antonio moresco_lo sbrego
incipit
antonio moresco
lo sbrego

Io non ho mai letto niente. Io non so se quello che faccio quando colloco i miei occhi nistagmici di fronte al plasma della visione alfabetica sia quella cosa che viene generalmente chiamata «lettura». Se devo dar retta a quello che dicono in molti su questo argomento, io non conosco, non ho mai conosciuto l’esperienza della lettura. Per me leggere non è leggere. Miliardi di anni fa, quando si sono formati gli elementi primari che hanno dato vita al nostro pianeta, sono sorti i componenti chimici che, nell’arco di altri miliardi di anni, sono diventati infine la materia fluida cui abbiamo dato il nome di inchiostro che lascia il segno su una superficie di carta o di impulso elettrico che palpita su una parete di cristalli liquidi o plasma. A questiabbiamo attribuito il significato di idee, di emozioni, decifrandoli coi nostri occhi emersi. Su di essi immaginiamo, costruiamo, inventiamo, deliriamo, sogniamo. Cosa penseranno gli animali quando vedono altri animali bipedi stare incomprensibilmente immobili per ore col muso collocato di fronte a un oggetto inanimato e stratificato, senza fare assolutamente niente? Mentre è per loro del tutto concepibile il nostro mangiare, defecare, dormire, scopare e persino le nostre attività più astratte e sbalorditive, al culmine delle quali metterei sicuramente quella di gonfiare di fronte ai loro occhi un palloncino di gomma colorata. Tutti immobili, i padroni dei cani e i cani che osservano i loro padroni che non danno più segni di vita, paralizzati di frontea questi fogli tatuati, col loro cervello tatuato. «Cosa cavolo gli sarà successo?» si domanderanno. «Eppure non sembra morto!» Questa attività che forse, fra non molto, non esisterà più. Non esisterà più questo spazio separato tra i miei occhi e il tatuaggio delle parole. Altri conduttori di impulsi e altre interazioni saranno inseriti direttamente dentro gli involucri dei nostri corpi e dei nostri centri nervosi. Io non so cosa faccio quando sono di fronte a un libro a gambe spalancate. Ma non credo di leggere. Anche se – almeno così mi pare – riesco a vedere la maggioranza delle parole, che però non so poi come metto assieme nella mia mente. Non solo per i movimenti intermittenti e improvvisi dei miei occhi, ma anche per il continuo apparire e sparire delle immagini e delle parvenze sul piano inclinato della rifrazione. Un’esperienza a tal punto incalcolabile che a me pare, veramente e sinceramente, di non avere mai letto nulla. Io, quando leggo, se leggo, non presto attenzione a quello che leggo, mi assento, sento solo, da qualche parte, la sofferenza tatuata delle parole che si imprimono da qualche parte nel mio cervello tatuato. E allo stesso modo e per le stesse ragioni mi pare di non avere mai scritto nulla, di non avere ancora cominciato a leggere e a scrivere, che queste attività non siano letteralmente alla mia portata.
ricevo e inoltro

(dalla betissa messa in scena da astragali teatro)
Ciao, Rossano.
Qualche giorno fa, stavo giusto pensando vediamo se per caso c’è qualche novità su Antonio Verri, e ho trovato il tuo articolo e quello del Desiati. Son contento!
Ho conosciuto Antonio Verri nel 1998. Era morto da cinque anni, ma evidentemente ancora capace di muovere le cose quaggiù… Beh, non so se fu lui a venire a trovar me, oppure io a scovar lui; andò così: un bel giorno – cioè, a dire il vero, non fosse stato per l’epifania che stava per capitarmi, avrebbe avuto corso la mia solita, meravigliosa giornata di m…! – , ero alla ricerca di bibliografia critica su Dylan Thomas nella biblioteca nazionale di Bari; all’epoca, andavo preparando l’esame di letteratura inglese e Thomas costituiva per me una vera ossessione; stavo consultando un archivio, quand’ecco che m’imbatto nella scheda relativa ad una strana pubblicazione dal titolo Le rane hanno il pancino chiaro, autore un certo Toma, Salvatore Toma, a cura di Antonio Verri. La richiesi. Passai le ore a scrutarci dentro, fotocopiai il più possibile intuendo che dovevo avere fra le mani qualcosa di molto raro e prezioso. In realtà, scoprii la cosa trattarsi di una cartella-tributo al poeta magliese, consistente in diversi fogli sciolti che andavano dall’intervento biografico e critico al documento epistolare, passando per componimenti d’occasione di altri poeti, fotografie e contributi grafici. Mi colpì la forma, non narcisistica, come improvvisata di questa iniziativa mai vista prima: non pomposi ‘Atti del Convegno…’, bensì, semplicemente, carte, da leggere come meglio mi paresse, testimonianze raccolte senza un preciso ordine e un senso che non fosse il rispetto e l’amore per un poeta nato, e finito, poeta. C’erano anche dei disegni di Toma, ma per il resto dovetti accontentarmi di mere citazioni dai suoi scritti sparse qua e là per quei fogli. Tuttavia questo era solo l’inizio. Thomas®Toma®Verri, che combinazione! Fatto sta che da allora, in qualche modo, anch’io mi sento in parte veicolo della sua persistenza, della sua refrattarietà all’obliterazione cui imprese anacronistiche e eroiche come le sue – alludo al Pensionante, al Quotidiano, ecc. – non sfuggirebbero in mancanza dell’interesse di gente come te e, un po’, come me. Oggi, mi trovo orgogliosamente in possesso dell’esemplare n. 46, autografato, del primo dei Mascheroni, Il naviglio innocente, Erreci Edizioni, Maglie 1990; di uno scherzo che Verri e Toma si fecero, ossia una copia di Forse ci siamo di Salvatore che in verità contiene Il pane sotto la neve di Antonio, che Antonio regalò a Salvatore, e di una copia de Il pane sotto la neve di Antonio che in verità contiene Forse ci siamo di Salvatore, che Salvatore regalò ad Antonio; di una copia di Antonio, Antonio!, Istituto “Diego Carpitella”, 1998; e di alcune lettere e cartoline di Antonio a Salvatore. La restante sua opera mi è purtroppo ancora sconosciuta, soprattutto quella successiva al 1987, anno della scomparsa di Toma, nella cui libreria, quindi, vengon a mancare le opere dell’amico risalenti al periodo 1987-’93. E vorrei sapere se puoi aiutarmi a reperirla; mi piacerebbe anche sapere come procurarmi il numero di Incroci e di Vertigine coi tuoi articoli ed I trofei della città di Guisnes se già edito da Abramo.
Vedi, la storia della mia conoscenza di Verri, s’intreccia a quella della conoscenza di Toma, di Stefano Coppola e Claudia Ruggeri (a proposito, ti sarei tantissimo grato se avessi da darmi delle dritte anche su di lei, di cui ho potuto leggere soltanto dei frammenti, e non mi bastano: lei era formidabile!), insomma queste storie sono parte della mia storia, avere a che fare con le loro parole ha esorcizzato alcuni miei ‘pericoli’, la mia catarsi in cambio della memoria che porto con me di quello che loro furono (non dimentichiamo che, per dirla con Toma, costoro sono tutti morti per la nostra presenza!).
Fu subito, nell’estate di quel ’98, che mi organizzai per la mia prima spedizione nel Salento dei poeti, per attingere informazioni più concrete e dal vivo su Salvatore e Antonio, avendomi assai colpito quella loro maniera personalissima di intendere la letteratura. A Maglie mi ci indirizzò Valli, al liceo Capece e alla locale biblioteca. Mi furono presentate delle persone, tra cui il ‘titivillo’ Pino Refolo, il quale mi donò quell’esemplare del Naviglio, e nel cui studio potei ammirare un Declaro; Maurizio Nocera, il quale mi donò Antonio, Antonio!; Claudio Micolano; e, nel corso dei miei viaggi successivi, Antonio Errico, Aldo Bello, Fernando Bevilacqua, Paola Antonucci, vedova Toma, della quale, insieme a tutta la famiglia del poeta, divenni e sono amico.
Nel frattempo, la pubblicazione nel 1999 dell’einaudiano Canzoniere della morte, che, seppure con alcune contraffazioni stabilite da esigenze commerciali (inventiamo la balla che è morto suicida, e ci saranno almeno tremila maniaci suicidi in Italia a cui piazzare la prima tiratura e così accontentiamo pure la Corti che s’è proprio fissata con ’sto strambo poeta meridionale!) affrancava Toma dall’esilio cui altrimenti sarebbe rimasto condannato a causa dell’irreperibilità dei suoi libri, mi esortò a chiedere la tesi di laurea su di lui, e ad ottenerla da uno dei pochi docenti illuminati e attenti della barese facoltà di lettere.
Ma, andando avanti e penetrando nell’intimo della vita e dell’opera del poeta, uno sterile lavoro accademico me ne avrebbe fatto tradire inevitabilmente il sentimento profondo, e lasciai perdere, anche a causa di altri intoppi che subentrarono a tentarmi di mandare al diavolo il mio pastiche esistenziale fatto di scrittura e di vita. Ho realizzato di poter fare ben altro per lui, e lo sto facendo, in un romanzo autobiografico in cui a volte convergono le bozze, laddove sono meno tediosamente scientifiche, di quell’abortito progetto di tesi.
Allora, Rossano, spero che potrai far fronte alle mie richieste, e comunque di sentirti presto.
BALLYHOO, BALLYHOO!
Giuseppe Milone






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