la città dalle mura che bruciano/1
romanzo a puntate che uscirà sul settimanale salentino città magazine (forse)
Rossano Astremo
La città dalle mura che bruciano
Tutta la verità sul primo anno universitario di Leo Monsanto
1.
Ero stato a Lecce poche altre volte, da piccolo, quando le gite scolastiche ti conducono in posti dei quali non apprezzi mai a sufficienza le bellezze architettoniche e artistiche del posto. Avevo, infatti, solo un vago ricordo della città. Nella mia mente si stagliavano nitide le sofisticante e tondeggianti chiese che addobbavano ritmicamente il centro storico. Avrei avuto il tempo per rimediare alle mie mancanze da turista piccolo e disattento Abbandonate le abitudini castranti della vita da liceale ero pronto per l’avventura universitaria. Dal piccolo paese in provincia di Taranto, assuefatto alle nubi cancerogene dell’ ILVA, centro siderurgico croce e delizia della nostra terra, mi trasferivo a Lecce, con la voglia di dare una svolta alla mia esistenza, di allontanarmi dal cordone ombelicale materno asfissiante. Mi iscrissi al corso di Laurea in Lettere Moderne. Nulla di impegnativo. Assecondai la mia passione per la letteratura. Presi in affitto una stanza in una casa nei pressi di Porta Rudiae, via TRENTO n. 4. Nella mia stessa casa Livio, mio compagno di liceo, chitarrista apprezzato nel colto mondo della musica classico, e Ciro, mia amico d’infanzia, pianista apprezzato nel mondo deviato dei centri sociali della provincia di Taranto e Brindisi, entrambi iscritti, non a caso, al corso di laurea in Beni Musicali. Ci trasferimmo a Lecce in una mattina di ottobre, una settimana prima del regolare inizio delle lezioni. Riempimmo due macchine di libri, selezionati con cura, non quei soliti libri che si parcheggiano nelle librerie con la semplice pretesa di creare armonia con il resto del mobilio, ma testi dai quali era impossibile staccarsi, Tropico del Cancro, Pasto Nudo, I Sotterranei, La storia dell’occhio, solo per citare quelli tosti dai quali non si può prescindere. Non erano, però, solo i libri a popolare le nostre utilitarie, ma valigie stracolme di camicie, magliette, jeans sdruciti, mutande nere, calze di spugna grigie. Impossibile staccarsi dalla fase grunge. Nevermind echeggiava nelle nostre menti con ossessione. L’unico dei tre a non avere camicie di flanella a quadrettoni, stile Kurt Cobain, era Livio, il quale preferiva adagiare sul suo corpo esile tessuti di lino, ma noi lo amavamo per quel suo stile un po’ fuori dal tempo. Dimenticavo! Nelle nostre utilitarie avevamo anche le tre mamme, pronte a stravolgere la casetta che avevamo preso in affitto, munite di scope, detersivi per ogni evenienza, alle quali il cuore batteva a mille, come se a cambiare vita e ad abbandonare il tetto famigliare fossero loro tre. Le abbandonammo in casa, un cucinino, un soggiorno, un bagno, due stanze da letto, io e Ciro dormivamo nella stessa stanza, mentre Livio aveva preferito pagare un po’ di più con la possibilità di avere una stanza tutta per sé. Attraversammo a piedi tutto il viale dell’Università e raggiungemmo l’Ateneo, alla ricerca di tutor in grado di darci qualche dritta sulle lezioni da seguire, sui piani di studio da compilare, sugli esami da evitare, su quelli facili che era necessario sostenere, ma le nostre intenzioni costruttive vennero presto abbattute dall’incontro di una delle ex compagne di liceo di Ciro, Maria. Maria era in compagnia del suo ragazzo, Paolo, un tipo magro da star male, che vestiva di nero, con scarpe a punta, jeans attillati, chiodo consumato. Per lui gli anni ottanta non erano passati invano. Maria si era appena iscritta al corso di laurea in Beni Mobili e Artistici, Paolo aveva fatto la stessa mia scelta kamikaze di iscriversi a Lettere Moderne, dopo due anni trascorsi a Bari frequentando Agraria. Ciro spiegò a Maria dove era situata la nostra casa, lei aveva preso una stanza in affitto nel quartiere Santa Rosa, alle spalle del Bar Commercio, mentre Paolo non distava molto da noi. Ci saremmo incontrati la sera per inaugurare la nostra casa con una sacrosanta bevuta. Era il minimo. Livio era l’unico interdetto. Io e Ciro ci guardammo negli occhi, assaporando sulla nostra pelle quella brezza frizzante dell’assoluta libertà appena conseguita. Tornammo a casa, dopo aver bevuto un paio di birre per la strade. Le nostre mamme erano esauste, sedute sul divano del nostro soggiorno. Avevano lucidato ogni angolo della casa. Mangiammo un panino assieme. Raccolsero i loro attrezzi e si congedarono da noi. Non potevano mica immaginare quello che sarebbe successo quella sera.







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