incipit del mio frenesia delle natiche
il mio primo romanzo, che da un po' gira per alcune case editrice, oggi ha avuto un'offerta di pubblicazione da una media casa editrice. al di là della proposta contrattuale discutibile mi è stato detto se fosse possibile intervenire sull'incipit. io ve lo propongo e fatemi sapere secondo voi se è troppo crudo. è l'inizio di frenesia delle natiche, il mio primo romanzo compiuto.

ULTIME PAROLE DEL DATTILOSCRITTO DI EDOARDO VITTORE ‘FRENESIA DELLE NATICHE’
Il sipario sta calando su questa commedia dalle tragiche tinte sbiadite. Ho ingurgitato veleno per topi in grande quantità, raddolcito da buon vino primitivo. Ora sono su di giri, non riesco a fermare i miei piedi che scalpitano, non riesco a rilassare il mio corpo che si spappola, e continuo a pensare a te e il tuo ricorda mi irrita, il tuo ricordo mi eccita, mi satura con ossessione, mi satura nell’eccesso della perversione.
Vorrei averti sotto di me, vorrei strappare i tuoi striminziti abiti da puttana e succhiare il liquido che esce dalle tue cosce, aprire le tue gambe lucide e nere e infilarti la mia lingua non più limpida e leccarti le labbra della fica con dolcezza, entrare con i denti nella tua fessura bavosa e morderti, morderti con violenza, per poi rallentare il ritmo e nuovamente accelerare e farti uscire tiepido sangue carnale da bere, bere per poi vomitare, sul tuo corpo vomitare, sino a star male, a godere del mio star male, a godere delle tue lacerazioni vaginali, a godere della tua sofferenza meritata, giusta e sacrosanta.
Sì, questo veleno per topi sta svolgendo al meglio il suo lavoro, ho lo stomaco che si sbriciola, ho gli occhi che mi pungono, mi agitano, si ustionano e il pensiero di te continua a scrostarmi.
Vorrei infilarti il mio pene bollente tra le tue cosce da grande troia di periferia, scoparti da sopra, da sotto, da dietro e incularti per farti soffrire, per farti sanguinare, anche dal culo sanguinare, e no, non avrò pietà delle tue lacrime stridule, non avrò pietà del tuo culo minimo, non avrò pietà dello strisciare gastrico dei tuoi luridi capelli sul mio pavimento, perché te lo farò leccare, con la lingua leccare, senza esitazione leccare e pulire, mentre continuerò a incularti con foia, a incularti con cattiveria, per tutto il male che mi hai fatto con cattiveria, per tutti i brividi che mi hai donato con cattiveria e non avrò pietà perché tu a me non hai fatto sconti. La frenesia delle natiche, che mi martella il cervello, troverà soluzione tra le pareti limpide del tuo culo immacolato. Il sipario sta calando su questa commedia dalle tragiche tinte sbiadite. Perdo lentamente le forze, il peso del mio busto diviene insopportabile, intollerante, devo sedermi per non svenire, devo sedermi per non sentirmi più morire, devo poggiare la mia testa su questo cuscino di piume d’oca, su questo materasso soffice che mi ospita, lo stesso materasso sul quale vorrei violentarti, vorrei fotterti sino ad arrossare la punta del mio pezzo di carne rovente, sino a fare sanguinare le pareti sottili del mio pezzo di carne, scaduto, spossato, nel delirio smembrato.
Vorrei strappare i tuoi lunghi capelli neri e infilarti il mio pene in bocca, in tutta la sua durezza in bocca e slabbrarne ogni angolo perfetto e pompare in su e giù, sentendo il digrignare caustico dei tuoi denti indifesi, in su e giù per farti assaporare il pulsare dello sperma che arriva, per farti assaporare la gioia corrotta dello sperma che esplode, nella tua bocca esplode, nella tua bocca gioisce, e ora inghiotti, inghiotti, puttana, inghiotti nella sofferenza, inghiotti tutta la mia sofferenza, inghiotti senza parlare perché ora il tuo compito è solo quello di ingoiare.
Il veleno per topi è andato ad intaccare ogni centimetro infetto del mio corpo di squame e ora non ho più controllo di me, non ho più peso di me, sono steso su questo letto e non potrò più rialzarmi, sono steso su questo letto sorseggiando le ultime gocce di primitivo, battendo queste mie ultime parole, arrampicandomi sugli ultimi aliti di vita, sugli ultimi respiri che nell’affanno svaniscono, trasparenti mi uccidono, nell’assenza mi scagliano, nel vuoto mi crocifiggono.
21 Luglio 1993
Edoardo Vittore






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