riflessione
(L'inizio di una riflessione di una ventina di cartelle sulla scrittura di Antonio Verri, che dovrebbe uscire sulla rivista Incroci e che uscirà sicuramente sul prossimo numero di Musicaos)

Rossano Astremo
Antonio Verri: Postmodern / Postmortem
0.Le ragioni di una scelta
Antonio Verri, autore difficile, magmatico, barocco, costruttore di una sintassi volteggiante, inclusiva, generativa, mai lineare, mai scontata, mai semplicistica, sempre ricercata, analizzata, sino allo sfinimento, sino alla consunzione delle possibilità linguistiche esistenti, amante del neologismo sfinterico, ossia organico, per la necessità vitale di costruire un mondo possibile alternativo, fatto di grafemi, fonemi, lessemi (parti minimi della struttura linguistica) dotati di una loro autonomia nel testo, in grado di produrre, nel consueto percorso di lettura orizzontale, semantiche diverse, polisemie arabesche, attraenti, perverse.
Credo che ci sia della perversione nella scrittura di Antonio Verri, perversione non nell’atto della ricezione del testo da parte dei lettori, ma nel gesto produttivo dell’opera. Verri è perverso perché, amante carnale della parola, la spoglia e la denuda, l’accarezza per poi implorarla, la fotte e poi la bacia, per arrivare poi alla totale immersione nel progetto infinito, impossibile, ma per la stessa ragione attraente, indeclinabile: lavorare al Declaro, progetto editoriale in grado di raccogliere tutte i suoni, le suggestioni, le armonie, le storture dell’esistere in un unico libro. Il progetto mefistofelico del mondo in un libro.
Questo vuole essere un breve viaggio nella scrittura perversa (per le ragioni sopra indicate) dell’autore che ha smosso le acque stantie della letteratura salentina nel corso di quasi un ventennio, a partire dalla fine degli anni ’70, per arrivare al 1993, anno della morte dello scrittore, all’età di 49 anni, a causa di un incidente stradale. Antonio Verri ha saputo ridare linfa ad un clima culturale che versava ancora lacrime sulla tomba di Vittorio Bodini, spentosi nel 1970. Verri ha preso per mano una generazione e l’ha condotta verso le contorte strade della sperimentazione letteraria, raggiungendo degli esiti sorprendenti, ma criticamente irrisolti. Perché parlare di Verri oggi, a oltre dieci anni dalla sua morte, è parlare di un insieme di meccanismi nascosti che vogliono elidere la figura dello stesso scrittore. L’elisione non va vista necessariamente come volontà, ma come conseguenza che nasce dall’indifferenza della critica nei confronti di Verri. La critica alla quale faccio riferimento è quella accademica, quella formatasi nell’ateneo salentino, quella di docenti e ricercatori che ha garantito la sopravvivenza testuale del cattolicesimo in versi di Girolamo Comi, del surrealismo di matrice iberica di Vittorio Bodini e, in parte, del simbolismo colto, intarsiato in struttura strofiche appartenenti alla tradizione, di Vittorio Pagano. Per gli autori che hanno operato alla fine degli anni ’70 e per tutto il decennio successivo, nessuno ha mosso una penna, o, almeno nessuno ha costruito un progetto organico di ricerca. Salvatore Toma, scrittore di Maglie, stroncato dalla sua dipendenza dall’alcol nel 1987, all’età di 36 anni, ha dovuto attendere dopo la morte la sua consacrazione artistica, grazie al lavoro di Maria Corti, la quale ha curato la pubblicazione del “Canzoniere della morte”, uscito nella preziosa collezione bianca dell’Einaudi. Per Antonio Verri, ripeto, poco o nulla è stato fatto nell’ambito della ricerca. Si sono susseguite operazioni editoriali, curate da amici di vita, volte a tenere desto il ricordo dello scrittore, a non attecchirlo definitivamente, ma quella di Verri è una scrittura difficile, che ha bisogno di un apparato esegetico e filologico costante, e che nessuno, a oltre dieci anni dalla morte, ha avuto il coraggio di intraprendere. La critica militante, quella che si muove nei binari fascinosi e contorte dei quotidiani, delle riviste, delle pubblicazione a tiratura limitata di brevi saggi, non è stata a guardare, ma non possiamo ritenerci soddisfatti, questo non può bastare. Le ragioni di questa scelta, di questo breve viaggio nella scrittura di Antonio Verri, sono provocatorie, ossia, vogliono mettere in subbuglio le certezze del mondo accademico nostrano, farlo vacillare mostrando il lirismo, l’intellettualismo, il postmodernismo dello scrittore più originale del Novecento letterario salentino.






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