incipit del mio frenesia delle natiche
il mio primo romanzo, che da un po' gira per alcune case editrice, oggi ha avuto un'offerta di pubblicazione da una media casa editrice. al di là della proposta contrattuale discutibile mi è stato detto se fosse possibile intervenire sull'incipit. io ve lo propongo e fatemi sapere secondo voi se è troppo crudo. è l'inizio di frenesia delle natiche, il mio primo romanzo compiuto.

ULTIME PAROLE DEL DATTILOSCRITTO DI EDOARDO VITTORE ‘FRENESIA DELLE NATICHE’
Il sipario sta calando su questa commedia dalle tragiche tinte sbiadite. Ho ingurgitato veleno per topi in grande quantità, raddolcito da buon vino primitivo. Ora sono su di giri, non riesco a fermare i miei piedi che scalpitano, non riesco a rilassare il mio corpo che si spappola, e continuo a pensare a te e il tuo ricorda mi irrita, il tuo ricordo mi eccita, mi satura con ossessione, mi satura nell’eccesso della perversione.
Vorrei averti sotto di me, vorrei strappare i tuoi striminziti abiti da puttana e succhiare il liquido che esce dalle tue cosce, aprire le tue gambe lucide e nere e infilarti la mia lingua non più limpida e leccarti le labbra della fica con dolcezza, entrare con i denti nella tua fessura bavosa e morderti, morderti con violenza, per poi rallentare il ritmo e nuovamente accelerare e farti uscire tiepido sangue carnale da bere, bere per poi vomitare, sul tuo corpo vomitare, sino a star male, a godere del mio star male, a godere delle tue lacerazioni vaginali, a godere della tua sofferenza meritata, giusta e sacrosanta.
Sì, questo veleno per topi sta svolgendo al meglio il suo lavoro, ho lo stomaco che si sbriciola, ho gli occhi che mi pungono, mi agitano, si ustionano e il pensiero di te continua a scrostarmi.
Vorrei infilarti il mio pene bollente tra le tue cosce da grande troia di periferia, scoparti da sopra, da sotto, da dietro e incularti per farti soffrire, per farti sanguinare, anche dal culo sanguinare, e no, non avrò pietà delle tue lacrime stridule, non avrò pietà del tuo culo minimo, non avrò pietà dello strisciare gastrico dei tuoi luridi capelli sul mio pavimento, perché te lo farò leccare, con la lingua leccare, senza esitazione leccare e pulire, mentre continuerò a incularti con foia, a incularti con cattiveria, per tutto il male che mi hai fatto con cattiveria, per tutti i brividi che mi hai donato con cattiveria e non avrò pietà perché tu a me non hai fatto sconti. La frenesia delle natiche, che mi martella il cervello, troverà soluzione tra le pareti limpide del tuo culo immacolato. Il sipario sta calando su questa commedia dalle tragiche tinte sbiadite. Perdo lentamente le forze, il peso del mio busto diviene insopportabile, intollerante, devo sedermi per non svenire, devo sedermi per non sentirmi più morire, devo poggiare la mia testa su questo cuscino di piume d’oca, su questo materasso soffice che mi ospita, lo stesso materasso sul quale vorrei violentarti, vorrei fotterti sino ad arrossare la punta del mio pezzo di carne rovente, sino a fare sanguinare le pareti sottili del mio pezzo di carne, scaduto, spossato, nel delirio smembrato.
Vorrei strappare i tuoi lunghi capelli neri e infilarti il mio pene in bocca, in tutta la sua durezza in bocca e slabbrarne ogni angolo perfetto e pompare in su e giù, sentendo il digrignare caustico dei tuoi denti indifesi, in su e giù per farti assaporare il pulsare dello sperma che arriva, per farti assaporare la gioia corrotta dello sperma che esplode, nella tua bocca esplode, nella tua bocca gioisce, e ora inghiotti, inghiotti, puttana, inghiotti nella sofferenza, inghiotti tutta la mia sofferenza, inghiotti senza parlare perché ora il tuo compito è solo quello di ingoiare.
Il veleno per topi è andato ad intaccare ogni centimetro infetto del mio corpo di squame e ora non ho più controllo di me, non ho più peso di me, sono steso su questo letto e non potrò più rialzarmi, sono steso su questo letto sorseggiando le ultime gocce di primitivo, battendo queste mie ultime parole, arrampicandomi sugli ultimi aliti di vita, sugli ultimi respiri che nell’affanno svaniscono, trasparenti mi uccidono, nell’assenza mi scagliano, nel vuoto mi crocifiggono.
21 Luglio 1993
Edoardo Vittore
dodaro_su www.musicaos.it
Rossano Astremo
Dodaro
La parola: L’atto rivoluzionario. Noi, parolieri, siamo gli autentici rivoluzionari. Noi, e solo noi, siamo la rivoluzione.
(Francesco Saverio Dodaro)
“Sei tu Rossano Astremo?”, queste parole risuonarono stridenti tra la folla dispersa in Piazza Sant’Oronzo, mentre un docente universitario teneva una disquisizione infinita sul limite del linguaggio utilizzato dai politici nostrani.
“Sì”, risposi mentre sorseggiavo brandelli di grappa offerta da uno degli stand ospitati all’interno della Festa dell’Unità.
“Ho sentito parlare molto di te”.
“Mi fa piacere”, la mia timidezza cominciò a risalire dalla bocca dello stomaco per insinuarsi tra i denti, vogliosa di eruttare, impedendomi in questo modo di spiaccicare parola. Chi era quell’uomo dallo strano accento barese che aveva sentito parlare molto di me? Si infilo grandi occhiali dalla montatura nera e con una semplice frase dissolse ogni mio velato dubbio.
“Sono Dodaro”.
“Onorato di conoscerti”, gli dissi.
“Porco cazzo, Francesco Saverio Dodaro, mi inchino al tuo cospetto. Hai rivoluzionato l’arte e la letteratura in questo sud del sud rupestre, isolato, legato ad asfittiche tradizioni castranti. Hai preso la pizzica infilandola nel buco del culo del dimenticatoio”, questo avrei voluto dirgli, ma la mia timidezza, ripeto, me lo impedì.
Dopo aver indossato i suoi grossi occhiali, cominciò a ispezionarmi come si fa con oggetti dalla strana forma e dall’odore ruvido ai quali è impossibile dare un nome.
“Ho letto tuoi articoli sul “Quotidiano”, poi oggi su un settimanale ho visto la tua foto. Stai pubblicando un romanzo a puntate…bene…bene…”, parole che uscivano lente, come se prima della loro emissione sonora passassero in una scatola in grado di ispezionarle, eliminando le ridondanze e il superfluo, lasciando solamente l’essenziale.
“Mi fa piacere”, erano le uniche parole del cazzo che riuscivo a dire. Mi ci voleva un’altra grappa, o forse due, o forse tre, per eliminare l’inibizione e lasciarmi andare in un logorroico profluvio di concetti ampollosi, pletorici, barocchi. A differenza del minimalismo verbale dell’uomo che avevo davanti a me, io alternavo il silenzio mistico ad una eccessività tantrica.
“Ma tu ti senti poeta o narratore?”, questa domanda era lecita, ma io non sapevo cosa rispondere, non mi ero mai posto questo quesito, io mi sentivo scrittore, cioè nel senso che amavo avere una tastiera e pigiarla a più non posso generando immagini surreali, vibrazioni carnali, deviazioni sociali, erezioni mentali, ma in quella domanda c’era più di una semplice volontà di categorizzarmi in un genere, il suo era un tentativo di entrare nel mio corpo per ispezionare la mia anima, perché , poi, l’anima è quella cosa che abbiamo dentro lo stomaco, quella patina gelatinosa che avvolge le nostre budella e che ci protegge dalle ulcere perforanti, l’anima, sì, è qualcosa di organico, e Dodaro non era un individuo che rivolgeva agli individui da poco conosciuti domande riguardanti le condizioni meteorologiche o il gioco spettacolare del Lecce di Zeman, Dodaro puntava dritto all’essenziale, fissandoti negli occhi e cercando di ispezionare quello che avevi dentro.
“Poeta”, gli risposi, dopo secondi di silenzio, interrotti dai vocalizzi smaniosi del docente universitario alle nostre spalle.
“Sì, mi sento un poeta”, continuai, dando alle mie parole una cadenza più ritmata tali da farle sembrare più vive.
“Bene…bene…”, uscì dal suo portafoglio un biglietto da visita, me lo diede.
“Vienimi a trovare a casa. Così parliamo un po’. Dopo le nove di sera mi trovi con certezza”
“Grazie mille, verrò certamente”, presi il suo biglietto da visita, completando quel passaggio da anima ad anima, conclusosi con il breve viaggio di un rettangolo di carta spessa dal suo al mio portafoglio. Le mani si strinsero. Lui si voltò e si allontanò tra la folla, con la schiena curvata per le tante letture accumulate negli anni.
Avevo conosciuto Dodaro. Era comparso dal nulla. Ero in uno stand di libri a parlare dell’ultimo romanzo di Carofiglio con il libraio e poi d’un tratto si è inserita questa voce concava che, dopo essermi voltato, ha assunto sembianze umane. Ci saremmo rivisti. Sarei andato certamente a trovarlo a casa. Avrei portato una bottiglia di buon vino rosso. Questo pensavo.
Dodaro, lo stesso che nell’estate del 1954 , a Lecce, bruciava in un falò purificatore le sue tele astratte, informali, surreali, per passare al versante dell’analisi e della letteratura. Durante quel rito sacrificale, ma catartico, era in compagnia del grande ma ancora oggi incompreso Edoardo De Candia, che bruciava le sue tele giovanili, non degne certamente delle pennellate del De Candia maturo.
Dodaro, lo stesso che nel 1976 ha fondato il gruppo sperimentale “Arte Genetica”.
Dodaro, lo stesso che ha dato vita, assieme al merlo eretico della letteratura postmoderna pugliese e non solo, Antonio Verri, a collane di letteratura fuori dalla norma, fuori controllo, fuori da tutto, terribilmente affascinanti.
Ed ecco “Spagine”, ed ecco “Compact Type”, ed ecco “Diapoesitive”, ed ecco “Mail Fiction”, collane di letteratura sperimentale che distruggono il concetto di libro, lo inceneriscono, lo attualizzano frantumandolo, ma tornerò a parlarne, magari con lo stesso Dodaro, che ora l’immagino in casa nascosto tra una montagna di fogli, di libri, di quadri, ad interrogare la sua anima, a parlare con i suoi demoni.
new thing, la notte dei blogger, musicaos
un pò di novità editoriali, in primis l'uscita del romanzo solista di wu ming 1, new thing, e per averne un assaggio andate a leggere la (non) recensione di giuseppe genna su www.miserabili.com. poi segnalo l'uscita dell'antologia la notte dei blogger, curata da Loredana Lipperini, con l'amica princess proserpina tra gli autori (http://www.einaudi.it/einaudi/ita/catalogo/scheda.jsp?isbn=978880617199&ed=87), infine il numero di ottobre della rivista elettronica musicaos (www.musicaos.it), curata dal sempre folle luciano pagano.
ruggeri

Per non dimenticare
Claudia Ruggeri, sposa barocca del suo inferno minore
di Rossano Astremo
Otto anni sono passati dal “folle volo” che ha portato via per sempre una delle voci più originali della poesia salentina del Novecento. Claudia Ruggeri, morta suicida all’età di 29 anni, lanciandosi nel vuoto dal balcone della sua casa leccese, è autrice di un unico poemetto edito, Inferno minore, pubblicato per intero sul numero 39-40 del dicembre 1996 del giornale di poesia “L’Incantiere”, diretto da Walter Vergallo, di un poema inedito )e pagine del travaso e di altre poesie mai pubblicate. A distanza di molti anni, l’interessamento alla poesia della Ruggeri da parte di alcuni critici che operano a Roma, Mario Desiati, redattore di Nuovi Argomenti, Andrea Cortellessa e Mauro Martini, collaboratori di Alias, allegato culturale del Manifesto, è una nota che lascia uno spiraglio per una sua necessaria rivalutazione critica. Non si può negare un certo rammarico per il disinteresse della critica accademica nostrana, la quale non è ancora andata oltre gli studi relativi a Vittorio Bodini, che è morto nel 1970, ma negli ultimi trent’anni di buona scrittura sotto le nostre spesse lenti ne è passata (Salvatore Toma, Antonio Verri e la stessa Ruggeri, appunto). Una laconica giustificazione può attribuirsi alla complessità della poesia di Claudia Ruggeri. Ha scritto Desiati, in un sua riflessione critica sulla poetessa leccese: “Claudia Ruggeri scriveva divinamente. La sua poesia ricca di arrovellamenti lessicali, di figure estreme (il matto in primis), è una piccola epifania postmoderna, dove echeggia una semantica inconsueta che mischia parole di origine trobadorica, iperletteraria, dialettale, straniera, aulica, ma anche quotidiana. Claudia Ruggeri ha inventato una sorta di nuovo barocco, ma senza la sua decadenza.” Eccone, allora, un breve assaggio, tratto dall’Inferno minore, poemetto dedicato a Franco Fortini, poeta stimato dalla Ruggeri, ma lontano anni luce dalla poesia neobarocca della stessa: “cavami da le piume gli insulti lo sfrenìo / la velocità indifferenziata che era danza / o salto, che ormai non muove semplicemente / mi rende probabile; la memoria finta da usare / come un nome, questa memoria insomma divina / indifferente di un calcio e di ossa, di un debole / dèmone mosso a pena a cerchio (leggero leggero / lo spirito ragazzino, e ciò sottile sottile / indistinto, destinato): Dedico a Te questa morte / padula – ché sei l’Arteficiere - ; impiegane / la festa, se pure alza l’Avverso, lo cattura”. Questo è il lamento dell’Uccello colpito, uno dei lamenti che strutturano l’Inferno minore, un poetare tutto sciolto dagli schemi il suo, opera folgorante nella sua novità, che richiede una particolare attenzione da parte del lettore, ma che ammalia, s’inarca, t’imprigiona nella sua spirale di sensi “forti”, folgoranti anche nelle sue proiezioni profetiche: “Del Traghettatore: e volli / il “folle volo” cieca sicura tutta / Volli la fine delle streghe volli // Il chiarore di chi ha gettato gli arnesi / Di memoria di chi sfilò il suo manto / poggiò per sempre il Libro…” Questo testo è tratto dalla plaquette poetica SalentoPoesia ’95. Per chi volesse leggere l’Inferno minore, è disponibile una copia dell’Incantiere che tutto lo contiene nell’emeroteca dell’ateneo leccese. Un primo approccio con la sua poesia, sicuro che in un prossimo futuro sentiremo degnamente parlare della scrittura accecante di Claudia Ruggeri.
tabula rasa numero tre
TABULA RASA A GALATINA, giovedì 28 ottobre, a partire dalle ore 20

Il terzo numero di Tabula Rasa, rivista di letteratura contemporanea, edita dalla Besa editrice verrà presentata giovedì 28 ottobre, presso il Palazzo della Cultura di Piazza Alighieri a Galatina, all’interno della manifestazioni “Giovani e…”, organizzata dal Progetto Giovani di Galatina e dalla Cooperativa Coolclub. Il terzo numero della rivista è ricco di novità degne di interesse. La redazione, nella ricerca di racconti inediti, ha cercato di privilegiare storie accattivanti e brillanti, unendo la presenza di giovani autori, in cerca di spazi attraverso i quali potersi esprimere, a quella di scrittori di maggiore esperienza. Tra i primi è da segnalare Gianluca Gigliozzi, del quale sentiremo sicuramente parlare in futuro, con il suo Brigantaggio in Castiglia, capitolo del romanzo inedito Neuropa, nel quale spicca con energia la sua prosa tagliente e ipermanierista. Altra presenza inquieta è quella di Maria Barone, con il suo Estate, racconto che scorre veloce, con il suo carico di tensione e adrenalina. Di pregevole fattura sono i racconti del giovane Giancarlo Liviano D’Arcangelo, autore del poetico Piove a dirotto in corsia, di Riccardo Angiolani, che nel suo Unobarraquattro mette a nudo l’estrema durezza della routine lavorativa e di Ario Ramazzini, autore di A naso.
Tra gli scrittori che hanno alle spalle pubblicazioni di rilievo, segnaliamo Livio Romano, autore di Mistandivò (Einaudi) e Porto di Mare (Sironi), presente all’interno della rivista con l’ironico e scorrevole Il giovane scrittore errante, e Umberto Casadei, autore del Suicidio di Angel B. (Sironi), che ha donato a Tabula Rasa l’enigmatico Prima Neve. La sezione di poesia ha come tema il rapporto che lega il teatro alla pratica poetica. L’apertura è dedicata a Franco Loi, con un brano tratto da Sogn d’Attur (Einaudi, 1978), e prosegue con la presenza di inediti di Mariangela Gualtieri, autrice dei testi di tutti gli spettacoli del Teatro della Valdoca, e di altri autori del teatro la loro stessa ragione di vita, Alessandro Berti, Massimiliano Martines, i 141 feles e Giuseppe Smeraro.
A completare la rivista un profilo dedicato al collettivo bolognese Wu Ming, realtà tra le più calde dell’attuale panorama letterario nostrano, un’intervista a Mario Desiati, autore di Neppure quando è notte (peQuod), uno dei migliori libri del 2003, e una riflessione di Stefano Donno sulla letteratura contemporanea salentina.
Il terzo numero di Tabula Rasa è stato curato da Mauro Marino e Rossano Astremo.
per informazioni
tel.
0832304522
3475206565
sito internet
blog
leparoledidentro.splinder.com
vertigine.clarence.com
copertina del terzo numero di tabula rasa

ecco la copertina del terzo numero di tabula rasa, con un'illustrazione di gianluca costantini, se riuscite ad avvistarla nelle librerie comunicatelo a questo blog, perché vorrà dire che l'editore l'avrà messa in distribuzione.
cazzi miei
allora, vi racconto un po' di cazzi miei, oltre al mio lavoro, scrivere articoli per un quotidiano e un settimanale (le mie giornate non sono scandie dalle classice 24 ore ma dalle canoniche 1800 battute), sono impegnato con un po' di segherie letterarie. è uscito tabula rasa numero tre, rivista che cura assieme a mauro marino, edita da besa, ci sono problemi di comunicazione con l'editore, di distribuzione della rivista, tanto da fare rimpiangere la cara autoproduzione, dove ogni cosa passa tra le tue mani e così sia. per il romanzo frenesia delle natiche, ci sono buoni contatti con palomar, ma non con la collana curata da trecca che ha letto e apprezzato il testo, ma lo ha ritenuto non idoneo per la collana, ma con un'altra collana, sempre se l'intero testo passi la prova comitato di lettura. a fabio valentini è piaciuto. poi si comincia a lavorare al quinto numero di vertigine, periodico di follie letterarie, un numero dedicato al rapporto poesia/musica, anzi se qualcuno vuol recensire un cd poetico musicale o mandare file audio da inserire nel cd che stiamo preparando ben venga.
ma nel prossimo post sarò più ricco di dettagli!!!
rossano
romanzo sul settimanale città magazine, quarta parte
La città dalle mura che bruciano
di Rossano Astremo
Una volta entrati nel locale, la situazione non differiva di molto rispetto a quella vista all’esterno, era tutto solo più sfocato, meno nitido, a causa del peso imponente di una coltre nebbiosa formata da nicotina, marijuana, hascisc. L’ossigeno aveva smesso di circolare in quello spazio da un bel po’, la gente si muoveva lentamente, ruotava su se stesso, ancheggiava stancamente a ritmo di musica, sullo sfondo un dj suonava un pezzo dei Sonic Youth, mentre alle sue spalle veniva proiettato un video di un concerto anni ’70, con hippy nudi e cosparsi di fiori abbracciati nell’ascolto di Hendrix.
Una volta dentro, ci perdemmo di vista, era difficile rimanere uniti in quell’atmosfera cupa, conturbante, indefinita. Entrammo in una sorta di labirinto spettrale, alcolico e fumoso, all’interno del quale tutta la giovane fauna universitaria leccese era unita in una sorta di fusione mistica. Improvvisamente delle luci poste nella parte alta del locale si accesero, il tutto prese una sua più lucida definizione, i margini di figure annerite dal buio si tratteggiarono con maggiore precisione, vidi lontani da me Ciro e Livio che spauriti giravano su loro stessi, come lancette di orologi scagliati in un magma repellente ed estraneo, Paolo e Maria si tenevano per mano e fissavano le immagini mandate dal proiettore, tutti nel centro del locale saltavano con lentezza, creando un’onda di forte impatto visivo, che cresceva nella sua modulazione all’aumentare dei decibel della musica, la forza delle distorsioni delle chitarre dei Sonic Youth divenne incontenibile, tutti i corpi abbandonarono la precedente compostezza per sfibrarsi in inconsulti movimenti, come se gli arti superiori ed inferiori si stessero dilaniando per qualche trazione esterna di impatto incontenibile.
Il locale era al limite dell’esplosione, io, schiacciato in un angolo poco luminoso, osservavo con attenzione lo scandirsi di quelle immagini, come una ottomillimetri nel pieno del suo lavoro di registrazione, captavo ogni singolo fotogramma, assaporando le note di uno dei gruppi musicali che veneravo, immaginandomi il possibile arrivo di qualche poliziotto inviperito che non avrebbe avuto molti problemi a prendere tutti, compreso gestore del pub, e portarci in questura per studiarci come fenomeno paranormale in preda a delirium tremens o a bipolarismo psichico.
Poi la svolta della serata, l’imprevisto che si insinua nel tuo cervello resettando tutte le informazioni immagazzinate in precedenza. Quando il dj fece sfumare Death Valley 69 dei Sonic Youth per far suonare There is a light that never goes out degli Smiths, i miei occhi si soffermarono su una ragazza, che si trovava dalla parte opposta rispetto la mia, seduta per terra, con le ginocchia piegate verso il volto e tenute assieme dalle mani.
Era tutta raggomitolata su se stessa, come se avesse paura a mostrarsi, a tirarsi su per lasciare intravedere il suo corpo, ma a me bastò incrociare il suo sguardo, in un attimo di piena luminosità del locale, per comprendere che quella depressione che ardeva nel mio stomaco da frazioni di tempo immisurabili aveva una sua spiegazione. Sì, devo ammettere che quell’attimo di intarsiatura perfetta tra i miei e i suoi occhi fu per il sottoscritto una manna dal cielo, la risoluzione di mille interrogativi sul senso dell’esistenza e di quegli anni passati a vegetare fissando il bianco soffitto della mia camera.
La risposta ai miei dubbi, allo sfrigolio costante di pensieri ossessivi, negativi e grigi nella mia mente, era scritta negli occhi di quella ragazza sconosciuta avvolta in abiti neri, in una serata d’ottobre che segnava l’inizio della mia vita universitaria. Avrei fatto carte false pur di conoscerla, di scambiare quattro parole con lei, ma la mia timidezza era un giogo castrante che da sempre mi aveva messo bastoni tra le ruote. Si abbassarono le luci, la voce di Morrissey, cantante degli Smiths, continuava ad infondere parole d’amore nello spazio asfittico chiuso da quattro mura tracollanti, vidi un’ombra sollevarsi e muoversi in quell’atmosfera fatta di atomi impiccati. Le luci tornarono ad illuminare il tutto. La ragazza dagli occhi che mi donavano brividi era andata via. E se fosse stato solo un mio sogno delirante?
(4/continua)
augieri, docente-poeta
“Dissimiglianze, un ritorno” di Carlo Alberto Augieri
di Rossano Astremo
Nel nuovo libro di versi, Dissimiglianze, un ritorno, edito da Manni, Carlo Alberto Augieri conferma la sua vena di poeta sperimentale, attento alle sintonie e distonie della parole, “quelle aurorali da cui mi sono nate schegge di coscienza vociale (la preferisco a sociale)”, precisa l’autore nella prefazione dialogica scritta assieme ad Augusto Ponzio.
Il percorso poetico di Augieri, docente di Teoria della Letteratura presso l’Università di Lecce, comincia nel 1978, con la pubblicazione di Skarnificazione, edito da Lacaita Editore. Già a partire da quel primo libro si comprende appieno la tessitura poetica di Augieri, sempre attento alla struttura sonora dei versi e alla disposizione grafica degli stessi (gli echi dello sperimentalismo del Gruppo 63 non riverberano invano per lo scrittore). Lo sperimentalismo politico del primo testo, diviene sociale nel secondo, folstizio. etnoscrittura come ricerca dell’altro, pubblicato dal Pensionante dei Saraceni di Antonio Verri, per poi trasformarsi in contenitore delle sue ossessioni individuali, basti pensare a Segni sui disegni del caso o al toccante lirismo di alcuni testi di Storiofonie. Dissimiglianze, un ritorno si muove sulla scia lasciata da Storiofonie, quella della ricerca spasmodica di ciò che l’autore definisce “fonìe”: “Nella fono-logica della ‘sonanza’ non ci sono versi, tutta va verso il richiamo sonoro; non ci sono rime, tutte le parole ‘grammaticano’ nell’equivalenza fonica, si connettono per parallelismo fonico, si assomigliano per eco”. In Dissimiglianze, un ritorno, ed è questo l’elemento che caratterizza il libro, il poeta attua una sorta di dialogo continuo con alcuni testi dei più grandi poeti della storia mondiale della letteratura, la sua è una sorta di lettura-riscrittura, dalla lettura nasce il ‘ritorno’, dalla scrittura nasce il naturale processo di ‘dissimiglianza’ rispetto al testo di partenza. Il testo si suddivide in cinque parti, Ritorno nel natìo, nella quale i versi di Augieri scaturiscono dalla riflessione poetica su Ritorno a casa di Holderlin, Sgomentando per l’azzurro…ancora l’azzuro, dove il dialogo avviene con il Mallarmé di L’azur, Accattone d’infinito randagio, l’incontro in questa terza parte avviene con il Leopardi dell’Infinito. Nella quarta parte, Nello stupore del non saper dire, i versi di Augieri dialogano con l’ultimo Canto del Paradiso di Dante, per poi concludere con Non so che, mi trovo per caso, nella quale le citazioni sulle quali lo scrittore si sofferma poeticamente sono quelle di Glosa a lo divino di Juan de la Cruz. Costruzione complessa quella del testo di Augieri, cerebrale, che non può prescindere dalla forza intellettuale dell’autore, postmoderna nel suo ricorso a citazioni, a giochi intertestuali, nel suo non abolire ‘modernisticamente’ il passato, ma farlo rivivere, attualizzarlo poeticamente: “colle caro con/ farfalle volano/ caotica perturb/ azione la più/ lieve/ caro e randagio/ il volo impreve/ dicibile/ una siepe di probabilità e necessità di onde/ corte/ e lunghe pause di voci”. La presenza di richiami all’Infinito di Leopardi è evidente, ma il tutto è reso dissimile, personalizzato dalla voce dell’autore. Un testo a tratti complesso, ma necessario per chi vuole accostarsi ad una delle voci poetiche più atipiche ed interessanti presenti nel nostro territorio.






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