mario desiati su antonio verri/repubblica 19 settembre

“Antonio Verri non andava mai a letto presto, è grazie a lui che ci riunivamo alle trattorie di Sternatia e Cursi” ricorda Maurizio Nocera, l’ottobrino dei romanzi di Verri. Partire dalla vena notturna dello scrittore originario di Caprarica di Lecce è forse necessario, anche per capire quanto il tragico destino di Verri fosse scritto nella sua indole e nel suo modo di vivere.
La notte tra l’8 maggio 1993 e il 9 maggio 1993 una macchina di grossa cilindrata nei pressi di Caprarica di Lecce travolse una 126 che procedeva sulla stessa corsia. L’impatto tra le due autovetture proiettò quella piccola 126 contro un ulivo. Lo schianto fu letale e il conducente della piccola Fiat morì.
Dentro quella macchina accartocciata e fumante sulle radici dell’ulivo c’era la splendida stagione del Pensionante de’ Saraceni, il dibattito letterario degli anni ottanta, le betisse ossia le belle ragazze salentine un po’ addormentate, l’Avanguardia meridionale, le allegre serate a Sternatia e Cursi, quella fresca ventata sulla poesia salentina; in due parole c’era Antonio Verri.
Un uomo importante non solo per quello che ha scritto, ma anche e per tutto quello che ha fatto e lasciato. Innanzitutto l’esperienza di alcune fra le più vivaci riviste letterarie meridionali tra le quali“Caffè Greco”, “Pensionante de’Saraceni” e “Quotidiano dei Poeti”. E poi un’idea nuova e non referenziale della cultura, un intellettuale che aveva abbracciato disparate esperienze come anche quella dell’editoria. Uno scrittore che era alla ricerca del grande romanzo della sua terra, un’opera mondo che lui chiamava Declaro.
La scrittura di Antonio Verri è sostanzialmente inedita, pubblicata in edizioni semiclandestine: “Il pane sotto la neve” (1983), “Il Fabbricante di Armonia”, “La Betissa”, “I trofei della città di Guisnes” (1988), “Bucherer, l’orologiaio” (1995). Conosciuto da uno sparutissimo gruppo di lettori che ne apprezzano la qualità e soprattutto l’originalità. La letteratura di Antonio Verri è una delle più atipiche del secondo Novecento, la sua lingua a metà strada tra prosa e poesia è inclassificabile, ma dotata di un andamento armonico, ricco di metafore e similitudini. Nei suoi libri introvabili echeggiano neologismi, figure fiabesche, un mondo a volte irreale costruito nella cornice di un sogno. Tutto questo però oggi è quasi impossibile da reperire.
Il giovane studioso e scrittore Rossano Astremo nel numero 3 della rivista letteraria Vertigine (vertigine.clarence.com) interamente dedicata a Verri ha in qualche modo messo in luce questo problema dell’irreperibilità dei testi verriani scrivendo nell’editoriale: “Le piccole ripubblicazioni effettuate negli anni da suoi grandi amici di vita, hanno certamente contribuito a tenere desto il ricordo dell’uomo Verri, ma a seppellire quasi definitivamente l’originalità del Verri scrittore.” L’ho interpellato chiedendogli perché oggi una rivista letteraria integralmente dedicata a Verri ? Chi te l’ha fatta fare ? Ha risposto Astremo: “Non mi stancherò mai di ripetere, su Verri mancano testi critici, mancano ripubblicazioni "serie" in grado di portare la sua scrittura al di fuori dei confini marginali della periferia salentina. Si parla spesso di Antonio Verri come di un uomo dal forte dalla grande generosità, colto dal raptus continuo della creatività, ma nessuno si è mai soffermato con attenzione sulla sua scrittura. Vertigine ha fornito un percorso di lettura dell'opera di Verri, ha voluto essere un inizio, mettendo insieme la gente che meglio ha compreso la sua poetica, e mi riferisco in particolare ad Antonio Errico e Fabio Tolledi.”
Il fatto che giovani ventenni pugliesi cerchino ancora in Verri un punto di riferimento fa capire la sua importanza e il suo spirito. Nel manifesto poetico di Verri c’è un verso che rende chiara quanta potenza demistificatrice e dunque innovativa avesse la sua parola: “Fatevi disprezzare, dissentite quanto potete/” e continua dicendo “fatevi un gazebo oblungo, amate/ gli sciocchi artisti beoni, i buffoni/ le loro rivolte senza senso/ le tenerezze di morte, i cieli di prugna/ le assolutezze, i desideri di volare, le risorse del corpo/i misteri di donna Catena./ Fate fogli di poesia poeti, vendeteli per poche lire!”. Queste parole chiare per raccontare in poco la battaglia personale di Verri per la diffusione della letteratura, una battaglia che merita una pubblicazione adeguata. Un primo passo lo compirà un editore calabrese chiamato Abramo che in passato ha pubblicato Gissing e Nöel e adesso pubblicherà “I trofei della città di Guisnes” di Verri. Un passo soltanto, ma che serve a costruire un ponte tra Verri e il resto d’Italia. A proposito di ponti. Verri creava ponti, ponti tra la sua generazione e la sua terra e le altre generazioni e il resto d’Europa, tanto che qualcuno si chiedeva perché una rivista come il Pensionante dovesse ospitare contributi di autori stranieri. Verri rispondeva da poeta dicendo che anche i poeti stranieri “si svegliavano di notte con gli incubi che gli altri, intorno, stavano scrivendo il capolavoro, mentre loro dormivano.”
Lo sguardo davanti alla letteratura italiana era uno sguardo nuovo, ma legato indissolubilmente a una melanconia tipica dello scrittore meridionale, quella che viene brillantemente descritta da Flavio Santi in un suo saggio su Trame “La linea borbonica ha perso perché (in buona fede) ha sbagliato politica: proprio come un nobile aristocratico è restata nella sua villa di campagna a bere vino d’annata, mentre tutti traslocavano in città a bere crodino; la linea lombarda, molto pragmaticamente, ha capito che non basta scrivere capolavori. Bisogna anche saperli vendere. A volte, se è il caso, anche con l’aiuto di qualche imbonitore.” E Verri come Bodini e Vittorio Pagano non era certo uno che andava a bere crodini in città per farsi accettare e neanche aveva mai avuto bisogno di imbonitori. Forse questo senso morale lo aveva fermato prima di qualunque successo e di qualunque consacrazione. Tanto che scrisse di lui Antonio Errico: “Stefen (alter ego di Verri nei suoi scritti nda) fu il padre di una generazione stupenda, né cattedre, né premi, né mortadelle alla cuccagna, perché non ha saputo vendere parolette al mercato dell’usato, perché non ha voluto arrampicarsi al palo ingrassato…”
La sua terra non ha dimenticato Antonio Verri, il Fondo Verri con la regia di Mauro Marino organizza eventi e incontri nello spirito che contraddistingueva l’impegno dello scrittore di Caprarica. Il suo ricordo è necessario filtrarlo oggi nella sua opera scritta, ma anche nei ricordi dei suoi amici, nelle foto che sono rimaste (tra le tante una curiosa con il drammaturgo Fabio Tolledi sotto un drappo rosso) e in quello splendido cammeo che ci ha lasciato la poetessa Claudia Ruggeri dopo la morte del caro amico Antonio: la vita estranea a quella forma/ cresciuta senza gradi o atti o/ noi alla vita – perché l’edera/ sferrata al tirso errante muta di/ luce violenta di suoni in corsa/ come dio squassava le foreste/ ed era primavera (?/ non un solo getto di memoria/ così orgogliosamente ebbri da far/ pensare ad una riva e ad un bosco/ perfetti di acque e poi si fanno/ protezione e poi fuga di forze/ probabilmente strappo e comunque/ più in là religiosamente uguali/ le ipotesi all’ombra inanellate/ allora che vi chiedo./ Chiedetemi di sollevare il calice/ e di portarlo complice alle labbra/ e poi di dirvelo piano e con sottile/ ironia che vi amo.
occidente per principianti
Un giornalista fantasma sulle tracce della prima amante di Rodolfo Valentino. Un possibile scoop che diventa una caccia all'uomo. Un inseguimento che molto presto si trasforma in un viaggio allucinato su e giù per l'Italia. Una stagione - l'estate del 2001 - molto simile a una «zona oscura», una soglia spalancata tra due secoli, due momenti storici, due diversi modi di percepire la realtà. Occidente per principianti (Einaudi, 17 euro), questo romanzo massimalista e scatenato, è anche una tragicomica riflessione sulla società dello spettacolo, e prova ad addentrarsi nelle pieghe di un Paese (il nostro) in cui le città, la vita pubblica e persino i sentimenti dei suoi abitanti sembrano essere la copia - luminosa e inquietante - di un originale smarrito chissà dove.
Un importante quotidiano nazionale viene raggiunto da una notizia che si potrebbe trasformare nello scoop della stagione: da qualche parte, in Italia, sarebbe ancora viva la prima amante di Rodolfo Valentino. Ma dove si trova questa donna, presumibilmente ultracentenaria? Ed è poi proprio una donna? E quanto, in fin dei conti, la sua esistenza può ritenersi attendibile?
Un ghost writer senza prospettive, un regista inseguito dai creditori e una studentessa di cinema bella e infedele si mettono sulle tracce dell'unica persona in grado di testimoniare l'iniziazione sentimentale dell'«uomo più desiderato del suo tempo», con l'obiettivo di strappare un'intervista. I tre abbandonano Roma - morta e stagnante come una palude - per puntare verso Milano, o quel che resta dell'ex capitale morale, invertendo a un certo punto la rotta verso sud fino a raggiungere il paesino dell'entroterra pugliese da cui, circa un secolo prima, era partito alla volta di New York un giovane di belle speranze e dallo sguardo enigmatico, un'anonima creatura di carne e sangue destinata a diventare la prima grande icona dello show-biz. Sorprende, in questo romanzo di Nicola Lagioia, la capacità di inventare una lingua letteraria che è fatta anche di cinema, di fumetti, di siti internet surreali o morbosi, di molto tempo speso davanti a una cattiva televisione. Così la scrittura torna a essere un modo per leggere la realtà, il punto in cui l'intelligenza e la fantasia s'incontrano per fare del piacere di raccontare uno scorcio luminosissimo sull'universo circostante: non solo l'Italia divorata dal moloch dello spettacolo, ma la libertà obbligatoria dei trentenni destinati a un infinito precariato intellettuale, il senso d'irrealtà di un mondo in cui le cose non sono più davvero «le cose».






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