recensione
“D’indolenti dipendenze”. Libreria Apuliae, martedì 22 febbraio
di Rossano Astremo

Sarà presentato martedì 22 febbraio alle 18,30 presso la Libreria Apuliae di Lecce “D’indolenti dipendenze”(collana poet/bar, Besa editrice), il libro d’esordio della poetessa salentina Ilaria Seclì. Un testo, quello della Seclì, che si avvale della prefazione di un’icona musicale delle giovani generazioni, Giovanni Lindo Ferretti, ex leader dei CCCP e dei CSI, maestro “sconcertatore” dell’ultima “Notte della Taranta”, il quale scrive: “Ilaria è poeta e non da oggi, ne fanno fede versi giovanili di incredibile potenza. La sua parola è forte, sincera, profonda e consapevole, così il suo sguardo e il suo comportamento schivo ma ben piantato. Come ulivo del Salento”. Non è un caso che sia Ferretti a firmare la prefazione al testo perché dell’artista emiliano la Seclì conserva il respiro salmodico di molta sua produzione, pur mantenendo una inequivocabile autenticità. Perché la poesia della Seclì si caratterizza per una smodata carica energica, violenta, sanguigna ed erotica, i suoi versi sono viaggio verso il recupero di un “primitivismo dei sensi” che non può non affascinare. Affiorano dal suo corpus poetico dei temi costanti, l’amore carnale, il dialogo con la terra natia, preghiere laiche, danze, baccanali, l’immagine del sangue che sgorga, la sua è una scrittura che si nutre dell’analogia inconscia, che taglia i ponti con la tradizione per farsi carne che pulsa: “E mi ritorni/ di barbare schiere/ l’avanzo/ Di notti sorvegliate dal vento/ di fiumi neri a franare i gridi/ verso la valle/ E preparare guerre. e preparare guerre/ Di me scavarti di sangue gli occhi/ e la tesa rasa legarti/ di mongole corde al fuoco che brucia”. Un esordio che non pecca d’immaturità. La Seclì si distingue per originalità stilistica e per autenticità di contenuti. A voler trovare delle parentele letterarie, viene in mente la carica eversiva della migliore Amelia Rosselli, della quale la Seclì conserva l’espressività violenta e straniata e gli energici accenti d’amore e passione, o il Lucio Piccolo dei “Canti Barocchi”, nel quale, e in ciò la somiglianza, larghi spezzoni di vissuto intervengono a compensare e ridurre lo slancio analogico e immaginifico dominante. A conclusione della raccolta della poetessa salentina, che proprio per questa sua omogeneità d’intenti può essere considerata un poema a tutti gli effetti, troviamo la postfazione firmata dal critico Michelangelo Zizzi, il quale ci offre una chiave di lettura attenta e partecipata del testo.






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