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Archivio Ottobre 2004

romanzo sul settimanale città magazine, quarta parte

di vertigine (21/10/2004 - 18:43)

La città dalle mura che bruciano

 

di Rossano Astremo

 

Una volta entrati nel locale, la situazione non differiva di molto rispetto a quella vista all’esterno, era tutto solo più sfocato, meno nitido, a causa del peso imponente di una coltre nebbiosa formata da nicotina, marijuana, hascisc. L’ossigeno aveva smesso di circolare in quello spazio da un bel po’, la gente si muoveva lentamente, ruotava su se stesso, ancheggiava stancamente a ritmo di musica, sullo sfondo un dj suonava un pezzo dei Sonic Youth, mentre alle sue spalle veniva proiettato un video di un concerto anni ’70, con hippy nudi e cosparsi di fiori abbracciati nell’ascolto di Hendrix.

Una volta dentro, ci perdemmo di vista, era difficile rimanere uniti in quell’atmosfera cupa, conturbante, indefinita. Entrammo in una sorta di labirinto spettrale, alcolico e fumoso, all’interno del quale tutta la giovane fauna universitaria leccese era unita in una sorta di fusione mistica. Improvvisamente delle luci poste nella parte alta del locale si accesero, il tutto prese una sua più lucida definizione, i margini di figure annerite dal buio si tratteggiarono con maggiore precisione, vidi lontani da me Ciro e Livio che spauriti giravano su loro stessi, come lancette di orologi scagliati in un magma repellente ed estraneo, Paolo e Maria si tenevano per mano e fissavano le immagini mandate dal proiettore, tutti nel centro del locale saltavano con lentezza, creando un’onda di forte impatto visivo, che cresceva nella sua modulazione all’aumentare dei decibel della musica, la forza delle distorsioni delle chitarre dei Sonic Youth divenne incontenibile, tutti i corpi abbandonarono la precedente compostezza per sfibrarsi in inconsulti movimenti, come se gli arti superiori ed inferiori si stessero dilaniando per qualche trazione esterna di impatto incontenibile.

Il locale era al limite dell’esplosione, io, schiacciato in un angolo poco luminoso, osservavo con attenzione lo scandirsi di quelle immagini, come una ottomillimetri nel pieno del suo lavoro di registrazione, captavo ogni singolo fotogramma, assaporando le note di uno dei gruppi musicali che veneravo, immaginandomi il possibile arrivo di qualche poliziotto inviperito che non avrebbe avuto molti problemi a prendere tutti, compreso gestore del pub, e portarci in questura per studiarci come fenomeno paranormale in preda a delirium tremens o a bipolarismo psichico.

Poi la svolta della serata, l’imprevisto che si insinua nel tuo cervello resettando tutte le informazioni immagazzinate in precedenza. Quando il dj fece sfumare Death Valley 69 dei Sonic Youth per far suonare There is a light that never goes out degli Smiths, i miei occhi si soffermarono su una ragazza, che si trovava dalla parte opposta rispetto la mia, seduta per terra, con le ginocchia piegate verso il volto e tenute assieme dalle mani.

Era tutta raggomitolata su se stessa, come se avesse paura a mostrarsi, a tirarsi su per lasciare intravedere il suo corpo, ma a me bastò incrociare il suo sguardo, in un attimo di piena luminosità del locale, per comprendere che quella depressione che ardeva nel mio stomaco da frazioni di tempo immisurabili aveva una sua spiegazione. Sì, devo ammettere che quell’attimo di intarsiatura perfetta tra i miei e i suoi occhi fu per il sottoscritto una manna dal cielo, la risoluzione di mille interrogativi sul senso dell’esistenza e di quegli anni passati a vegetare fissando il bianco soffitto della mia camera.

La risposta ai miei dubbi, allo sfrigolio costante di pensieri ossessivi, negativi e grigi nella mia mente, era scritta negli occhi di quella ragazza sconosciuta avvolta in abiti neri, in una serata d’ottobre che segnava l’inizio della mia vita universitaria. Avrei fatto carte false pur di conoscerla, di scambiare quattro parole con lei, ma la mia timidezza era un giogo castrante che da sempre mi aveva messo bastoni tra le ruote. Si abbassarono le luci, la voce di Morrissey, cantante degli Smiths, continuava ad infondere parole d’amore nello spazio asfittico chiuso da quattro mura tracollanti, vidi un’ombra sollevarsi e muoversi in quell’atmosfera fatta di atomi impiccati. Le luci tornarono ad illuminare  il tutto. La ragazza dagli occhi che mi donavano brividi era andata via. E se fosse stato solo un mio sogno delirante?

(4/continua)

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