questa donna, presumibilmente ultracentenaria? Ed è poi proprio una donna? E quanto, in fin dei conti, la sua esistenza può ritenersi attendibile?
Un ghost writer senza prospettive, un regista inseguito dai creditori e una studentessa di cinema bella e infedele si mettono sulle tracce dell'unica persona in grado di testimoniare l'iniziazione sentimentale dell'«uomo più desiderato del suo tempo», con l'obiettivo di strappare un'intervista. I tre abbandonano Roma - morta e stagnante come una palude - per puntare verso Milano, o quel che resta dell'ex capitale morale, invertendo a un certo punto la rotta verso sud fino a raggiungere il paesino dell'entroterra pugliese da cui, circa un secolo prima, era partito alla volta di New York un giovane di belle speranze e dallo sguardo enigmatico, un'anonima creatura di carne e sangue destinata a diventare la prima grande icona dello show-biz. Sorprende, in questo romanzo di Nicola Lagioia, la capacità di inventare una lingua letteraria che è fatta anche di cinema, di fumetti, di siti internet surreali o morbosi, di molto tempo speso davanti a una cattiva televisione. Così la scrittura torna a essere un modo per leggere la realtà, il punto in cui l'intelligenza e la fantasia s'incontrano per fare del piacere di raccontare uno scorcio luminosissimo sull'universo circostante: non solo l'Italia divorata dal moloch dello spettacolo, ma la libertà obbligatoria dei trentenni destinati a un infinito precariato intellettuale, il senso d'irrealtà di un mondo in cui le cose non sono più davvero «le cose».
teoria e tecnica dell'artista di merda
Riflessioni su Teoria e Tecnica dell’artista di merda (a cura di Claudio Morici, Valter Casini Editore)
Prendete dalle vostre librerie fetide tutte le antologie sparatevi nelle vene in questo 2004, dagli Intemperanti di Meridiano Zero a La qualità dell’aria di minimum fax, passando per l’orrenda Viva l’Italia! di Fandango, mettetele nel vostro camino per dare fuoco al tutto, poi recatevi nella più vicina libreria e chiedete al vostro rivenditore di fiducia Teoria e Tecnica dell’artista di merda, edito da Valter Casini, e capirete che la letteratura ha (forse) ancora senso. Partiamo dal curatore di questa atipica antologia, Claudio Morici, il quale nell’introduzione, dopo aver chiarito il riferimento del titolo al testo di Philip K. Dick Confessioni di un artista di merda, conclude dicendo: “L’ultima volta che ho sentito al telefono Micheal Jackson abbiamo parlato proprio di questo. Gli ho raccontato di Teoria e tecnica dell’artista di merda, perché voleva saperne di più. Gli ho detto che non sarebbe stata un’antologia di giovani artisti brillanti, contemporanei, pronti a far parlare di sé. Probabilmente nessuno di noi pubblicherà tra cinque mesi con Mondadori o registrerà con la Virgin. Tra dieci anni non leggeranno i nostri nomi dicendo “Erano già tutti lì”. Forse nemmeno avremo un momento di notorietà, questo libro non è Saranno Famosi, ci leggeranno 1.000/3.000 persone massimo: così vende la media editoria. Questo libro si autodistruggerà dopo che l’hai letto. Anche io mi autodistruggerò. Spero ti distruggerai un po’ anche te, che farai cadere almeno dei pezzetti”.
Il testo è diviso in sei capitoli, ciascuno dei quali ospita un numero imprecisato di artisti di merda con loro testi di merda, ma questo odore tanto sgradevole di feci penso sia la chiave migliore per leggere il nostro tempo, infatti Teoria e tecnica dell’artista di merda è un’antologia sui mali oscuri che affliggono la nostra generazione nell’epoca dell’italietta berlusconiana.
Il primo capitolo ha come titolo L’artista di merda fa il doppio lavoro (il secondo in omaggio), e ospita autori quali Marco Andreoli, Andrea Carbone e Miriam Bendia, alle prese con la lotta quotidiana della precarietà lavorativa. Il secondo, dal titolo L’artista di merda è in servizio 24 ore su 24, contiene un testo di Gianluca Gigliozzi, Il giovane disoccupato come avanguardia sociale. Una sintesi teorica, scrittore che ha trascorso gli anni più belli della sua giovinezza nella stesura di Neuropa, un romanzo folle, colto, geniale, tanto apprezzato quanto impubblicato. Il capitolo terzo, L’artista di merda ruba, contiene, tra gli altri, un testo di un autore Anonimo, su come rubare nelle grandi librerie senza farsi fottere, il capitolo quarto, L’artista di merda è di Moda, ospita Matteo Galiazzo, autore pubblicato da Einaudi dimenticato, Marco Mario De Notaris, attore che sopravvive grazie ai suoi ruoli nelle fiction televisive. Ci avviciniamo alla fine e ci si avvicina anche ad alcuni testi che rasentano la follia. Nel quinto capitolo, L’artista di merda non è un genio incompreso, c’è un testo di Gianfranco Marziano, Le più grandi invenzioni del millennio furono fatte da artisti di merda. Un’affascinante ipotesi storiografica. Eccovene un assaggio: “1225. ADALGISO DA CAPASOTTA PISCIA IN CULO ALLA SUOCERA E SCOPRE L’ACIDO ASGUORBICO. 1405: IL CHIMICO EVERALDO DA NORCIA RIESCE A POLARIZZARE UNA VARRA DI RAME E SE LA CHIAVA IN CULO. GIRANO COME I SCIEMI. 1850: DARWIN PIGLIA L’A8 SALERNO BATTIPAGLIA A ORA DI PUNTA. QUANDO SCENDE, VA A CASA A SCRIVERE L’ORIGINE DELLA SPECIE. 1891: GUGLIELO MARCONI COSTRUISCE LA PRIMA RADIO. 1891: (LA SERA) GLIELA FOTTONO DA DENTRO LA MACCHINA”. Il libro nel finale sembra virare verso il demenziale, ma questo lo rende più spassoso, mai noioso, scorrevole e nel contempo riflessivo. L’ultimo capitolo, il sesto, dal titolo L’artista di merda è invincibile, si conclude con il testo di Pino Boresta L’imponderabile e misterioso scorrere della vita. Ovvero dove vanno gli spermatozoi?. Provate anche voi a fare due conticini: “Ho contato anche tutte le volte che ho avuto dei rapporti sessuali, considerando tra questi anche i rapporti orali. Ad oggi 4 marzo 1999 sono 1058 gli orgasmi ottenuti durante rapporti sessuali con donne. Fino ad ora solo con donne. Ho cronometrato che un orgasmo da rapporto dura in media 20”, cinque secondi in più dell’orgasmo autoprocurato. Ho calcolato così in ore il totale del tempo goduto: 1058*20”=211160”=5h8’. Ho quindi sommato le ore delle due categorie cioè: orgasmi da masturbazione + orgasmi da rapporto, ottenendo con buona approssimazione il totale di tutti gli orgasmi della mia gloriosa o misera (secondo i punti di vista) esistenza: 15h25’+5h8’=20h33’. Ho così scoperto che manca poco meno di tre ore e mezzo per raggiungere la famigerata 24° ora che segnerà un gio0rno intero di “orgasmato”. Cosa accadrà allora?”. Il delirio della scrittura si è compiuto. Per chi volesse avere maggiore notizie sul libro può consultare il sito www.valtercasini.com.
Rossano Astremo
poesie di giovanni raboni
è morto giovanni raboni

E' morto a Parma, in seguito a un attacco cardiaco, Giovanni Raboni, poeta e critico letterario. Raboni era nato a Milano nel 1932. Esordi' come poeta all'inizio degli anni Sessanta con due brevi raccolte, 'Il catalogo e' questo', e 'L'insalubrita' dell'aria'. La pubblicazione di raccolte di poesie (l'ultima e' 'Barlumi di storia' del 2002) continua ininterrottamente e si affianca alla sua attivita' di critico letterario e di traduttore. Raboni ha scritto su 'Paragone', 'Quaderni piacentini' ed era il critico del 'Corriere della Sera'. Da poeta Raboni usa la forma libera, per tornare, a partire dal 1990 con 'Versi guerrieri e amorosi', alla forma chiusa, abbandonandola poi con l'ultima raccolta del 2002. Raboni e' stato traduttore di Baudelaire, Apollinaire, e Proust. Del grande scrittore francese ha tradotto la 'Recherche' pubblicata nella collana 'I Meridiani' della Mondadori. E' stato anche direttore editoriale negli anni '70 per la casa editrice Guanda. Tra i suoi saggi di critica letteraria ci sono 'Poesia degli anni sessanta' del 1968 e 'Quaderno in prosa' del 1981.
auguri giudici!
Giovanni Giudici, una vita in versi che splende da ottanta anni
Giovanni Giudici è uno dei vecchi arzilli della nostra poesia contemporanea, ottanta anni e tanta voglia di svelarsi al mondo col piglio diretto del suo verseggiare sempre suggestivo.
I tre anni di differenza da Zanzotto e i due da Pasolini e Erba bastano perché la poesia di Giudici nasca postuma all’ermetismo. Il distacco dalla lirica “pura” si accompagna ad un recupero di precedenti esperienze poetiche novecentesche, tanto che Franco Fortini ha considerato Giudici un rappresentate del “crepuscolarismo internazionale”. Con gli esponenti crepuscolari di inizio secolo, Govoni, Gozzano, Lucini, Moretti, ha certamente in comune quell’ansia di parlare della propria esistenza, di fare della poesia uno strumento volto alla costruzione della propria autobiografia.
Ne è esempio la splendida Una sera come tante, tratta da La vita in versi:







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