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cazzi miei e pure vostri

di vertigine (26/02/2005 - 11:49)

 

La società dello spettacolo

Il settimanale con cui collaboro questa settimana ha deciso di non uscire. Contrattazioni sindacali. Precarietà indecorosa. Mi sono dedicato alla lettura. Ho letto D'indolenti dipendenze di Ilaria Seclì, Dolorosa impotenza il mestiere delle parole di Elio Coriano, un libro di Manzini su Walter Alasia, brigatista ammazzato  nel '76, poi Rumore Bianco e Cosmopolis di De Lillo e L'odore del sangue di Goffredo Parise. Ora sto leggendo La società dello spettacolo di Debord e Best off, raccolta del meglio in rivista edizione 2005. e voi che cazzo leggete?

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recensione

di vertigine (23/02/2005 - 17:55)

Lettura

Elio Coriano, Dolorosa impotenza il mestiere delle parole, I Quaderni del Bardo

di Rossano Astremo

 

Sarà presentato giovedì 24 febbraio, presso la Fondazione Moschettini di Copertino, alle 18,30, “Dolorosa impotenza il mestiere delle parole”,  l’ultima silloge poetica di Elio Coriano, edita da “I Quaderni del Bardo”, nella collana diretta da Maurizio Leo. Coriano è un poeta che nutre sospetto verso la mercificazione della letteratura imposta dalle logiche editoriali. Alla pubblicazione di un testo preferisce la lettura pubblica dei suo versi. Le sue performance, nei reading diffusi che hanno animato il Salento in questi ultimi anni, sono impronte graffianti che lasciano un segno.  Coriano vive la poesia come prolungamento carnale della sua stessa esistenza. Il corpus di testi inediti dello scrittore è immenso. Coriano numera progressivamente le sue poesie, anteponendo agli stessi la lettera H, abbreviazione dei componimenti giapponesi noti sotto il nome di haiku. Alla forma chiusa degli haiku, tre versi composti da un numero di sillabe ben definito, Coriano sostituisce lavori meno vincolati, che hanno la loro forza nella libera scansione corporea delle parole. “Dolorosa impotenza il mestiere delle parole” raccoglie un numero limitato di testi del poeta, risalenti alla metà degli anni Novanta, accompagnati da una nota di Antonio Errico e dai disegni di Maurizio Leo. Scrive Antonio Errico: “Vorrebbe trasformare il mondo con le parole, Elio Coriano. Come ogni poeta che si acceca per rimanere nel sogno di poter riuscire a trasformare il mondo. Ma possono trasformare il mondo le preghiere? Possono trasformarlo le bestemmie? Può trasformare il mondo una poesia, e qualsiasi cosa fatta dal vapore di parole che abbiano natura diversa da quella dell’imperativo di un potente che comanda avanzate o ritirate? È mai accaduto? Potrà accadere mai?”. Ciò che qui importa è non tanto dare risposta ai legittimi interrogativi di Errico, ma è considerare il titanico tentativo del poeta di tendere verso la risoluzione di tali questioni, di gettare luce sugli enigmi che il mondo pone tramite la parola poetica. Può trasformare il mondo una poesia? Forse no, ma il poeta deve crederci. Ne va di mezzo l’autenticità della sua scrittura. E Coriano è un poeta autentico, un poeta d’azione, non uno di quei poeti dell’ultima ora che intessono diligentemente versi, li racchiudono in una plaquette con prefazione dalla firma altisonante e impettiti si credono arrivati. Coriano è il poeta dell’Aut Aut, è il poeta della scrittura intesa come terremoto viscerale, è il poeta che odia le accademie e urla stridente ad un pubblico stordito i mali della nostra terra. Eccovi l’H 14183: “Il sangue illumina il buio per un attimo/ poi si ripiomba nell’abisso/ dove non ha senso il volo/ dove non ha senso la parola/ dove c’è puzzo di capelli al fuoco/ dove vorremmo che fosse almeno inferno”. Un poeta da tenere bene a mente se si vuole avere un prospetto critico obiettivo della letteratura salentina dell’ultimo ventennio.

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vertigine 5, piccola anticipazione

di vertigine (23/02/2005 - 10:19)

Editoriale

 

Ci sono forme di vertigine che non comportano giramenti di testa

Don DeLillo, Rumore bianco

 

Vertigine è un cantiere creativo in continuo divenire, uno strumento non contundente che fa dell’indipendenza la sua ragion d’essere, un’arma nelle mani di grafomani in preda a isterici e dissociati raptus di scrittura.  Il precedente numero, dedicato alla narrativa italiana, ha ottenuto consensi da parte dei nostri affezionati lettori e dissensi da parte del pubblico più esigente, di quelli che tutto distruggono aprioristicamente, degli intellettuali con la pappagorgia ben in vista, di operatori del mondo editoriale che esaltano visceralmente ogni minimo prodotto marchiato con il loro logo, i quali, senza molti peli sulla lingua, hanno etichettato la nostra piccola rivista come prodotto merdoso da dare in pasto a mosche portatrici di malaria incurabile. Naturale è quindi per noi dare alle stampe un quinto numero dedicato interamente ai nostri detrattori, affinché, da questo momento con cognizione di causa, possano parlare della nostra rivista attribuendole gli aggettivi più maleodoranti, e affinché possano usarla, non senza provare dolore, per ripulirsi nei loro quotidiani atti escrementizi. “Merda d’autore” è  nato attraverso un invito mediatico finalizzato all’invio di poesie, racconti o recensioni che, visto la loro bruttezza, sarebbero rimasti per sempre a poltrire in eterno negli angoli nascosti di pc protetti da antivirus sempre ben aggiornati. La risposta è stata sorprendente, tanto da dover operare delle scelte dettate dagli spazi limitati della rivista, poiché il superamento delle attuali pagine avrebbe determinato un aumento dei costi per noi insostenibile (tutti i testi giunti per “Merda d’autore” e non inseriti in questo numero saranno consultabili sul blog vertigine.clarence.com). Alcuni hanno paragonato questa operazione a quella di Dave Eggers con la rivista “McSweeney’s”. Il paragone mi sembra azzardato, anche se la speranza è quella di avvicinarsi, anche solo per asintoto, alla rivoluzione copernicana operata in ambito letterario da Eggers negli Stati Uniti. Azzardato soprattutto perché ci dice Eggers: “Diversi scrittori che conoscevano si vedevano rifiutare a destra e a manca la pubblicazione di ottimo materiale, o commissionare pezzi che, una volta scritti, non vedevano la luce per ogni possibile motivo; erano troppo lunghi, troppo complicati, troppo legati all’attualità, troppo slegati dall’attualità, o ponevano troppa enfasi su una gigantesca lumaca luccicante”. Ecco, in questo numero di Vertigine il rifiuto non viene dall’esterno, ma è lo stesso scrittore a gettare palate di merda sui propri lavori qui raccolti. Per Elio Vittorini l’umiltà era considerata un elemento fondante di ogni buon scrittore. E in queste pagine non c’è solo tanta umiltà, ma soprattutto tanti buoni scrittori, Wu Ming 1, Nicola Lagioia, Tommaso Pincio, Francesco Pacifico, Claudio Morici, Mario Desiati, Massimiliano Zambetta, Manila Benedetto, Roberto Lucchi, Luciano Pagano, Tiziano Serra e Stefano Donno. Un pugno di scrittori ben nutrito per un agglomerato di merda in parole mica male. David Foster Wallace nell’ultimo racconto di “Oblio”, “Il canale del dolore”, ci presenta un fenomeno da baraccone, il quale riesce a produrre della merda che assume forme artistiche: “Ma sono merda. Eppure allo stesso tempo sono arte. Opere d’arte sopraffina. Sono letteralmente incredibili. No, sono letteralmente merda, è letteralmente quello che sono”. Ecco, tra queste pagine, screziate di merda, troverete momenti di ottima letteratura. È necessario aggiungere che questo numero apporta delle novità all’organigramma della rivista. “Merda d’autore” è stato stampato in digitale e sarà distribuito dalla Luca Pensa Editore, una piccola casa editrice leccese che dopo un anno di attività ha deciso puntare sulla produzione di qualità (ad aprile ci sarà l’uscita di Neuropa, il romanzo-mondo di Gianluca Gigliozzi). Il tentativo è quello di migliorare la diffusione e la distribuzione della rivista, mantenendo la più assoluta libertà d’intenti. Ringraziamenti a Luciano Pagano per il progetto grafico e Annalisa Macagnino, i cui disegni sono corpo essenziale di Vertigine.

Buona Lettura

 

Rossano Astremo

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vertigine 5

di vertigine (22/02/2005 - 10:34)

In anteprima il sommario del quinto numero di Vertigine, in uscita la prima settimana di marzo, dal titolo "Merda d'autore"

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Vertigine 5

Merda d'autore

Sommario

 

Rossano Astremo, Editoriale

Nicola Lagioia, Au Lecteur

Claudio Morici, Copisteria,

Tiziano Serra, Sui pedigree di animali domestici e poeti selvatici

Massimiliano Zambetta, Lento ritorno a casa

Manila Benedetto, Le vacche di Bagdad

Wu Ming 1, Versi dal viaggio in Brasile

Roberto Lucchi, Vernissage

Tommaso Pincio, Apocalypse Rome

Stefano Donno, 16 chiavi

Luciano Pagano, Sulla visione del Merda

Francesco Pacifico, Intervallo. Pensieri che lavorano inosservati

Mario Desiati, L’ultimo amante di Rodolfo Valentino

 

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recensione

di vertigine (21/02/2005 - 10:47)

“D’indolenti dipendenze”. Libreria Apuliae, martedì 22 febbraio

di Rossano Astremo

 

CCCP Fedeli alla linea - LOGO

 

Sarà presentato martedì 22 febbraio alle 18,30 presso la Libreria Apuliae di Lecce “D’indolenti dipendenze”(collana poet/bar, Besa editrice), il libro d’esordio della poetessa salentina Ilaria Seclì. Un testo, quello della Seclì, che si avvale della prefazione di un’icona musicale delle giovani generazioni, Giovanni Lindo Ferretti, ex leader dei CCCP e dei CSI, maestro “sconcertatore” dell’ultima “Notte della Taranta”, il quale scrive: “Ilaria è poeta e non da oggi, ne fanno fede versi giovanili di incredibile potenza. La sua parola è forte, sincera, profonda e consapevole, così il suo sguardo e il suo comportamento schivo ma ben piantato. Come ulivo del Salento”. Non è un caso che sia Ferretti a firmare la prefazione al testo perché dell’artista emiliano la Seclì conserva il respiro salmodico di molta sua produzione, pur mantenendo una inequivocabile autenticità. Perché la poesia della Seclì si caratterizza per una smodata carica energica, violenta, sanguigna ed erotica, i suoi versi sono viaggio verso il recupero di un “primitivismo dei sensi” che non può non affascinare. Affiorano dal suo corpus poetico dei temi costanti, l’amore carnale, il dialogo con la terra natia, preghiere laiche, danze, baccanali, l’immagine del sangue che sgorga, la sua è una scrittura che si nutre dell’analogia inconscia, che taglia i ponti con la tradizione per farsi carne che pulsa: “E mi ritorni/ di barbare schiere/ l’avanzo/ Di notti sorvegliate dal vento/ di fiumi neri a franare i gridi/ verso la valle/ E preparare guerre. e preparare guerre/ Di me scavarti di sangue gli occhi/ e la tesa rasa legarti/ di mongole corde al fuoco che brucia”. Un esordio che non pecca d’immaturità. La Seclì si distingue per originalità stilistica e per autenticità di contenuti. A voler trovare delle parentele letterarie, viene in mente la carica eversiva della migliore Amelia Rosselli, della quale la Seclì conserva l’espressività violenta e straniata e gli energici accenti d’amore e passione, o il Lucio Piccolo dei “Canti Barocchi”, nel quale, e in ciò la somiglianza, larghi spezzoni di vissuto intervengono a compensare e ridurre lo slancio analogico e immaginifico dominante. A conclusione della raccolta della poetessa salentina, che proprio per questa sua omogeneità d’intenti può essere considerata un poema a tutti gli effetti, troviamo la postfazione firmata dal critico Michelangelo Zizzi, il quale ci offre una chiave di lettura attenta e partecipata del testo.

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zio bill

di vertigine (18/02/2005 - 17:26)

http://www.carmillaonline.com/archives/2005/02/001219.html#001219

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riflessione

di vertigine (14/02/2005 - 12:16)

Appunti in salsa oulipiana su New Thing

 

 

1.     La forma

 

 

 

Nigger

 shout your thirst of tolerance

shout your thirst of freedom

shout your thirst of revolution

 

I.A.Baraka, Fight for your right, City Lights Book 1973

 

Penso a Pasolini. A Petrolio. Ai pensieri che ingombrano il cranio di Pasolini durante la “costruzione” di Petrolio. L’autore afferma di voler rifiutare la dimensione della “storia” o del “romanzo” a favore di quella della “forma” o di “qualcosa di scritto”. L’autore pone in atto il rifiuto di creare un intreccio basato su un sistema  di personaggi disposti secondo coordinate di spazio e tempo. L’autore si propone, quindi, la negazione del “dire” una storia, prediligendo la costruzione di una “forma”. Dopo la lettura di New Thing di Wu Ming 1 mi è tornato in mente Petrolio. Condivisibile da tutti mi pare il fatto che il nucleo delle narrazioni del collettivo “senza nome” sia quello di produrre storie che spingono sull’acceleratore della successione di eventi che non lasciano respiro, che tengono incollati il lettore sulla pagina sino all’ultimo grafema . L’atelier di narrativa costruisce storie, non forme, eppure…

Siamo nella primavera del ’67. L’America è scossa dalla protesta contro la guerra in Vietnam e contro i tumulti legati a fenomeni di razzismo. A New York, dopo le morti di alcuni musicisti che suonano jazz, la vox populi diffonde la storia dell’esistenza di un assassino, il “Figlio di Whiteman”, mangiatore di artisti di colore, dispregiativamente etichettati come nigger. Tutto si proietta nel presente, nell’America della “War on Terror”, dove una campagna di reduci racconta la storia della cronista Sonia Langmut. Sullo sfondo l’ascesa del potere dei neri e della New Thing, del jazz di Albert Ayler, Archie Shepp, Bill Dixon e John Coltrane. Tutto si muove verso una risoluzione dalla dinamica che non fa una piega. E Petrolio? E la forma?

 

 

2. Il narratore

 

Chi narra le vicende che si susseguono nel romanzo? C’è la prevalenza di una tipologia narratore che è presente come personaggio nella storia e che analizza gli avvenimenti dall’interno. Green Man, Rowdy Dow, Blood Will Tell, Let’s Play a Game, il Direttore, Thumbtack, W.Ch., Julia Mey, Git On The Good Foot e altri rappresentano la compagnia di reduci, intervistati da non si sa chi, i quali ricostruiscono, attraverso una plurivocità di punti di vista che divergono e si sommano, le vicende della primavera del ’67. Se le voci che abbiamo citato contribuiscono ad alimentare la struttura dell’intreccio, i monologhi di John Coltrane sono dosi di poesia che vengono iniettate nelle vene dei lettori. L’orizzontalità della plurivocità contro la verticalità dell’ “uomo dei fantasmi”. Come l’Empire State Building (381 metri, 102 piani, 73 ascensori), New Thing è costruzione che ha nella complessità della composizione il punto di forza, è mosaico fatto da frammenti che, pur essendo pulviscoli, come la chiesa San Vitale di Ravenna, s’incuneano generando una visione d’insieme da sindrome di Stendhal.

 

3. Il sogno

 

Sogno senza polluzioni. Serata jazz, atmosfere tipo i Sotterranei di Kerouac, birra che sgorga a fiumi, un palco che si schiaccia nel fondo, un nugolo  di musicisti a dettare il ritmo, suonatori che detonano la mente, sfiati di pentagramma che spaccano i timpani, strumenti che si aggrovigliano in una struttura surreale, sax, tromba, pianoforte a coda che inonda l’aria, tamburi che aiutano a smuovere il culo, trombone della goffaggine, maracas, contrabbasso, xilofono, suoni che bloccano lo spazio, lo farciscono d’energia, vibrafono della morte, una chitarra in un angolo, sì, perché qui ogni nota sembra al punto giusto, come il Paganini di Kluas Kinski, dove vale il prezzo del biglietto l'esecuzione dei brani al violino di Salvatore Accardo.

 

 

4. Il cazzo

In solitudine

m’inchino tra fessure dove s’incontrano mani.

Come muscone alle deriva dei sensi,

chiedo pietà per l’acredine di questo mio corpo.

 

Alberto Rizzi, L’armadio cromatico, Archivio della memoria, Rovigo 2000

 

Infine la centralità del cazzo. Considerate il paragrafo 55 di Petrolio, Il pratone della Casilina,  in cui il protagonista è violentato da ragazzi della periferia romana. Ad emergere nella crudeltà dell’espressione è la successione dei cazzi dei violentatori che si trasformano in simbolo. Il cazzo che fa male, che vìola la rettitudine del borghese, è un voler mettere in crisi lo sproposito del capitale. Petrolio ha la forma di un cazzo. Dopo aver letto New Thing, ho pensato nuovamente al cazzo come forma, come reductio ad unum del senso del romanzo. La morte di Joey Cafariello è la sconfitta di un potere che logora. Un potere che odia quei fottitori dei nigger. New Thing termina con una grossa inculatura del potere che sfianca. Sì, se dovessi rappresentarlo graficamente disegnerei un cazzo. Ecco la forma. Cito: “Io fotto nel culo e lo ingravido col lanciafiamme (New Thing, pag.73)”. Mi sembra un bel modo per concludere.

 

rossano astremo

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riflessione

di vertigine (12/02/2005 - 12:03)

(L'inizio di una riflessione di una ventina di cartelle sulla scrittura di Antonio Verri, che dovrebbe uscire sulla rivista Incroci e che uscirà sicuramente sul prossimo numero di Musicaos)

Rossano Astremo

 

Antonio Verri: Postmodern / Postmortem

 

0.Le ragioni di una scelta

 

Antonio Verri, autore difficile, magmatico, barocco, costruttore di una sintassi volteggiante, inclusiva, generativa, mai lineare, mai scontata, mai semplicistica, sempre ricercata, analizzata, sino allo sfinimento, sino alla consunzione delle possibilità linguistiche esistenti, amante del neologismo sfinterico, ossia organico, per la necessità vitale di costruire un mondo possibile alternativo, fatto di grafemi, fonemi, lessemi (parti minimi della struttura linguistica) dotati di una loro autonomia nel testo, in grado di produrre, nel consueto percorso di lettura orizzontale, semantiche diverse, polisemie arabesche, attraenti, perverse.

Credo che ci sia della perversione nella scrittura di Antonio Verri, perversione non nell’atto della ricezione del testo da parte dei  lettori, ma nel gesto produttivo dell’opera. Verri è perverso perché, amante carnale della parola, la spoglia e la denuda, l’accarezza per poi implorarla, la fotte e poi la bacia, per arrivare poi alla totale immersione nel progetto infinito, impossibile, ma per la stessa ragione attraente, indeclinabile: lavorare al Declaro, progetto editoriale in grado di raccogliere tutte i suoni, le suggestioni, le armonie, le storture dell’esistere in un unico libro. Il progetto mefistofelico del mondo in un libro.

Questo vuole essere un breve viaggio nella scrittura perversa (per le ragioni sopra indicate) dell’autore che ha smosso le acque stantie della letteratura salentina nel corso di quasi un ventennio, a partire dalla fine degli anni ’70, per arrivare al 1993, anno della morte dello scrittore, all’età di 49 anni, a causa di un incidente stradale. Antonio Verri ha saputo ridare linfa ad un clima culturale che versava ancora lacrime sulla tomba di Vittorio Bodini, spentosi nel 1970. Verri ha preso per mano una generazione e l’ha condotta verso le contorte strade della sperimentazione letteraria, raggiungendo degli esiti sorprendenti, ma criticamente irrisolti. Perché parlare di Verri oggi, a oltre dieci anni dalla sua morte, è parlare di un insieme di meccanismi nascosti che vogliono elidere la figura dello stesso scrittore. L’elisione non va vista necessariamente come volontà, ma come conseguenza che nasce dall’indifferenza della critica nei confronti di Verri. La critica alla quale faccio riferimento è quella accademica, quella formatasi nell’ateneo salentino, quella di docenti e ricercatori che ha garantito la sopravvivenza testuale del cattolicesimo in versi di Girolamo Comi, del surrealismo di matrice iberica di Vittorio Bodini e, in parte, del simbolismo colto, intarsiato in struttura strofiche appartenenti alla tradizione, di Vittorio Pagano. Per gli autori che hanno operato alla fine degli anni ’70 e per tutto il decennio successivo, nessuno ha mosso una penna, o, almeno nessuno ha costruito un progetto organico di ricerca. Salvatore Toma, scrittore di Maglie, stroncato dalla sua dipendenza dall’alcol nel 1987, all’età di 36 anni, ha dovuto attendere dopo la morte la sua consacrazione artistica, grazie al lavoro di Maria Corti, la quale ha curato la pubblicazione del “Canzoniere della morte”, uscito nella preziosa collezione bianca dell’Einaudi. Per Antonio Verri, ripeto, poco o nulla è stato fatto nell’ambito della ricerca. Si sono susseguite operazioni editoriali, curate da amici di vita, volte a tenere desto il ricordo dello scrittore, a non attecchirlo definitivamente, ma quella di Verri è una scrittura difficile, che ha bisogno di un apparato esegetico e filologico costante, e che nessuno, a oltre dieci anni dalla morte, ha avuto il coraggio di intraprendere. La critica militante, quella che si muove nei binari fascinosi e contorte dei quotidiani, delle riviste, delle pubblicazione a tiratura limitata di brevi saggi, non è stata a guardare, ma non possiamo ritenerci soddisfatti, questo non può bastare. Le ragioni di questa scelta, di questo breve viaggio nella scrittura di Antonio Verri, sono provocatorie, ossia, vogliono mettere in subbuglio le certezze del mondo accademico nostrano, farlo vacillare mostrando il lirismo, l’intellettualismo, il postmodernismo dello scrittore più originale del Novecento letterario salentino.

 

 

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fateci sognare...

di vertigine (10/02/2005 - 17:40)

vendola.jpg

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2 poesie

di vertigine (10/02/2005 - 10:34)

1.

Spente le luci in un corpo di glosse sfumate,

il ritorno di scosse e frange di mare su un tappeto di arti in pulsione,

gli appesi tra tronchi divelti che lambiscono movimenti in ascesa,

l’odore di morte molesta a raschiare il battito in ventricoli squarciati.

Spente le fiamme di contrazioni catodiche che spaccano le pance,

solo piedini e manine che tagliano la bolla spaziale delle immagini rapprese,

spiagge spezzate nel riflusso brillante di un turismo che rigenera il dolore,

nuova indifferenza che si taglia e incolla come file dal senso abulico.

 

2.

Come curve tese all’abbandono (crostacei ingabbiati in snervature di scogli)

gli addomi si flettono in inconsuete posture di sboccate torsioni sessuali,

la melma è solo una domanda incolore sbiadita che caca piaceri,

verdi creature salamandresche affogano tra milioni di immagini,

ciclotroni smerdati si sperdono tra mani di metallo sporche di morfina,

chele magnetiche sbiadiscono nella perforazione arcuata di virus,

tutto s’inoltra nel caos assoluto (mi inchiodo come l’ultimo dei cristi).

r.a.