recensione
Elisabetta Liguori, Il credito dell’imbianchino, Argo
di Rossano Astremo
Sarà presentato venerdì 11 febbraio alle 18,30 presso le Scuderie di Palazzo Tamborino a Lecce “Il credito dell’imbianchino”, romanzo d’esordio di Elisabetta Liguori. Interverrà nel corso dell’incontro lo scrittore Livio Romano, che ha curato la prefazione del testo. Elisabetta Liguori lavora presso il Tribunale per i Minorenni di Lecce. Dal febbraio 2004 collabora alla realizzazione della rivista di letteratura online “Musicaos”. “Il credito dell’imbianchino” fa parte della collana Il pianeta scritto della casa editrice Argo, che ha ospitato in passato scrittori di estremo interessa come Michele Trecca, Giovanni Bernardini, Tommaso Di Ciaula e Giuseppe Goffredo. Il romanzo della Liguori racconta la storia del Biondo, trentenne abbandonato in tenera età in un orfanotrofio. Il tutto prende avvio da una lettera del magistrato che ha seguito l’evolversi della storia del piccolo consegnatagli da un vecchio cancelliere, il quale segue con vivo interesse il racconto memoriale dell’ormai adulto protagonista. La storia è giocata abilmente sull’alternarsi delle due voci narranti, quella razionale del cancelliere e quelle folgorante, imprevedibile, primitiva del Biondo, il quale racconta la sua infelice esistenza proiettando tutto in un bisogno assoluto di liberazione. Scrive Romano nella prefazione: “Il Biondo è adesso un uomo che vuol dimenticare. Direi anzi che tutto il romanzo è attraversato da questo catartico desiderio di liberarsi della propria storia, di dimettersi da se stessi, come scrisse quel Tale. Di raccontarla la propria vicenda schifosa, tirarla fuori, espellerla, allo scopo di affrancarsene per sempre”. Ciò che colpisce in questo viaggio retrospettivo è l’abilita della Liguori di giostrare con differenti registri stilistici, mostrando capacità notevoli e verve narrativa sorprendente, con buoni esiti soprattutto nelle parti in cui protagonista assoluto è il Biondo, la cui voce, tra anacoluti improbabili e pastiche linguistici in cui il dialetto la fa da padrone, si esalta nello sciorinare flashback esistenziali che fanno riflettere: “Ho trovato un vagone, buio, fermo e lercio. Una vecchia battona con le gambe spampanate. Ho scelto quel vagone. Sono salito e mi sono messo seduto composto dentro uno scompartimento col pigiama e le pantofole. Da ridere…Lo sai, certe volte, a trent’anni, mi viene da pensare come uno di cinque, e mo che ti devo far parlare con quello di cinque, buttato al buio in un vagone abbandonato, mi vengono pensieri da vecchio, che non c’entrano niente”. Il Biondo a cinque anni si trova solo, in un vagone buio, per cercare sua madre, fuggita da casa e mai più tornata. Da un lato l’assenza della madre, dall’altro il rapporto conflittuale con il padre. Raccontare tutta la sua esistenza al cancelliere per il Biondo è una sorta di superamento dell’oppressione della figura paterna. Incenerire il passato che tante ferite ha aperto per ricominciare a vivere. Il romanzo della Liguori si chiude in quest’ottica ottimistica, superando il nichilismo di molta narrativa contemporanea. Un buon esordio che lascia ben sperare per le sorti future della scrittura pugliese.







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