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(in foto volponi)
Alessandro Moscè, Luoghi del Novecento, Marsilio
Cosa hanno in comune Cesare Pavese, Paolo Volponi, Tonino Guerra, Alberto Bevilacqua e Umberto Piersanti? Sono autori che hanno ritmicamente alternato, nel corso delle loro esistenze dense di scrittura, la produzione di versi a quella in prosa. Alessandro Moscè, che scrive su Nuova Antologia e su altre riviste specializzate, dove si occupa di filologia e critica letteraria, nel suo ultimo lavoro Luoghi del Novecento, edito da Marsilio, si occupa analiticamente della produzione poetica di questi cinque autori, considerati nella loro duplice veste di poeti residenziali e universali. Scrive Moscè: “I poeti dei luoghi residenziali, specie quelli marchigiani ed emiliano-romagnoli, catalizzano un’attenzione per la vicinanza tra l’essere ubicati dove sono e quel fondamento ideale, totalizzante”. Un piemontese, un emiliano, un romagnolo e due marchigiani. Poeti, dunque, che sono accompagnati da una comune caratteristica, l’essere anche narratori. Perché, sottolinea Moscè, in Italia c’è un luogo comune da sfatare, e cioè che un poeta di qualità non possa essere anche un narratore di qualità. Nello scorrere le pagine del saggio, passando dalla terra e sangue di Pavese al paesaggio e la storia di Volponi, proseguendo con la povertà degli orti di Guerra e con i misteri padani di Bevilacqua, per concludere, poi, con i tempi e i luoghi di Piersanti, ciò che emerge con evidenza è il fatto che le indagini critiche di Moscè intorno all’opera mirano a accostarsi non solo al carattere stesso dei testi, ma anche alla realtà di una cultura. Il suo intento storicizzante è assoluto. Non esisterebbe Lavorare stanca di Pavese senza il paesaggio delle Langhe che tipizzano lo scrittore piemontese, per intenderci. Scritto con un linguaggio chiaro e in una prosa scorrevole, il saggio di Moscè è un ottimo strumento per avvicinarsi alla produzione poetica dei cinque autori considerati. Concludiamo con dei versi di Piersanti: “Saccheggiati istinti e ricordi/ d’un’autobiografia senza funzione sociale/ è la tenerezza demente/ per i nostri angoli lirici/ nei rifugi dell’Appennino/ nella leggenda evocata del tempo perduto/ tra il caldo degli arrosti e il vino forte di montagna”.
r.a.







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