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Rossano Astremo
Dodaro
La parola: L’atto rivoluzionario. Noi, parolieri, siamo gli autentici rivoluzionari. Noi, e solo noi, siamo la rivoluzione.
(Francesco Saverio Dodaro)
“Sei tu Rossano Astremo?”, queste parole risuonarono stridenti tra la folla dispersa in Piazza Sant’Oronzo, mentre un docente universitario teneva una disquisizione infinita sul limite del linguaggio utilizzato dai politici nostrani.
“Sì”, risposi mentre sorseggiavo brandelli di grappa offerta da uno degli stand ospitati all’interno della Festa dell’Unità.
“Ho sentito parlare molto di te”.
“Mi fa piacere”, la mia timidezza cominciò a risalire dalla bocca dello stomaco per insinuarsi tra i denti, vogliosa di eruttare, impedendomi in questo modo di spiaccicare parola. Chi era quell’uomo dallo strano accento barese che aveva sentito parlare molto di me? Si infilo grandi occhiali dalla montatura nera e con una semplice frase dissolse ogni mio velato dubbio.
“Sono Dodaro”.
“Onorato di conoscerti”, gli dissi.
“Porco cazzo, Francesco Saverio Dodaro, mi inchino al tuo cospetto. Hai rivoluzionato l’arte e la letteratura in questo sud del sud rupestre, isolato, legato ad asfittiche tradizioni castranti. Hai preso la pizzica infilandola nel buco del culo del dimenticatoio”, questo avrei voluto dirgli, ma la mia timidezza, ripeto, me lo impedì.
Dopo aver indossato i suoi grossi occhiali, cominciò a ispezionarmi come si fa con oggetti dalla strana forma e dall’odore ruvido ai quali è impossibile dare un nome.
“Ho letto tuoi articoli sul “Quotidiano”, poi oggi su un settimanale ho visto la tua foto. Stai pubblicando un romanzo a puntate…bene…bene…”, parole che uscivano lente, come se prima della loro emissione sonora passassero in una scatola in grado di ispezionarle, eliminando le ridondanze e il superfluo, lasciando solamente l’essenziale.
“Mi fa piacere”, erano le uniche parole del cazzo che riuscivo a dire. Mi ci voleva un’altra grappa, o forse due, o forse tre, per eliminare l’inibizione e lasciarmi andare in un logorroico profluvio di concetti ampollosi, pletorici, barocchi. A differenza del minimalismo verbale dell’uomo che avevo davanti a me, io alternavo il silenzio mistico ad una eccessività tantrica.
“Ma tu ti senti poeta o narratore?”, questa domanda era lecita, ma io non sapevo cosa rispondere, non mi ero mai posto questo quesito, io mi sentivo scrittore, cioè nel senso che amavo avere una tastiera e pigiarla a più non posso generando immagini surreali, vibrazioni carnali, deviazioni sociali, erezioni mentali, ma in quella domanda c’era più di una semplice volontà di categorizzarmi in un genere, il suo era un tentativo di entrare nel mio corpo per ispezionare la mia anima, perché , poi, l’anima è quella cosa che abbiamo dentro lo stomaco, quella patina gelatinosa che avvolge le nostre budella e che ci protegge dalle ulcere perforanti, l’anima, sì, è qualcosa di organico, e Dodaro non era un individuo che rivolgeva agli individui da poco conosciuti domande riguardanti le condizioni meteorologiche o il gioco spettacolare del Lecce di Zeman, Dodaro puntava dritto all’essenziale, fissandoti negli occhi e cercando di ispezionare quello che avevi dentro.
“Poeta”, gli risposi, dopo secondi di silenzio, interrotti dai vocalizzi smaniosi del docente universitario alle nostre spalle.
“Sì, mi sento un poeta”, continuai, dando alle mie parole una cadenza più ritmata tali da farle sembrare più vive.
“Bene…bene…”, uscì dal suo portafoglio un biglietto da visita, me lo diede.
“Vienimi a trovare a casa. Così parliamo un po’. Dopo le nove di sera mi trovi con certezza”
“Grazie mille, verrò certamente”, presi il suo biglietto da visita, completando quel passaggio da anima ad anima, conclusosi con il breve viaggio di un rettangolo di carta spessa dal suo al mio portafoglio. Le mani si strinsero. Lui si voltò e si allontanò tra la folla, con la schiena curvata per le tante letture accumulate negli anni.
Avevo conosciuto Dodaro. Era comparso dal nulla. Ero in uno stand di libri a parlare dell’ultimo romanzo di Carofiglio con il libraio e poi d’un tratto si è inserita questa voce concava che, dopo essermi voltato, ha assunto sembianze umane. Ci saremmo rivisti. Sarei andato certamente a trovarlo a casa. Avrei portato una bottiglia di buon vino rosso. Questo pensavo.
Dodaro, lo stesso che nell’estate del 1954 , a Lecce, bruciava in un falò purificatore le sue tele astratte, informali, surreali, per passare al versante dell’analisi e della letteratura. Durante quel rito sacrificale, ma catartico, era in compagnia del grande ma ancora oggi incompreso Edoardo De Candia, che bruciava le sue tele giovanili, non degne certamente delle pennellate del De Candia maturo.
Dodaro, lo stesso che nel 1976 ha fondato il gruppo sperimentale “Arte Genetica”.
Dodaro, lo stesso che ha dato vita, assieme al merlo eretico della letteratura postmoderna pugliese e non solo, Antonio Verri, a collane di letteratura fuori dalla norma, fuori controllo, fuori da tutto, terribilmente affascinanti.
Ed ecco “Spagine”, ed ecco “Compact Type”, ed ecco “Diapoesitive”, ed ecco “Mail Fiction”, collane di letteratura sperimentale che distruggono il concetto di libro, lo inceneriscono, lo attualizzano frantumandolo, ma tornerò a parlarne, magari con lo stesso Dodaro, che ora l’immagino in casa nascosto tra una montagna di fogli, di libri, di quadri, ad interrogare la sua anima, a parlare con i suoi demoni.
new thing, la notte dei blogger, musicaos
un pò di novità editoriali, in primis l'uscita del romanzo solista di wu ming 1, new thing, e per averne un assaggio andate a leggere la (non) recensione di giuseppe genna su www.miserabili.com. poi segnalo l'uscita dell'antologia la notte dei blogger, curata da Loredana Lipperini, con l'amica princess proserpina tra gli autori (http://www.einaudi.it/einaudi/ita/catalogo/scheda.jsp?isbn=978880617199&ed=87), infine il numero di ottobre della rivista elettronica musicaos (www.musicaos.it), curata dal sempre folle luciano pagano.






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