Ciao sono vertigine
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preghiera funebre

di vertigine (05/04/2005 - 18:42)

antonio moresco su nazione indiana

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godo!!!

di vertigine (05/04/2005 - 11:10)

* Puglia (3.892 su 3.916): Raffaele Fitto (centrodestra) 49,16%, Nichi Vendola (centrosinistra) 49,92%

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il reality definitivo

di vertigine (05/04/2005 - 11:07)

 

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POESIE E TESTI TEATRALI
Wojtyla, l’artista ispirato nella “Bottega dell’orefice”

«È dato all’uomo di morire una volta sola e poi il Giudizio./ Una finale trasparenza di luce./ La trasparenza degli eventi / La trasparenza delle coscienze»: lo si legge nel “Trittico romano”, il libro del Papa pubblicato nel 2003. Versi dall’andamento rapsodico, che offrono quella caratteristica commistione tra immagine poetica e riflessione filosofico-teologica che ha contraddistinto il filone poetico di Karol Wojtyla ma che contemporaneamente conferma quella serenità di fronte alla sofferenza e al destino mortale testimoniata dal Papa fino all’ultimo istante. L’opera si chiude con una parte dedicata alla Cappella Sistina, che propone proprio uno sguardo sul senso dei conclavi e appunto sulla sua stessa morte: «La stirpe, cui è stata affidata la tutela del lascito delle chiavi,/ si riunisce qui, lasciandosi circondare dalla policroma Sistina,/ da questa visione che Michelangelo ci ha lasciato./ Era così nell’agosto e poi nell’ottobre, del memorabile anno dei due conclavi,/ e così sarà ancor, quando se ne presenterà l’esigenza, dopo la mia morte».

COMINCIÒ A SCRIVERE ALL’ETÀ DI 19 ANNI

La creazione letteraria è stata una passione di Karol Wojtyla che l’ha coltivata sin da ragazzo: scrivere versi per lui è stata sempre un’abitudine quasi quotidiana. Del resto, nella sua lettera pastorale agli artisti dell’aprile 1999, il Papa aveva spiegato che «quella sorta di patria dell’anima che è la religione» può essere «grande sorgente di ispirazione» e che la collaborazione tra fede e arte è «fonte di reciproco arricchimento spirituale». Un’ispirazione che Wojtyla ha riproposto anche nei suoi testi teatrali. “Spazio interiore”, “spazio del grande mistero”: così infatti Wojtyla definiva il luogo astratto in cui si svolgono i suoi testi teatrali, “drammi spirituali dell’uomo”, sviluppo e discussione di problemi, e non di eventi e situazioni. I testi sono stati riuniti in un volume unico due anni fa, assieme a tutti i suoi versi e alcuni scritti teorici sul teatro. L’opera omnia è invece un libro di circa mille pagine, uscito nella collana “Il pensiero occidentale” di Bompiani con testo originale polacco a fronte e due introduzioni critiche, per poesie e teatro, di Boleslaw Taborski, oltre a una presentazione dello storico della filosofia Giovanni Reale, curatore della collana.
I primi testi risalgono a quando il Papa aveva 19 anni, nel 1939. Sono i versi “Sulla tua bianca tomba” per la madre e un Magnificat, l’anno scorso ripubblicati anche a parte, nel volume “Le poesie giovanili” a cura di Marta Burghardt. Si ricorda di quel periodo anche il dramma “David’', andato perduto, mentre i primi testi teatrali che abbiamo sono dell’anno successivo e sono intitolati “Giobbe” e “Geremia”. Questa produzione giovanile è stata in gran parte pubblicata sotto lo pseudonimo di Andrzej Jawien, un nome peraltro usato ancora nel 1979 quando (Wojtyla era Papa ormai da un anno) uscì su una rivista il dramma “Raggi di paternità”, scritto molto tempo prima, assieme a “Fratello nostro Dio”, e pochi anni dopo quello che è considerato il suo lavoro creativo di più alta resa letteraria, “La bottega dell’orefice”, che è del 1960. Quest’ultimo, del resto, è diventato anche un film con la regia di Michael Anderson e Burt Lancaster nei panni del protagonista, poi un radiodramma con Grassilli, Maestosi, la Buonaiuto e la Vukotic, oltre ad aver avuto varie realizzazioni teatrali anche in Italia ma non di primaria importanza, come è invece capitato per il suo “Giobbe”, messo in scena anche da Ugo Pagliai e Paola Gassman.
In campo teatrale Wojtyla è rimasto segnato profondamente dall’esperienza del “Teatro rapsodico” di Cracovia all’inizio degli Anni 40. Si trattava di creare spettacoli senza scene e orpelli di qualsiasi genere, perché «elemento fondamentale dell’arte drammatica è la viva parola umana. Essa è anche il lievito del dramma, il fenomeno attraverso cui passano le azioni umane e dal quale attingono la dinamica che è loro propria», come scrisse proprio Wojtyla in “Il dramma della parola e del gesto” nel 1957.

QUEL CD DI LIRICHE RECITATE DA GASSMAN

Questa preminenza della parola in sé porta inevitabilmente a una espressione d’intensità e qualità poetica, che, da una parte, dà vita a un teatro di tipo evocativo e intellettuale che ruota attorno a interrogativi spiritual-esistenziali, e, dall’altra, a prose poetiche, come quelle dell’ultimo poema quasi in prosa, e a una vera e propria produzione in versi, che tra l’altro trovò anche posto in un recital di Vittorio Gassman il quale poi registrò 15 sue poesie in un Cd dal titolo “Compagni di viaggio”, mentre altre sono state registrate anche da Alberto Sordi e Monica Vitti. I temi restano gli stessi, quelli dell’amore come sfida vitale, della sofferenza nel segno del Cristo e della morte quale passaggio metafisico, tutto sempre in un rapporto tra l'interiorità dell’io e l’esistenza dell’altro come punto di riconoscimento e confronto.
«Il mio spazio è dentro di Te. Il Tuo spazio è dentro di me. È infatti uno spazio di tutti gli uomini. Pure, in quello spazio, non mi sento sminuito dagli altri», scrive, rivolgendosi all’Altissimo, in “Pellegrinaggio ai luoghi santi”. Ed è qualcosa che solo apparentemente è diverso dall’affermazione di Andrea, uno dei protagonisti de “La bottega dell’orefice”: «L’amore può essere anche uno scontro / nel quale due esseri umani prendono coscienza / che dovrebbero appartenersi, malgrado la mancanza / di stati d’animo, e sensazioni comuni./ Ecco uno di quei processi che salvano l'universo,/ uniscono le cose divise, arricchiscono quelle grette e dilatano quelle anguste».
Paolo Petroni

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