poesie

Il tempo è fermo come sangue in agonia,
le parole si staccano dall’oggetto a cui rimandano,
della loro struttura solo ispide linee in evanescenza
(il succedersi di immense vocali su carta ruvida
a scandire movenze di arti in scrivanie putride).
Tutto è silenzio, si allarga una nuvola tra le mani,
il tempo è la trama ineguale dei sogni che siamo,
i giocatori della vita, tra i rigori delle forme,
guidano lenti i pezzi, nella pallida polvere delle orme mute.
Si misurano le sillabe nello strazio della notte.
_________
Un raggio fende le pallide absidi che informi soffocano lo spazio,
una vescica di luna obliqua e storta distilla il tempo,
le sabbie alzano il coro delle pietre frantumate dal deserto,
nudo suono di voce incarnata in un file deposto in chiusa cartella.
La dura terra è il nostro castigo. Questa penombra somiglia all’eterno.
I passi tessono il non previsto labirinto delle sconfitte,
leghe di polvere e sonno cingono il disarticolarsi dei corpi,
crescono i campi d’infinito in cui muore solitario il grido,
candide rose sulla verde spina vengono recise da bocche inconsapevoli.
Nuovo attimo, nuova lacerazione di uomo, liquido specchio che si ripete.
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Un canto trasognato di budella nel ristagno organico
si diffonde lungo la curvatura del tuo tremante respiro.
Di te filtro il quieto rasoterra delle carezze,
lo strapiombo balordo del naso per aria a scorgere
una luna sagomata in stranezza, nascosta da un palo che sonda le nuvole,
di te a scalfirmi la pelle il sussurro di tutto il detto oltre le labbra,
i capelli che scivolano come fianchi nel buio della notte.
Un canto indolore di angelica fame nel battito delle idee
si disegna lungo cinque dita strette ad una gola calda.
Di te divoro ogni lacrima che una poesia non può più dire.
recensione

Lettura
Giordano Meacci, Tutto quello che posso, minimum fax
di Rossano Astremo
Immaginate un monacoo del seicento, un certo Leone Madruzzi, l’ultima persona su cui è finito lo sguardo consapevole di Giordano Bruno, prima di essere bruciato vivo, immaginatelo ora incastrato nel videoregistratore di Alfredo Marconi, un dipendente comunale romano in piena crisi esistenziale, combattuto tra l’amore sfumato per Eleonora, sua fidanzata da nove anni, e le insistenze di suo suocero, un certo Ugo Bernardelli, che, prima della sua morte, vuol vedere accasata e sistemata la sua adorata figliola. Considerate Eugenio Calveri, un docente precario nell’Italia del 2020, che insegna teatro nella scuola elementare Bettino Craxi (figura sottoposta ad un revisionismo storico che non ha precedenti), ritenuto dal padre, morto a causa di una depressione irreversibile, la reincarnazione di Bertolt Brecht e affetto da una strana sindrome, la cosiddetta ipofasia di Dipentelz, che limita la possibilità di parlare, agendo su alcune porzioni di linguaggio. E, poi, inoltriamoci nella Salisburgo del 1760, dove un Mozart di quattro anni si diverte a tormentare la propria bambinaia mentre il suo genio musicale cresce di pari passo con una smania irrinunciabile di pronunciare frasi oscene, o, ancora, pensate ad un giovane Ludwig Wittgenstein che dà ripetizioni di letteratura ad un suo stupido coetaneo che risponde al nome di Adolf Hitler, prima del sopraggiungere della sua delirante volontà di potenza. Queste sono, in breve, le trame dei racconti presenti nel nuovo libro di Giordano Meacci, Tutto quello che posso, edito dalla minimum fax. Meacci ha già scritto il reportage narrativo Improvviso il Novecento. Pasolini professore (minimum fax, 1999) e il saggio Fuori i secondi. Guida ai personaggi minori (Holden Maps – Rizzoli, 2002). Un suo racconto è apparso, inoltre, nell’antologia La qualità dell’aria (minimum fax, 2004). Meacci si dimostra un grande costruttore di intrecci, soprattutto quando alla struttura di personaggi reali ed eventi storici sovrappone dosi abbondanti di elementi fittizi, realizzando un mix di fantasia, passione civile e invenzione letteraria. Meacci rientra a pieno titolo in quella categoria di narratori che fanno del massimalismo espressionista la loro caratteristica principale, che non amano la semplice e minimale rappresentazione del reale, ma calcano la mano nella deformazione abulica della stessa, attraverso un utilizzo totale delle possibilità offerte dal magma del linguaggio. Ci sono degli autori che ripudiano le regole della narrazione classica: affabulante, tramato, con tutti i personaggi al posto giusto. Pensate all’Horcinus Orca di Stefano D’Arrigo, o, in tempi più recenti, ai Canti del Caos di Antonio Moresco. Quest’indole massimale, questa narrazione totale sembra coinvolgere una fetta non indifferente dell’ultima generazione di narratori italiani. Nel 2005 usciranno Perceber di Leonardo Colombati, La macinatrice di Massimiliano Parente e Neuropa di Gianluca Gigliozzi, romanzi mondo che dovranno far riflettere su questa nuova possibilità di dirsi e raccontarsi. Lo stesso Meacci, oltre alla raccolta Tutto quello che posso, già manifestazione della sua prosa scontornata, della sua scrittura avvolgente e lavica, è autore di un romanzo inedito, Jazzrusalem, nel quale tra paragrafi, monologhi, digressioni e piccoli romanzi di formazione si snoda una struttura di tre macro capitoli composti da una folla di personaggi secondari. Il tutto scandito dagli assi cartesiani x (il 1999) e y (l’anno 0). Si profila all’orizzonte una nugolo di folli scrittori, in grado di mettere in discussione anche le certezze critiche più assolute sulla nostra narrativa, e Giordano Meacci ne è uno dei principali esponenti.






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