la città dalle mura che bruciano di rossano astremo
seconda parte del romanzo a puntate
2.
La serata si svolse nel migliore dei modi. Paola e Maria giunsero a casa nostra verso le nove di sera, io Ciro e Livio li attendavamo durante la cottura del primo spaghetti aglio olio e peperoncino preparato nella sua vita da Livio, con la ricetta scritta a penna stilografica su carta riciclata proveniente direttamente dalla cucina della venerata madre. Nell’attesa intessevamo discorsi filosofici del terzo tipo, è necessario sottolineare che il tutto era favorito dalla bevuta di vino rosso di pessima qualità acquistato dall’oste presente alle spalle della nostra abitazione, quindi le profetiche rivelazioni presenti in alcuni scritti di filosofia del linguaggio di Heidegger, il perché degli oltre quattro minuti di silenzio di un pezzo storico di John Cage, la crisi della letteratura italiana alla fine del ventesimo secolo, non c’erano Brizzi, Culicchia e Cannibali che ci garbavano, ci condussero a teorizzare la crisi edulcorata del sistema-mondo, che avrebbe avuto il suo compimento con l’avvento del nuovo millennio.
Giunsero Paolo e Maria, l’uno sempre ben intessuto nei suoi indumenti neri e stinti, l’altra tanto timida da scolorire dietro il suo maglione multicolore. Non vennero a mani vuote, Paolo aveva tra le mani due litri di rosso, la bottiglia di plastica Eureka sprovvista di etichetta era un segno indelebile del fatto che quel vino proveniva dalla stessa osteria dalla quale ci eravamo riforniti qualche ora prima.
Mangiammo con voracità, alternando forchettate di spaghetti scotti ed eversivamente piccanti, voleva forse significare che la ricetta della venerata madre faceva acqua da tutte le parti?, con bevute maschie di vino, con parole che schioccavano limpide e fragorose nello spazio del soggiorno avvolto da una coltre di fumo.
Capii subito che non avrei avuto difficoltà a divenire amico di Paolo. In comune avevamo la stessa passione per la scrittura, i miei versi lunghi e prosodici alla Ginsberg, i suoi frammenti ermetici, cut-up scritti non con il fegato, ma con le vene che collegavano il cervello al resto del corpo, molto vicini al Burroughs della tetralogia degli anni sessanta (quella che va da Pasto Nudo a Nova Express, per intenderci).
La nostra scorpacciata di carboidrati (pasta e pane a iosa) e metanolo (vino acido che si attacca alle pareti dello stomaco e intimandogli la resa) non poteva segnare la fine della serata, Maria, in uno delle poche frasi pronunciate, parlò di un happy-hour in un locale chiamato Madigan’s, nel quale per un paio di ore si vendeva birra a metà prezzo, con un dj che metteva musica new wave e noise da leccare i baffi. Decidemmo che quello sarebbe stato il posto migliore per concludere la nostra prima serata goliardica in una Lecce resa limpida da una Luna superba.







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