ringraziamenti

(l'editore che non c'è)
Ringrazio tutti gli scrittori che hanno accolto la mia provocazione per l'istant review Vertigine. Stiamo lavorando sulla grafica, stiamo lavorando per risolvere la questione distribuzione, ma quello che non cambierà è la logica della rivista. Libertà espressiva a trecentosessantagradi. Quindi stop alle polemiche e rimbocchiamoci le maniche. Vi terremo aggiornati. Sopra la foto dell'editore che non esiste, per evitare illazioni che non hanno fondamenta, proiezione immaginifica di tutti gli editori ai quali rinnoviamo la nostra stima per il difficile lavoro che gli tocca fare. Abbiamo provocato e abbiamo raggiunto il nostro scopo. Rimetterci in moto dopo mesi di silenzio, passati ad analizzarci. Vi promettiamo che cercheremo di dare maggiore regolarità all'uscita della stessa. Lunga vita a tutti.
segnalazione
Dopo la pubblicazione/diffusione de "La Carne Muore" di Rossano Astremo vi chiediamo di leggere il romanzo di un autore esordiente, Tonio Rasputin: "Fiat Umbra parla dei miei venticinque anni, ed è fatto di immagini (si legge come si guarda Fellini) perché in origine fu scritto proprio per fornire un copione per un film." Abbiamo discusso e saremo ancora felici di discutere di rapporti tra l'editoria e le realtà emergenti, e siamo venuti a conoscenza del fatto che sarebbe positivo, per l'editoria, se il numero dei ponti gettati tra questi due mondi aumentasse. Questo è uno dei testi che ci sono pervenuti e che abbiamo avuto modo di leggere dopo aver pubblicato il romanzo d'esordio di Rossano Astremo. Un lettore critico potrebbe giudicare questo testo in due modi. Se alla fine del romanzo la lettura avrà soddisfatto il lettore, allora vorrà dire che ci sarà, anche se breve, un punto di congiungimento tra la produzione che transita attraverso l'etere e tra la qualità possibile. Chi lo ha letto prima che fosse diffuso online ne ha parlato, a seconda del gusto, in maniera positiva e facendo appunti personali. Da tutte le letture è emersa l'unitarietà stilistica dell'insieme, sia esso interpretato come romanzo di 'quadri', sia che si voglia leggere Fiat Umbra come raccolta di racconti incentrati sulla presenza degli 'stessi' protagonisti. Tonio Rasputin è un esempio di come si possa essere esordienti, prima dei trent'anni, avendo già acquisito una propria consapevolezza del mezzo.
In "Fiat Umbra" quel che interessa sono i caratteri, ragazzi che si affacciano su un nulla che possono rifiutare o lasciarsi cadere addosso, a seconda della pigrizia o dell'incazzatura del momento. Quello che passa, con questa lettura, è che c'è stata una fase, un momento, nel quale ci hanno passato per vero tutto, persino le realtà più allucinanti: ogni tanto qualcuno se ne accorge.
scaricatelo qui
avviso importante

Vertigine 5, una rivista di merda
Ora, dal momento che Vertigine per il sottoscritto è l’unico momento di indipendenza da quelle logiche bastarde che sottendono l’editoria nostrana, ho voglia di dimostrare, non solo all’editore panciuto, ma a tutti gli affezionati 25 lettori di Vertigine il fatto che la merda rappresenta un nucleo essenziale della letteratura contemporanea che ci piace tanto. Quindi, gentili scrittori, vi chiedo di mandarmi al più presto, entro max 1 settimana, vostri scritti, poesie, racconti, recensioni, riflessioni, improperi al mio indirizzo email rossanoastremo@libero.it, oppure chiamatemi per dettarmi vostre bestemmie al 3475206564. Non è necessario che vi mettiate a scriverli per l’occasione. Scartabellate tra i vostri file infetti. Perché per questo numero vogliamo solo la merda. Di quella che puzza oltremodo. Entro metà febbraio il prossimo numero di Vertigine sarà in distribuzione. Sperando nel vostro aiuto. Inoltrate questa email ai vostri commensali.
Rossano Astremo.
recensione

Esordio nella collana poet/bar della Besa per Manila Benedetto e Angelo Petrelli
Due nuove voci poetiche, tra tensione erotica e struggente amore
di Rossano Astremo
Di fresco odor di stampa due nuove raccolte poetiche uscite nella collana poet/bar della Besa editrice curata da Mauro Marino. Le pubblicazioni segnano l’esordio di due giovani poeti pugliesi, Manila Benedetto, ventiquattrenne di Castellana Grotte, studentessa, giornalista e content writer, conosciuta in rete come Princess Proserpina, già comparsa nell’antologia “La notte dei blogger”, edita dall’Einaudi e curata dalla giornalista di Repubblica Loredana Lipperini, e Angelo Petrelli, ventunenne di Arnesano, studente presso la facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Lecce, i cui testi sono già apparsi in alcune riviste cartacee e online attive nel territorio. La raccolta di Manila Benedetto, “Pelle sporca”, ha la prefazione autorevole di Lello Voce, uno dei principali esponenti dell’avanguardia poetica italiana degli anni Novanta, sperimentatore infaticabile sempre alla ricerca di mezzi extratestuali in grado di rendere il fare versi un’attività ancora viva, il quale, senza mezzi termini, ci lascia intuire di che pasta è fatta la scrittura della giovane autrice: “Quella della Benedetto è certamente scrittura fondamentalmente erotica, ma di un erotismo che sa farsi surreale, ironico, dunque crudele all’ennesima potenza, nell’allegorizzare verso il basso, il quotidiano, ciò che altri, meno accorti e certo più ubriachi di retorica, non esiterebbero a pompare verso l’alto”. Nella lettura dei testi della Benedetto questa centralità della tematica erotica si fa presto sentire, il suo è un poetare che abbandona le attrezzature svecchianti di certa produzione in versi fatta col righello, prediligendo uno svolgersi colloquiale della stessa, una semplicità del dire, un rifiuto di arrovellamenti lessicali, una predilezione per una parola che non lascia adito a travisamenti semantici: “Seguimi, scrutami, conoscimi./ Killer, ho aperto la porta./ Guardami, sfiorami, stordiscimi.// Killer, l’arma è sul tavolo./ Ti aspetto stesa nel mio letto./ Femmina, donna e diavolo, voglio morire./ Killer, trovami e straziami”. Viene presto l’accostamento con la Patrizia Valduga di “Medicamenta” (1982), della quale citiamo due versi che possono spiegarne la somiglianza: “Vieni, entra e coglimi, saggiami provami…/ comprimimi discioglimi tormentami…”. In comune con la Valduga, al di là di taluni richiami compositivi, vi è lo stesso utilizzo dell’erotismo come chiave di accesso all’essere, come strumento esplicativo dell’io lirico. Di diversa impostazione è la raccolta “Elegia” di Angelo Petrelli, la quale già dal titolo richiama ad un genere anacronistico, attualizzato con coraggio dal giovane poeta di Arnesano, che, senza remore, nei suo versi affronta le tematiche tormentose dell’amore e della morte. Il suo libro è ricco di interventi, due introduttivi e due finali, che appesantiscono la lettura, sviano l’attenzione del lettore, eludono la centralità corposa dei testi. Scrive Luciano Pagano, nell’intervento che introduce alla lettura del testo: “Avere posto il proprio io e la propria esperienza al centro di tutte le tematiche di questa raccolta è il motivo per cui “Elegia”, nell’equilibrio degli elementi fin qui esposti, si presenta come esordio notevole. La città. Le persone, Dio, sono figure lontane, fanno da sfondo; la morte, il distacco, l’amore, anche se a volte tradito da un amore di sé più spiccato, sono tutte sfaccettature di un unico piano”. Tematiche difficili in una costruzione pregiata, attenta, pensata, con piccole incertezze o cadute di stile che non tolgono sostanza al degno risultato finale: “Non sono poi più del verme sulle feci/ di Thomas – ma dimmi pure il mio pianto/ che devo affrontare: bagnerà il mio petto/ quella nera bocca fremente – è forse/ da Dio stesso che capirò la storia ridicola / della genesi – nell’uomo spontaneo/ nel suo “ovviamente”?”. Dalla tensione erotica di Manila Benedetto all’amore struggente di Angelo Petrelli, due nuove voci poetiche che lasciano il segno.
riflessione

POESIA DEL DISSENSO
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INTRODUZIONE
Resistere ancora
di Florian Mussgnug
Note sulla poesia di Rossano Astremo, Fabio Ciofi, Gianmario Lucini
e Erminia Passannanti
“IL MITOOOOOO... cazzo mi viene sperimentale a me / sommo
estenuatore della forma tradizionale rivisitata / revisionata ogni anni
due, poesia senza targa, oserei dire” (Fabio Ciofi, Ipnagogia). C’è in
queste righe tutta l’ambiguità, tutta la coscienza infelice di una poesia
che non si riconosce più nel desiderio di rinnovamento linguistico che
ha così profondamente segnato le sorti della poesia italiana durante la
seconda metà del secolo scorso. Nel testo di Ciofi appare ormai
screditata l’ipotesi di uno sperimentalismo radicale che miri alla
dispersione di ogni convenzione semantica, alla disseminazione dei
“materiali verbali” della società del consumo, alla riscoperta del
“linguaggio del sogno e [dell’]espressione della psicosi, [della]
giustapposizione degli elementi di logiche diverse, [del] linguaggiosfida,
[del] non-finito” (Alfredo Giuliani, Introduzione alla seconda
edizione dei Novissimi, 1965). In Ipnagogia, la lunga tradizione dello
sperimentalismo novecentesco si condensa in una piccola anomalia
grafica trattata dall’autore con divertito distacco: “IL MITOOOOOO”,
forse un omaggio ironico-affettuoso al Sanguineti lettore di Eliot e di
Jung, ma soprattutto un apparente lapsus dell’autore, che s’affretta a
prendere le dovute distanze da una tradizione ormai percepita come
sterile. Ma l’ironia caustica di Ciofi non si esaurisce nel confronto –
un po’ ironico, un po’ nostalgico – con la propria tradizione: le parole
malinconiche e irriverenti del poeta toscano esprimono lo sgomento e
l’amarezza di una poesia “senza targa”, costretta a confrontarsi con un
mondo in cui ogni gesto apparentemente rivoluzionario, ogni illusione
di rottura assoluta diventano subito esperienza catalogabile. Mai come
oggi, sembra dirci Ciofi, la carica dissacratoria dell’avanguardia
sembra inadeguata, palesemente insufficiente per esprimere il
presente. Scrivere oggi “poesia del dissenso” richiede atteggiamenti
diversi da quelli che caratterizzarono lo sperimentalismo di
quarant’anni fa, più misurati forse, ma soprattutto più consapevoli di
quali siano ancora le possibilità (e le responsabilità etiche) della
parola. Ciò che accomuna i quattro poeti presenti in questa raccolta è dunque
la ricerca di linguaggi poetici che superino la contrapposizione
avanguardia-tradizione. Lasciandosi alle spalle l’opposizione fra due
poetiche dominanti e apparentemente incompatibili – da un lato
“l’oltranzismo politico inoffensivo” (Fortini) delle avanguardie,
dall’altro una tradizione di poesia “impegnata” spesso inefficace – i
testi di Astremo, Ciofi, Lucini e Passannanti si aprono a influenze
nuove e diverse, difficilmente riconducibili a nette contrapposizioni.
Nascono così linguaggi poetici nuovi ed incisivi, caratterizzati da una
grande ricchezza espressiva e linguistica, che combinano registri
diversi e spesso antitetici. Nei Frammenti per una monodia infernale
di Astremo, la voce del poeta proviene da un soffocatane e
claustrofobico mondo del sottosuolo, che richiama sia l’esasperata
afasia linguistica delle poesie di Antonio Porta, sia gli scenari cupi del
cyberpunk. Il linguaggio limpido e misurato delle poesie di Fabio
Ciofi dà vita invece a un raffinato gioco combinatorio di voci e punti
di vista, e raggiunge, in Misunderstanding e in L’urgenza, un’eleganza
ironica e sintetica che ricorda Caproni e Auden. Aperta verso l’oralità
e i registri stilistici più disparati appare l’opera di Gianmario Lucini,
che si presenta come una vera e propria ricerca morale “nel segno di
Geremia”, ma che raggiunge i suoi esiti più felici quando la
contemplazione del modello biblico non rimane fine a se stessa, ma
ispira la contaminazione ardita di stili (Ritratto boliviano) e codici
culturali (Rashomon). Last but not least, Erminia Passannanti
arricchisce la raccolta con una serie di poesie originali, in cui una
grande varietà stilistica – dalla raffinata parodia di Correcta ai toni
sommessi di Desiderio delle masse, dal linguaggio scarno di La
Madonna al maccaronico di Rosa mistica – convive con la costante
insistenza sul valore etico dell’opera poetica.
Nei “poeti del dissenso” il riuso della tradizione mira a rendere più
limpida la comunicazione con il lettore. Non stupisce peraltro che
molte delle “poesie del dissenso” proposte da Astremo, Ciofi, Lucini e
Passannanti risentano dell’influenza dei pastiche linguistici e
concettuali delle nuove avanguardie degli anni ‘90. Basta pensare, ad
esempio, alle dichiarazioni di Lello Voce, il quale nel 1991 auspicava
una poesia fondata su “una comunicazione ormai data come virtuale
ed interrotta, in cui il montaggio è un ri-montaggio, un riuso teso a
ricostruire la possibilità di un dialogo e di una reale comunicazione,
senza per questo nascondere le aporie, le interruzione, le ferite, le
contraddittorietà” (“Tra LasVegas ed Harrar”, Allegoria 9, 1991, pp.
129-36). Tuttavia, se da un punto di vista formale la polifonia dei
“poeti del dissenso” potrebbe apparire come uno sviluppo ulteriore
delle tecniche combinatorie proposte da Voce, i loro contenuti
smentiscono ogni ipotesi di stretta parentela. Nell’articolo di Voce il
progetto di una poesia “dialogica e conflittuale”, che rifiuta ogni
forma di omologazione e appiattimento semantico, viene descritta
come una reazione necessaria e sufficiente ai problemi del presente.
Per i “poeti del dissenso”, invece, l’ipotesi di una poesia ludica ed
eversiva non appare più sufficiente: nelle loro opere l’interesse per lo
straniamento ironico, per la contaminazione fra livelli linguistici e
stilistici e, più in generale, per le astuzie retoriche del
postmodernismo, non è mai fine a stesso, ma serve a propiziare
l’impegno politico e sociale.
Conviene allora soffermarsi almeno brevemente su alcuni dei temi
centrali della riflessione etica e politica dei quattro “poeti del
dissenso”. Colpiscono innanzitutto i frequenti riferimenti critici ad un
potere politico indecifrabile e assoluto, monolitico e minaccioso, per il
quale “il trasformarsi del consenso in ignoranza è la condizione della
sopravvivenza” (Passannanti, Desiderio delle masse). Per i “poeti del
dissenso”, confrontarsi con questo potere non è più una questione di
scelte politiche, né tanto meno di dichiarazioni di poetica. Nel mondo
descritto da Astremo, Ciofi, Lucini e Passannanti la conoscenza della
miseria e della sofferenza altrui non è più il “privilegio” dell’artista in
cerca di orfici misteri; per molti abitanti di un occidente privilegiato il
vero problema è semmai l’opposto: dimenticare almeno per qualche
istante le ingiustizie da cui è afflitta la maggior parte della
popolazione mondiale, ignorare l’esistenza di armi in grado di
eliminare da un momento all’altro ogni forma di vita a noi conosciuta:
“sentirsi ogni giorno al sicuro in una società / minacciata [è] come
ignorare un siluro che incalza / all’altezza del...” (Ciofi, Annotazione).
Tuttavia, mentre la consapevolezza del male è spaventosamente
comune, la sua comprensione pare quasi impossibile. Nelle opere dei
“poeti del dissenso” la critica del potere non viene mai svolta
analiticamente. Mentre Astremo contempla ancora la possibilità di
una critica dall’esterno, di uno sguardo spaventato ma non complice
che ci riveli in termini allegorici la vera natura dei “politici dalla
forma taurina / che bevono vino e mangiano carne / in osterie dalle
pareti color arancio / e dai tavoli di ebano prezioso e cesellato”
(Frammento 7), Lucini, nella sua Lettera a un giovane poeta appare
ancora più pessimistico e rassegnato: “Feci di tutto per essere retto /
ma l’amore non basta: ci vuole / l’ottusità del potere / per essere certi
della salvezza”. In un mondo dominato dal potere, neanche la voce
della poesia può rimanere inalterata: “La situazione politica di questi
giorni, mesi, anni, ha mutato il quadro della poesia, il suo statuto”
constata Erminia Passannanti in una nota che accompagna la poesia
Desiderio delle masse. Intanto, la vera contestazione rimane al di là
della portata della poesia. Il riscatto dei deboli è un sogno lontano,
descritto da Ciofi in un quadretto volutamente di maniera: “Forse un
giorno si alzeranno in piedi gli umiliati e offesi / e una fanfara suonerà
motivi che scoppiettare faranno / l’animo di chi ingiustamente ritenuto
inutile / socialmente risorgerà... poi le chiarine annunceranno / il
risolto conflitto di indefessi lavoratori” (Ciofi, Liberalizzazione).
Al poeta rimane allora forse soltanto il compito di vivere in un mondo
in cui la Storia appare ormai decisamente (e tragicamente) separata da
quei pezzi disarticolati di quotidianità su cui si esercita ancora la
lingua della poesia: i “preservativi rotti / involucri vuoti di eroina, /
tubetti di vasellina strizzati e secchi / come farina d’ossa nel sole
estivo” (Astremo), “La gamba stirata del rospo su strada bagnata”
(Ciofi), “le sottane da quel cassetto che sapeva di rosa” (Passannanti).
Vengono in mente le parole di Niva Lorenzini nella conclusione al
volume Il presente della poesia. 1960 – 1990 (Bologna 1991): “Forse,
nell’era della complessità, scaduto il ruolo dell’umanesimo disilluso, è
il momento di verità minuscole e tenaci.” Sono oggetti isolati, forse
nient’altro che i resti di una “pazzia fatta di frammenti di vetro e di
cuore” (Astremo, Frammento 5). Ma non è detto che non si possa
ripartire proprio da lì. “Si va per frammenti in cerca di mondi da
strutturare” replica Fabio Ciofi (Annotazione). Per resistere, per
scrivere, ancora.
Florian Mussgnug (Monaco, 1974) si è laureato in Filosofia e
Italianistica al Balliol College dell’Università di Oxford. Ha appena
completato il Corso di Perfezionamento in Letteratura Italiana presso
la Scuola Normale Superiore di Pisa. Ha scritto su Primo Levi,
Giorgio Manganelli, Italo Calvino e Umberto Eco, sul rapporto fra
teoria del romanzo e filosofia del linguaggio, sulla teoria dei generi
nella Neoavanguardia. Insegna Letteratura Italiana all’University
College London.
segnalazione

su www.miserabili.com una mia traduzione dell'america di allen ginsberg.un tentativo modesto di superare l'atrofizzazione del senso imposto dalla vetusta traduzione della pivano nazionale.
rossano astremo
segnalazione
Pelle Sporca
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poesia e prosa
Introduzione di Lello Voce
"Quella della Benedetto è certamente scrittura fondamentalmente erotica, ma di un erotismo che sa farsi surreale, ironico, dunque crudele all’ennesima potenza, nell’allegorizzare verso il basso, il quotidiano, ciò che altri, meno accorti e certo più ubriachi di retorica, non esiterebbero a pompare verso l’alto: «Come si fa a desiderare / un uomo sottile, / da tener in tasca / - ma con la testa fuori - / per usarlo un giorno / all'occorrenza, / scioglierlo in acqua come / un'aspirina, / e sciolto berlo / e digerirlo / e poi pisciarlo via / in un qualche cesso di periferia.»
Dal magma di una vocazione stilistica ancora variabile, turbinosa, schizzano lapilli poetici assolutamente compiuti e che ciò accada anche e soprattutto quando l’autrice riflette sul suo fare è segno certamente ottimo."
Lello Voce






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