terza parte di la città dalle mura che bruciano
La città dalle mura che bruciano
di Rossano Astremo
Ci soffermammo con stupore su quella marea indistinta di individui che, accovacciati per terra o ritti ed immobili con il loro bicchiere tra le mani, popolavano i marciapiedi posti di fronte al locale. Senza esagerare, più di cento persone stagliate in una sorta di immagine da rivista specializzata in Scienze Sociali volta alla conoscenza della fauna giovanile contemporanea. Dovendo razionalizzare e categorizzare il tutto, potevamo distinguere, in quel marasma di studenti universitari alternative style,1) i punkettoni, reduci del 1977, con i Sex Pistols e i Clash come icone indissolubili, vestiti con jeans sdruciti e aperti, tali da far trasparire parti del corpo senza lasciare molte aspettative all’immaginazione, con capelli crestati e proiettati verso il cielo, e, nell’eccesso, dipinti di rosso, o viola, o verde, o, my god!, argentati; 2) i metallari, con jeans neri attillati, sotto i quali si srotolavano anfibi militari con lacci ‘modificati’, con t-shirt sulle quali con evidenza erano leggibili nomi di gruppi storici del ‘metallo pesante’, Iron Maiden, Motorhead, Metallica, la cui ciliegina sulla torta era rappresentata dal chiodo, nero, in pelle, puzzolente al punto giusto, necessario e indiscutibile, sul quale si versavano lunghi capelli filamentosi e oleosi; 3) i darkettoni, uomini e donne, aventi come unico valore esistenziale la musica e le parole dei Cure, vestiti con pantaloni attillati, dal tessuto simil-calzamaglie, camicioni ampi, dai colori spettrali, neri, grigi, o, come concessione massima ed estrema viola, capelli lunghi, asimmetrici, sparati verso l’alto grazie ad una cotonatura che non era per nulla improvvisata, ma generata da una laccatura ad hoc, studiata, voluta, agognata; 4) i figli illegittimi di Kurt Cobain, leader dei Nirvana e del grunge movement, con gli occhi ancora trafitti da lacrime ispide e pungenti per il suicidio del loro idolo, biondini, slavati, jeans chiari, larghi, strappati, camicie di flanella a quadri, dei colori più inusitati, purché di flanella e a quadri, una sorta di degenerazione dei metallari, più depressi, meno incazzati, meno epici, più distruttivi, che ascoltavano non solo Nirvana, ma anche Pearl Jam, Soundgarden e, i più colti ed evoluti (una piccola specie in via d’estinzione), Sonic Youth; 5) i figli di papà, quelli che non si sentivano per nulla a loro agio, i quali, nella disfida epocale Beatles vs Rolling Stones, avevano optato per i primi, e ne pagavano le conseguenze, con la collezione di tutti i vinili della band del fu John Lennon ereditata dal papà sessantottino, con i capelli geometricamente formalizzati a mo’ di caschetto, con pantalone nero che scendeva giù a sigaretta, camicia bianca, cravatta nera e giacca d’ordinanza, per la serie i ‘60 son passati per tutti, ma per noi no; 6) gli appena nati, quasi tutti matricole, usciti dal liceo con le idee chiare, gli estimatori del crossover, quel genere ibrido, che mescola metal, reggae, hip hop, rap, il tutto che sa tanto di postmoderno nullificato, amanti dei Korn e Limp Bizkit, con capelli tipo Bob Marley senza ascoltare Bob Marley, pantaloni larghi, col cavallo proiettato verso il pavimento e mutandoni ben in vista, una specie che era in fieri, nella sua biologica costituzione e riproduzione. Individui che, come un quadro di Pellizza da Volpedo, erano socialmente identificabili, suddivisi in gruppetti, coesistenti e indifferenti l’un l’altro, lontani anni luce nello stile, ma nella sostanza accomunati da una voglia degenerativa comune: bottiglie di alcol tra le mani, dal vino al whisky, sino ad arrivare a cocktail dalla mescolanza indicibile, rhum e cola, gin e lemon, e, in momenti in cui le lire si potevano contare sul palmo delle mani, non si faceva molto caso alla qualità, purché fosse inebriante. E poi, a corollario del tutto, spinelli a iosa. Era questa la realtà. Questo vuol essere un romanzo sociale, tipo quelli teorizzati dal francese Zola a fine ‘800. Fatte queste premesse, cari lettori, non si può prescindere dall’abbondanza di erba presente a Lecce alla fine degli anni ’90. E la testimonianza viene da Leo Monsanto, il sottoscritto, il narratore di questa storia, non un accanito fumatore, ma uno che era allergico al fumo di ogni tipo, lo sfigato, dal tabacco alla marijuana, all’hashish, uno che nei locali chiusi, dopo cinque minuti, perdeva i sensi, caracollava su se stesso implorando pietà, quindi il più idoneo a scrutare con oggettività il mondo folcloristico delle droghe leggere. Ripeto, Lecce, alla fine degli anni ’90, era un serbatoio infinito per i giovani ed innocenti sballoni, i quali venivano anche da ben oltre la provincia. Poi, retata dopo retata, hanno preso tutti. Questo a cavallo del nuovo millennio. Ma ne nascerebbe un nuovo romanzo. Ritornando al principio di tutto, questa era la situazione fuori dal locale, ma al suo interno il tutto nell’esaltazione si complicava.
(3/continua)






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