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Archivio Ottobre 2004

augieri, docente-poeta

di vertigine (20/10/2004 - 11:14)

 “Dissimiglianze, un ritorno” di Carlo Alberto Augieri

 

di Rossano Astremo

 

Nel nuovo libro di versi, Dissimiglianze, un ritorno, edito da Manni,  Carlo Alberto Augieri conferma la sua vena di poeta sperimentale, attento alle sintonie e distonie della parole, “quelle aurorali da cui mi sono nate schegge di coscienza vociale (la preferisco a sociale)”, precisa l’autore nella prefazione dialogica scritta assieme ad Augusto Ponzio.

Il percorso poetico di Augieri, docente di Teoria della Letteratura presso l’Università di Lecce, comincia nel 1978, con la pubblicazione di Skarnificazione, edito da Lacaita Editore. Già a partire da quel primo libro si comprende appieno la tessitura poetica di Augieri, sempre attento alla struttura sonora dei versi e alla disposizione grafica degli stessi (gli echi dello sperimentalismo del Gruppo 63 non riverberano invano per lo scrittore). Lo sperimentalismo politico del primo testo, diviene sociale nel secondo, folstizio. etnoscrittura come ricerca dell’altro, pubblicato dal Pensionante dei Saraceni di Antonio Verri, per poi trasformarsi in contenitore delle sue ossessioni individuali, basti pensare a Segni sui disegni del caso o al toccante lirismo di alcuni testi di Storiofonie. Dissimiglianze, un ritorno si muove sulla scia lasciata da Storiofonie, quella della ricerca spasmodica di ciò che l’autore definisce “fonìe”: “Nella fono-logica della ‘sonanza’ non ci sono versi, tutta va verso il richiamo sonoro; non ci sono rime, tutte le parole ‘grammaticano’ nell’equivalenza fonica, si connettono per parallelismo fonico, si assomigliano per eco”. In Dissimiglianze, un ritorno, ed è questo l’elemento che caratterizza il libro, il poeta attua una sorta di dialogo continuo con alcuni testi dei più grandi poeti della storia mondiale della letteratura, la sua è una sorta di lettura-riscrittura, dalla lettura nasce il ‘ritorno’, dalla scrittura nasce il naturale processo di ‘dissimiglianza’ rispetto al testo di partenza. Il testo si suddivide in cinque parti, Ritorno nel natìo, nella quale i versi di Augieri scaturiscono dalla riflessione poetica su Ritorno a casa di Holderlin, Sgomentando per l’azzurro…ancora l’azzuro, dove il dialogo avviene con il Mallarmé di L’azur, Accattone d’infinito randagio, l’incontro in questa terza parte avviene con il Leopardi dell’Infinito. Nella quarta parte, Nello stupore del non saper dire, i versi di Augieri dialogano con l’ultimo Canto del Paradiso di Dante, per poi concludere con Non so che, mi trovo per caso, nella quale le citazioni sulle quali lo scrittore si sofferma poeticamente sono quelle di Glosa a lo divino di Juan de la Cruz. Costruzione complessa quella del testo di Augieri, cerebrale, che non può prescindere dalla forza intellettuale dell’autore, postmoderna nel suo ricorso a citazioni, a giochi intertestuali, nel suo non abolire ‘modernisticamente’ il passato, ma farlo rivivere, attualizzarlo poeticamente: “colle caro con/ farfalle volano/ caotica perturb/ azione la più/ lieve/ caro e randagio/ il volo impreve/ dicibile/ una siepe di probabilità e necessità di onde/ corte/ e lunghe pause di voci”. La presenza di richiami all’Infinito di Leopardi è evidente, ma il tutto è reso dissimile, personalizzato dalla voce dell’autore. Un testo a tratti complesso, ma necessario per chi vuole accostarsi ad una delle voci poetiche più atipiche ed interessanti presenti nel nostro territorio.

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