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prosa

di vertigine (02/02/2005 - 11:43)

Funerale carnale

di Rossano Astremo

Quando avevo sette anni mio padre decise di ficcarsi in bocca una magnum di grosso calibro detenuta illegalmente e di farsi esplodere un colpo secco che gli fece saltare parte della testa trasformandola in una palla da bowling con qualche buco in più sparso nella zona della nuca. Mia madre, quando vide mio padre steso per terra nel salotto conciato così male, non la prese nei migliori dei modi. Aprì la finestra, poggiò i piedi nudi sul cornicione e si scagliò dal settimo piano della nostra abitazione per poi finire a velocità sostenuta con il cranio sulla cassetta della posta che si trovava appena sopra il marciapiede che costeggiava il portone del nostro palazzo. A quanto pare, quando cercarono di ricomporla per metterla nella bara, gli addetti delle pompe funebri non ne furono entusiasti. Non ricordo molto di quel giorno. Ero nella mia stanzetta a giocare con i miei soldatini di plastica. Quelli di colore blu erano gli americani, quelli di colore verde erano i tedeschi, quelli di colore rosso erano i giapponesi. I giapponesi erano dei gran figli di puttana. Si inserivano nella diatriba tra americani e tedeschi e alla fine la spuntavano sempre loro. In realtà la loro imbattibilità era dovuta all’intervento dell’uomo tigre plastificato che mi aveva regalato mio zio Mario il giorno del mio ultimo compleanno. L’uomo tigre era molto più grande di tutto l’esercito americano e tedesco messo assieme, quindi quando il rosso generale Nagasawa decideva di porre termine al conflitto, richiamava all’ordine l’uomo tigre che si palesava nel campo di battaglia e in pochi secondi compiva una strage immonda, con spargimento sanguinolento di caduti il cui conteggio sfuggiva a qualsiasi logica umana. Questo accadeva quasi sempre quando la mia voglia di giocare era scemata del tutto. Generalmente, dopo appena dieci minuti. Il campo di battaglia che creavo nello spazio limitato delle mie pareti non corrispondeva ad alcuna logica storica. O, almeno, non in maniera consapevole. Il mio era un lavoro di abbinamento cromatico tra fazioni opposte. L’intarsio del blu nella fluida scansione di rossi e verdi aveva per me un suo fascino, quelle striature color mare profondo erano accostabili a delle fresche pennellate informali del migliore Emilio Vedova. Questo lo capii molto più tardi. Il giorno dopo il fattaccio si svolsero i funerali. La sera precedente e tutto il giorno seguente la mia casa si riempì delle persone più improbabili. Erano lì per accertarsi delle mie condizioni. “Vedi come ti vogliono bene”, diceva mia zia Rosa. Io ostentavo perplessità. Vedevo la tv, grattandomi la caviglia sinistra con il pollice della mano destra. In questa postura da contorsionista accoglievo i visitatori, non spiaccicando sillaba. Le salme dei miei genitori erano in ospedale. Venne a trovarmi il macellaio che non indossava il suo grembiule bianco schizzato con bordate di sangue animale, ma era avvolto da un completo di velluto grigio che gli conferiva un aspetto ancora più laido, con quei capelli tendenti al bianco proiettati tutti a sinistra grazie ad un uso smodato di brillantina da collezione. Poi la maestra Giuseppina, con una gonna rosa shock, degna dell’Amanda Lear più trash, delle scarpe rosse appuntite e una camicia grigia con i primi tre bottoni aperti, che lasciava intravedere parte delle sue poppe a melone. Mia zia Rosa mi costrinse a stare tutto il tempo in cucina. Lì la televisione non aveva il televideo, ma non ne facevo un dramma. Mio zio Mario mi faceva compagnia. Disse che la mia maestra era una gran zoccolona, io annuii. Poi mi prese in braccio, mi posò su una sedia, si inginocchiò e prese a farmi un discorso strambo: “Guarda… inizia una nuova vita per te, per il sottoscritto e per la zia Rosa. Il fatto è che la mamma e papà non ci sono più…cioè, non fraintendermi, non è che non ci sono più, è soltanto che hanno fatto una scelta coraggiosa, hanno deciso di intraprendere un lungo viaggio, per vivere una nuova vita, per ricongiungersi con lo spirito, per intridersi di eterno…ma ecco, lo sapevo che poi collassavo in logiche mistiche dentro le quali tu ti saresti perso…cercherò di essere più schietto…tuo padre era un gran figlio di puttana, capisci, un tipo da evitare, io ho sempre detto a tua madre, ‘Patrizia, guardati bene da Franco, quello è un gran figlio di puttana, amici miei tossici mi hanno detto che sta nel giro’, capisci, tuo padre stava nel giro dello spaccio, capisci, aveva un sacco di debiti, si era immerdato sino al collo con gente che conta, capisci, non aveva fatto una scelta felice, doveva dare un sacco di soldi a un tipo che ha ammazzato più di dieci persone a sangue freddo e se non avesse rispettato determinate scadenze tua padre sarebbe stato l’undicesimo… ecco, se entriamo in quest’ottica, il fatto che quel figlio di puttana di tuo padre si sia fatto esplodere un colpo secco in pieno volto fa di lui una sorta di eroe, capisci, eroe nel senso che non ha accettato di farsi fare fuori dalla malavita… perché lui, in fin dei conti, era un malavitoso da quattro soldi…ecco, a me piacerebbe fartelo vedere come è ridotto ora, ma zia Rosa mi ha detto che non è il caso, capisci, non ha più gli occhi, ha dei denti che fuoriescono dal labbro superiore e gli penzolano da una parte e dall’altra senza senso, ha un orecchio slabbrato, fuori forma, capisci, non è un bello spettacolo da vedere, ma io avrei voluto tanto che tu gli avessi dato un’occhiata, anche piccola, giusto per tenerlo a mente per quanto poi diventerai grande, perché tuo padre, ti ripeto, era un gran figlio di puttana, Cristo se non lo era, ma è morto con dignità, capisci, se non si è fatto fottere, capisci, e questo fa la differenza quando qualcuno muore, non si è fatto fottere da quei mafiosi del cazzo, allora…allora quello che ti voglio dire, Fabio, è che quando sarai grande, dovrai portare con orgoglio il tuo cognome, capisci, non dovrai vergognartene, la vergogna è una brutta bestia, tu Fabio Nocera, dovrai essere orgoglioso di aver avuto un padre che, pur di non farsi fottere dalla mala, ha deciso di farla finita trasformando la sua faccia in un colabrodo… eppure vorrei tanto scattargli una foto a quella faccia del cazzo, perché vorrei che tu la portassi sempre con te, magari nelle mutande, nella parte più intima di te, perché, ti ripeto, tuo padre è morto con dignità.” Alla fine di questo discorso, mio zio spalancò gli occhi più del solito, mi poggiò le sue mani sulle spalle e cominciò a piangere come un bambino, senza distogliere il suo sguardo dal mio.

Poi, di scatto, si voltò, tirò fuori dalla tasca uno dei suoi fazzoletti bianchi su cui erano ricamate a mano i versi del D’Annunzio dell’Alcyone, diede una soffiata vigorosa al suo naso, tornò a guardarmi, si mise nella posizione assunta all’inizio del suo monologo e riprese a sproloquiare: “Tua madre, poi… guarda Fabio, non ho mai visto nella mia vita una persona amare tanto la sua famiglia, capisci, lei poneva la sua esistenza al servizio tuo e di Franco… zia Rosa mi diceva sempre, quando cominciammo a frequentarci, guarda Mario, ho una sorella fantastica, cioè non riesco a spiaccicartelo con la semplice successione delle frasi, ma cazzo, ti giuro che è fantastica’, capisci, fantastica… il suo folle gesto, poi, capisci…non è facile vedere il tuo uomo con la faccia ridotta come la retina di un canestro da basket, è normale che il cervelletto comincia a ruotare al contrario, è normale che i neuroni cominciano a sfibrarsi e a lasciarsi andare ad azioni senza senso, è normale che cominci a muovere il tuo corpo a cazzo di cane, è normale che la prima cosa che pensi di fare è metterti in piedi sul cornicione della finestra della tua casa sfidando le leggi della fisica, è normale che dopo un volo di cinque secondi riduci il tuo corpo come una cozza nera frantumata, di quelle che trovi attaccata sugli scogli di Gallipoli… ma è qui che comincia il bello, Fabio, proprio quando la vita ti volta le spalle, proprio quando ti rendi conto che sei nella merda fino al collo, proprio in quel momento, ti dico, devi tirare fuori i coglioni, e se potessi, ti giuro, te le farei vedere i miei coglioni, te li farei toccare con mano, ma, cazzo, zia Rosa non sarebbe consenziente… quindi, Fabio, il succo del discorso, è che ci sono io qui con te, che ti proteggerò e ti tratterò come tratterei mio figlio, ma io, cazzo, non posso avere figli, sai, è per colpa dello sperma che mi circola in corpo, il mio dottore mi ha detto che non serva un cazzo, che potrei metterlo nelle bottigliette di succo di frutta e scagliarlo in mare aperto, perché nessuno se ne farebbe uno stracazzo della mia accozzaglia di spermatozoi senza vita”. Zio Mario mi abbracciò con tutta la sua forza, versando le sue lacrime sulle mie spalle. Poi ci furono solo minuti di silenzio. Ricordo la presenza di altre persone nella mia casa in quei giorni. Quella del collega di mio padre, Sandro Trevisani, perché, bisogna dirla tutta, mio padre non è che fosse poi uno di quegli stronzi che vivevano alle spalle della brava gente, mio padre aveva un suo lavoro dignitoso, con il quale portava avanti la famiglia, era un rivenditore all’ingrosso della cosa migliore che questo lembo di terra aveva prodotto nella sua gloriosa esistenza, carta igienica Salento, resistente, morbida, per un culo sempre pulito, carta igienica Salento, la migliore per combattere i residui di merda che ti rimangono attaccati su per il buco del culo. Sandro venne in cucina, mi passò la mano sui capelli, io guardavo la pubblicità su Canale 5, poi si rivolse a mio zio Mario e cominciò a bestemmiare, non faceva altro che bestemmiare, mise in fila, l’un dietro l’altro, Sant’Oronzo, San Cataldo, San Gennaro, Cristo Morto, la Madonna Puttana e quel ricchione di Gesù Bambino. Come se fosse stato richiamato dallo spirare del male in quelle mura, comparve d’improvviso zio Umberto, lo zio della mamma, il sacrestano della chiesa di Sant’Irene, un tipo squilibrato, che indossava un paio di occhialoni dalla montatura marrone che gli coprivano l’intera faccia ossuta, sempre con un mazzetto di santini tra le mani che vendeva in strada per fare un po’ di soldi, perché non aveva un cazzo di lavoro, prendeva solo una piccola pensioncina di invalidità che non gli bastava ad alimentare i suo vizi. Zio Umberto venne arrestato qualche anno più tardi perché, a quanto pare, amava giocare con i chierichetti. Alla fine della messa domenicale si bardava nella sacrestia, dopo che Don Leopoldo si recava con la sua Bmw grigio metallizzata a Maglie dalla giovane amante colombiana che manteneva da anni, e, con il pretesto di educarli ad evitare il peccato della carne, abbassava loro i pantaloni per poi sfiorarli nelle parti intime. Si narra, ma in casi del genere la legenda prende il sopravvento sulla realtà, che zio Umberto, durante queste sue pratiche degeneri, cominciasse a perdere dell’appiccicosa bava biancastra da entrambi i lati della sua bocca. Fatto sta che uno dei chierichetti sputtanò tutto, dopo un po’ che andava avanti sto giochetto erotico del palpeggiamento testicolare e non solo, al padre, che poi non era altro che Peppino il carrozziere, quello che aggiustava ogni settimana la marmitta della 128 verde pisello di mio padre, il quale, inviperito oltre ogni misura, andò a trovare zio Umberto a casa. Senza dilungarsi oltre modo, quello che è certo è che Peppino il carrozziere sferragliò una serie mitragliante di pugni in pieno volto a zio Umberto, poi lo prese per i capelli e lo trascinò nella sua macchina per poi portarlo in questura. Si narra, ma in questo caso la legenda lascia spazio al volto frantumato di mio zio Umberto visto da zia Rosa quella volta che gli portò dei biscotti allo zenzero in carcere, si narra, dicevo, che Peppino il carrozziere esagerò con la successione di mazzate inflitte al mio caro zio pedofilo, tant’è che zia Rosa stentò a riconoscere il sangue del suo sangue. Ci furono i funerali, ma io venni lasciato a casa assieme a Caterina, la figlia del macellaio. Dopo le istruzioni di zia Rosa a Caterina, la casa assunse un silenzio spettrale. Andarono tutti via. La cosa non mi dispiaceva affatto, perché Caterina, quindicenne che aveva deciso di abbandonare la scuola dopo la licenza media per dedicarsi alla vendita di fettine di vitello e salsicce di maiale, aveva le tette più grosse che io avessi mai visto nei miei primi sette anni di vita. Fu in quel giorno particolare della mia vita, lo stesso giorno in cui i miei genitori furono seppelliti sotto terra, che, durante un frenetico zapping televiso, abbracciato alla figlia del macellaio, infilai i miei occhi nel maglioncino scollato della stessa, intravedendo il capezzolo appuntito del suo seno sinistro, e sentii agitarsi sotto le mutande il piccolo gioiello di famiglia, che, per la prima volta, assunse una posizione eretta irreversibile. I miei genitori erano morti. Io avevo il cazzo duro. Ero diventato uomo. Grazie Caterina.

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