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un racconto di merda del sottoscritto

di vertigine (14/09/2004 - 09:47)

 

Rossano Astremo

Teo, il gzzettino e una storia di merda quotidiana

 

Questa storia della defecazione, poi, è di tale importanza che una sua non risoluzione mi condurrebbe alla follia. Sono venti giorni che il mio organismo ha abbandonato i ritmi regolari di una volta, cagata alle otto di mattina, caffè, cagata alle otto e trenta, e poi subito nella redazione del giornale per l’inizio della giornata lavorativa. Se poi la sera precedente faccio un pasto ben oltre la norma, ci può scappare un bel cagatone anche nel bagno redazionale. Ora, le spiegazioni di un simile blocco intestinale vanno attribuite allo stress degli ultimi mesi, dovuto alla nomina di caporedattore della sezione “Cultura e Spettacoli” del “Nuovo Gazzettino di Lecce”, con le responsabilità annesse che questa nomina comporta, con le pressioni dei personaggi più strani che negli orari più insoliti entrano in redazione chiedendoti uno spazio su uno spettacolo teatrale di una compagnia dialettale di Melissano. Ditemi ora voi se uno spettacolo dal titolo U testamento tu tata ‘Ntoni può interessare un quotidiano che ha tra i suoi obiettivi quello di avvicinarsi a lettori della nuova generazione. Un’altra ragione in grado di spiegare la mia stitichezza può essere legata a qualche componente del mio organismo andata fuori posto, non so, per esempio un tratto dell’intestino intasato a causa di corbellerie alimentari ingerite oltre la norma, ché poi la mia alimentazione non è delle migliori, la mia compagna mi dice sempre Teo non fare lo stronzo, mangia per bene, perché poi quando a quaranta anni ti trovi in ospedale a farti esportare un pezzo dell’apparato digerente non lamentarti a cazzo di cane e non dire che non ti avevo avvertito. Intestino intasato, apparato digerente esportato o meno, quello che è certo che il sottoscritto, Teo Toma, classe ’66, giornalista professionista dal ’95, caporedattore delle pagine di “Cultura e Spettacoli” del “Nuovo Gazzettino di Lecce” è un ipocondriaco talmente oltre le righe da non paragonarsi neppure a personaggi usciti dalla penna di Italo Svevo o Giuseppe Berto. Questa premessa sulla situazione delle mie feci, o con più esattezza delle mie non feci, è necessaria per comprendere il mio stato d’animo in questa mattina afosa che precede di cinque giorni l’inizio ufficiale della stagione estiva. Qui a Lecce il caldo è soffocante. Io ho uno strano rapporto con la stagione estiva. Il caldo mi uccide, la mia pressione scende a livelli paranormali, la testa comincia a battermi aritmicamente, le gambe perdono ogni minima spinta deambulante, mi trovo molto spesso sdraiato sul primo divano che incrocia la mia vista, con aria condizionata sparata a mille, sia in casa che al lavoro, su tutti i centimetri cubici che popolano il mio corpo. Quindi, considerate il caldo asfissiante, tutta le merda che circola non so dove nel mio organismo, il mio volto afflitto che si rispecchia sul televisore spento, e considerate, inoltre, il fatto che tra mezz’ora devo essere al lavoro e la mia auto si trova da Gaetano il meccanico perché la mia compagna ha scassato in un frontale tutta la parte anteriore e, in sincerità, non so proprio quando cazzo sarà utilizzabile e quanto cazzo mi verrà a costare la riparazione. Indosso la camicia e il jeans della sera precedente e mi dirigo a lavoro. Claudia è uscita alle sette e trenta da casa, poiché alle otto le inizia il turno al call center di Surbo. Questa storia dei call center, poi, da un lato la loro presenza è un fatto positivo perché dà  lavoro a un numero cospicuo di persone che non trovano altri sbocchi professionali, però c’è da aggiungere che la paga è da cani e il fatto di chiamare la gente a casa per spiegare i vantaggi di abbonarsi a Teledue, con tutti i “non mi interessa”, i “non scassate le palle”, i “basta con questa rottura di coglioni” genera un progressivo svuotarsi della propria autostima. Mentre i pensieri scorrono come la merda dal mio buco del culo nei tempi di abbondanza, mi son lasciato alle spalle Porta Rudiae e mi dirigo con passo sostenuto verso Piazza Sant’Oronzo, alle spalle della quale si trova la sede del “Nuovo Gazzettino di Lecce”. Questa storia dell’auto mi costringe a sorbirmi ogni mattina la presenza oppressiva di turisti che visitano la nostra città. Vedi gente di ogni nazionalità, tedeschi, svedesi, giapponesi con le loro macchine digitali ad immortalare ogni piccola sborra di piccione poggiata su facciate di chiese o su balconi che abbondano di fregi barocchi, vedi una calca insostenibile nei pressi del Duomo, i negozianti che godono come maiali in calore per la presenza di materia prima da spolpare, vedi cani randagi che inveiscono con rabbia contro questi neofiti usurpatori del loro spazio consueto, vi parlo dei cani randagi perché io ho una fobia remota per tutti i cani di grossa taglia. Il tutto è legato ad un episodio dell’infanzia, avevo più o meno sette anni quando il mio cane, un pastore tedesco di dieci anni, Doogy, scambiò la mia mano per il suo pranzo, procurandomi una ferita non indifferente e generandomi questa ossessione per la specie canina che è aumentata con il passare delle stagioni. Arrivato all’età di trentotto anni, osservo con oculatezza ogni minimo movimento dei cani che incontro per strada, la mia pressione aumenta con immediatezza, sudore freddo comincia a colarmi dalla fronte e solo il passaggio indenne dalla loro presenza contribuisce a ristabilire il corretto funzionamento del mio organismo. Mi fermo un attimo alla Libreria Liberrima, dopodomani è il compleanno di Claudia e vorrei regalarle un bel romanzo, così magari, durante il lavoro, tra una telefonata e l’altra, riesce a spendere il suo tempo in maniera costruttiva. In questo periodo penso che l’Italia stia sfornando un’ottima generazione di narratori, nell’ultimo anno ho letto ottimi romanzi, penso a Il suicidio di Angela B., a I canti del caos, a 54, solo per citare i primi tre che mi vengono in mente, quindi penso che nell’acquisto del regalo per Claudio opterò per un autore nostrano. Eccolo, cazzo, questo sì che potrebbe essere un ottimo acquisto, Grande Madre Rossa di Giuseppe Genna, ho già letto i suoi Catrame e Nel nome di Ishmael, do spesso uno sguardo al suo sito letterario I Miserabili, e poi comprando questo romanzo colgo due piccioni con una fava, regalo a Claudia e lettura assicurata del testo per il sottoscritto. Esco con Grande Madre Rossa sotto il braccio, continuo la mia camminata, direzione redazione del giornale, improvvisamente vengo colto da fitte lancinanti allo stomaco, come se le budella, nel loro contorcersi collettivo, stessero risalendo su per la bocca dello stomaco, per poi scendere con velocità siderale lungo l’intestino e trasformarsi in una esplosione sfavillante di merda pregressa, mi giro attorno per trovare un locale con bagno, ma dopo quella volta che al Cin Cin Bar sono stato cacciato e insultato dal proprietario, da poco scomparso, pace all’anima sua, per aver chiesto l’uso del bagno, senza aver consumato nulla, ora ci penso su due volte, ma non ho molto tempo da perdere perché la merda sembra non concedere tregua, poi il culo (la fortuna) è dalla mia parte, perché appena entrato in Piazza Sant’Oronzo mi ricordo che sulla destra ci sono i bagni pubblici, non ci sono mai andato perché mi hanno detto dello schifo che dentro ci trovi, della gente che va lì solo per consultare le riviste porno e farsi dei grandi segoni con entrambi le mani, poi ho letto un testo di John Giorno, autore americano post-beat, che racconta delle sue esperienze sessuali avute nei cessi pubblici di New York (so benissimo che New York non è proprio Lecce, ma la mia mente ragiona a cazzo di cane, tengo a precisarlo), soffermandosi su un maestoso pompino fattogli da Keith Haring e sulla fortuna che ha avuto a non prendersi l’AIDS, a differenza di molti suoi amici e via discorrendo, quindi, essendo un ipocondriaco, col cazzo avrei mai  messo piede in quel cesso, ma nella vita ci sono sempre i momenti in cui le certezze sedimentate nel tuo cervello lasciano spazio allo spuntare carnale e vivido della realtà, nel caso specifico rappresentato da questo groviglio indicibile che il mio stomaco porta con sé. Scendo i gradini con salti da alieno, nel sotterraneo cesso pubblico trovo davanti a me un tipo scheletrico, sulla sessantina, che mi fissa stizzito, mi porge della carta tra le mani, mi chiede 50 centesimi, io gli dico guarda aspetta per i soldi che mi sto cacando addosso, sono già in posizione pronto a riempire lo spazio circostante di odori e rumori indicibili, ma il mio intestino è proprio in una fase no, all’improvviso è come se un tappo di sughero si fosse infilato su per il buco del culo, il tutto si blocca, sono impietrito, con tutto il peso del corpo sostenuto dalle ginocchia per non poggiare il culo sul tarallo pieno di piscio rancido e maleodorante, sudo freddo, il corpo assume una posa statuaria, ma lontana anni luce da una qualunque scultura di Canova, sono una scultura del cazzo, gocce di sudore imperlano il mio volto avvizzito, questa merda non ne vuole sapere di scendere, sono sul limite dello svenimento, nella mente prende forma l’immagine del custode dei cessi pubblici che viene a soccorrermi, sollevandomi di peso con le sue mani incancrenite da pugnette alle quale si sottopone quotidianamente per tappare le bolle temporali di vuoto che si iniettano nelle sue giornate. D’improvviso l’immagine del custode viene meno, i miei occhi non assorbono più la luce esterna, tutto si blocca, per pochi attimi, poi l’esplosione viscerale, dal profondo, roboante, riempio il cesso di merda sanguigna, la mia pelle spruzza a fiotti sudore acido, di liberazione, comincio a respirare regolarmente, ritorno a sentirmi umano, a pensare alla giornata con maggiore fiducia, mentre avvolgo attorno la mano strati di carta igienica grigia e mentre nella stanza affianco il custode poso il suo sguardo sui culi nudi e aperti del giornaletto al quale da anni è abbonato, Così giovani cosi ninfomani.

 

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i lanzillotti di francesco lanzo

di vertigine (14/09/2004 - 09:44)

Avevo promesso di ritornare su questo romanzo una volta terminata la lettura

 

 

Negli ultimi anni assistiamo al crescente interesse, da parte dell’editoria italiana, nei confronti della nuova generazione di scrittori attraverso il moltiplicarsi di collane a loro interamente dedicate. E se da un lato annoveriamo la collana nichel della minimum fax di Roma, curata dal barese Nicola Lagioia, per la quale hanno pubblicato Valeria Parrella, Christian Raimo, Francesco Pacifico, o la collana Indicativo Presente della Sironi di Milano, curata da Giulio Mozzi, che ha portato sulla cresta dell’onda Tullio Avoledo, Umberto Casadei e Antonella Cilento tra gli altri, la Puglia non sta certo a guardare. La Palomar di Bari ha da poco la sua collana interamente dedicata all’ultima generazione di narratori, la Cromosoma Y, curata da Michele Trecca e Andrea Di Consoli, un “laboratorio meridionale delle scritture del mutamento” che ha da poco pubblicato il romanzo d’esordio del leccese Francesco Lanzo, I Lanzillotti (storia di uno e di tanti, d’amore e di teorie inutili). Partiamo da alcune divertenti note biografiche dell’autore presenti nel risvolto di copertina: “Francesco Lanzo è nato a Lecce il 29 dicembre 1980. Sa zappare la terra e ha aiutato diverse volte suo fratello durante l’infilaggio di fili elettrici sa preparare la consa e il cemento ha fatto il lavapiatti il palo l’uomo dei volantini il barista il muratore…”. Questo piglio ironico è presente in tutto il romanzo, storia di un giovane come tanti, ambientata in una Lecce quanto mai contemporanea, ricolma di studenti universitari che trascorrono le loro serate post-studio a bere birra su birra in locali cult quali l’Orient Express o il Pochaontas. Il romanzo ha, non a caso, l’autorevole introduzione di Livio Romano, il quale scrive: “Questa che Lanzo narra con un sound personalissimo è una storia che dalla profonda provincia meridionale si protrae in continuazione verso un Nord leggendario senza per questo tradire quei profumi vitali, quelle notti terse di stelle e di sogno, quel girovagare per la pianura e per i posti schifi eppur parte irrinunciabile della propria identità”. Dico non a caso perché tra le pagine di Lanzo si sente l’eco del primo Romano, quello di Mistandivò per intenderci, con serate passate tra amici a bere, a macinare chilometri alla ricerca di un’alba che possa stagliarsi nella mente e divenire indimenticabile, a discutere del futuro, del lavoro, dell’assenza di denaro, delle sempre imprevedibili e tortuose vie dell’amore. Sì, perché è l’amore del protagonista per Pina a strutturare il dipanarsi della vicenda romanzesca, un amore ostacolato dalla presenza della dannata rockstar di turno, Uccio, più seducente e ammaliante di un povero studente in Lettere Moderne, perso tra la preparazione degli esami e le letture di libri “intellettualoidi”. Con Romano ha in comune, inoltre, un approccio sperimentale nello sviluppo della prosa, attraverso l’utilizzo ossessivo del gergo giovanile, mescolato a termini pescati dal cilindro senza fondo del dialetto e poi italianizzati, rompendo una sintassi ritmata dalla punteggiatura e prediligendo un flusso di coscienza a tratti aggrovigliato e snervante: “Allora, voi in questa storia non c’entrate niente, voi davvero in questa storia non c’entrate manco di lato, ché questa è la mia storia e anche se in una storia se ne possono conoscere mille altre e bla bla bla di una storia come questa non vi riempite le orecchie e gli occhi nommanco se pagate soldoni, ché questa è la mia storia, credetemi, per quel fatto dell’onestà che a noi di dire le bugie e  di essere falsi manco con te stesso te lo puoi permettere, le cose te le dici in faccia anche da solo, sarà per questo che ci stiamo tutti un po’ antipatici, quelli della congregheria mia dico, i Lanzillotti”. Un buon esordio, divertente, per molti tratti scorrevole, che lascia ben sperare per gli esiti futuri del giovane Lanzo.

 

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di vertigine (14/09/2004 - 09:30)

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Lettere a nessuno - di Antonio Moresco

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