riflessione
Wu Ming – Vitaliano Ravagli
Asce di guerra 2005
Odio, odio e ancora odio: Ravagli, scheggia folle che combatte ogni totalitarismo

Ritorno a leggere Asce di guerra di Wu Ming e Vitaliano Ravagli dopo alcuni anni, nella nuova edizione Einaudi Stile Libero (dopo la fine brusca dei rapporti con Marco Tropea con il quale l’oggetto narrativo uscì nel 2000). Quello è stato il primo lavoro del collettivo dopo il seppaku di Luther Blissett e l’esperienza stravolgente e rivoluzionaria che Q ha rappresentato per letteratura italiana. Lo rileggo dopo aver ingurgitato migliaia di pagine del collettivo, da 54, passando per le esperienze soliste di Wu Ming 5 (Havana Glam), Wu Ming 2 (Guerra agli umani) e Wu Ming 1 (New Thing). Lo rileggo e avvaloro quello che Wu Ming scrive nella premessa alla nuova edizione: “Asce di guerra contiene alcune delle pagine peggiori che abbiamo mai scritto. Asce di guerra contiene alcune delle pagine migliori che abbiamo mai scritto”. Ma nel contempo tra i tesori e le schifezze che si annidano nelle oltre quattrocento pagine del testo, ciò che emerge con assoluta nitidezza è che Asce di guerra raggiunge la sua forza dirompente quando a prendere possesso della pagina scritta è la vita nuda e cruda di Vitaliano Ravagli. Il testo è diviso in tre parti, per un terzo a farla da padrone la storia dell’avvocato Daniele Zani, una miscela di fiction e non fiction (un personaggio immaginario in cerca di una persona reale s’imbatte in storie vere), per un altro terzo si narra la vicenda autobiografica di Vitaliano Ravagli e per la restante parte Wu Ming si muove con disinvolture tra le pieghe della Guerra d’Indocina, zoomando l’obiettivo alternativamente sul Laos e il Vietnam. Tre nuclei scritturali che potrebbero essere letti anche separatamente. Non c’è armonia e equilibrio tra queste parti. Non che questo diminuisca l’effetto-dinamite della storia, ma accostando Asce di Guerra al meccanismo perfetto che struttura l’intreccio di 54, si nota come il montaggio del primo non è finalizzato alla crescita d’adrenalina della storia. È per questo che Asce di guerra, dovendolo racchiudere in qualche scatola con sopra impressa l’etichetta di genere, viene definito da Wu Ming “oggetto narrativo” e non romanzo. Perché, in fin dei conti, le ricerche svolte dall’avvocato Zani, ambientate nella Bologna del 2000, e il saggio storico disinvolto ma non per questo meno esaustivo sulla Guerra d’Indocina, altro non sono che soluzioni per allontanare dal nucleo del tutto, rappresentato dalla vita sopra le righe del vietcong di romagna Vitagliano Ravagli. E la sua vita non è un romanzo. La sua è una storia vera, di quelle che ti fa rizzare i capelli e spalancare i condotti che portano sangue al cervello. Chi è Ravagli? Quando Carlo Lucarelli ha parlato di uno strano tipo che vive ad Imola e che, partigiano mancato, è andato a combattere in Laos a fianco dei guerriglieri comunisti, Wu Ming ha pensato che magari avrebbe potuto inserire le stramberie esistenziali di questo Ravagli all’interno di 54, romanzo sul quale stava lavorando di gran lena in quel periodo. Una volta incontrato, Wu Ming non poteva fare a meno di dare alla sua storia la giusta risonanza affinché non rimanesse sepolta è destinata all’oblio. Chissà quanto materiale ha sbobinato Wu Ming. Ho pensato a Marco Philopat, il cui lavoro narrativo si basa sulla ricerca di esistenze degne di essere narrate. Per la stesura di I Viaggi di Mel ha raccolto più di due milioni di battute del funambolico Melchiorre Gerbino. Credo che il lavoro di Wu Ming sia stato altrettanto intenso. Perché Ravagli di cose da raccontare ne aveva davvero tante. La storia e la memoria come “asce di guerra” da disseppellire. La sua ascia, Ravagli non l’ha mai sepolta. Il suo è un odio assoluto. Odio accumulato assieme alla fame della sua famiglia, “la più povera di Imola”, falcidiata dalla Tbc “che è peggio dell’Aids”, odio per le Brigate nere più ancora che per i tedeschi, odio per “le spie”. Odio senza sfogo, odio che si coagula in un’arma e nella voglia bruciante di usarla. Qualcuno si cavò quella voglia anche a guerra finita. Invece, quando arrivò la cartolina precetto, il ventiduenne Ravagli disertò. Una barca, poi un espatrio a piedi in Jugoslavia, poi un aereo, via Albania, poi un addestramento di otto giorni in una località dell’Asia centrale, poi un altro volo e poi la giungla. Il suo compito quello di proteggere i primi convogli di “formiche rosse” che rifornivano la nascente rete vietcong nel sud Vietnam. Ravagli diventa guerrigliero per cercare “fascisti da ammazzare”, per placare il suo odio. Quattro mesi di inferno in un paradiso terrestre di animali e piante mai visti. Poi, in un attimo di lucidità, Ravagli riesce a farsi rimpatriare. In Italia sconta i quattro mesi di renitenza alla leva con la naja in una compagnia di disciplina. Ma una volta congedato, a Imola si sente un estraneo, un disadattato. E allora via, di nuovo al servizio di Ho Chi Minh, stesso itinerario, stessa destinazione. La seconda volta è anche peggio: marce nel fango, malattie, serpenti velenosi, assalti a convogli d’oppio. E ancora sangue, e morte. Fino a superare il limite. “Io sono un comunista, non un assassino”. I titoli di coda sono trent’anni da raccontare in poche parole. Un po’ di donne, due figli, un’avventura commerciale sfortunata, una pensione da 717 mila lire al mese. Vietcong con la minima dell’Inps, e una storia strabiliante da raccontare a nessuno, “neppure ai compagni dell’Anpi che pensano solo a dove si va a mangiare dopo i cortei del 25 aprile”. Questa è la vita di Vitaliano Ravagli. Mi veniva in mente un altro personaggio mica tanto stabile che è presente in uno dei romanzi più travolgenti degli ultimi anni. In Noi saremo tutto dell’immenso Valerio Evangelisti Eddie Florio incarna l’attitudine dell’antieroe violento e solipsista. Contro tutto e tutti. Florio, d’altro canto, è frutto della proiezione immaginifica dell’autore, Ravagli è reale, fottutamente reale, e con Asce di guerra Wu Ming ha dato voce ad uno dei personaggi più scomodi della recente produzione narrativa.
tratto dal quinto numero di vertigine
Francesco Pacifico
Intervallo
Pensieri che lavorano inosservati
1
Erano tutte e tre, finalmente, incollate per i fianchi come tre gemelle siamesi, e avevano corpi nudi identici, tanto che non distinguevo quale delle tre fosse Francesca. Questo famoso lago fuori Roma, che non avevo mai visto, era in verità una piscina. Loro tenevano le ginocchia a ottanta gradi, erano sedute in pizzo su una poltroncina rococò. Piangevo ai loro piedi, strofinando unguenti preziosi su per le caviglie, dal collo del piede verso l’alto, non osavo superare i polpacci. I polpacci da sotto mi parevano lunghissimi. Coi capelli distribuivo l’olio profumato lungo le caviglie, frizionando con colpetti del capo. Unguenti in vasetti d’alabastro. Mi chiedevo se avesse senso tutta questa spesa, l’alabastro e le essenze preziose.
2
E picchiandolo mi rendevo conto che stava diventando più stupido. La mia borsetta conteneva misteriosi materiali durissimi. Un colpo contro la spalla, e il suo occhio esprimeva all’improvviso qualcosa di inedito: una sfumatura di stupidità che non gli conoscevo. Mi rimproverava, “Amore mio…” ma appena arrivato alla fine “…mio…” già non sapeva più in vista di cosa mi stava implorando. Mio Signore, Mio Dio, mi implorava, mentre lo rendevo più stupido. Eravamo nel solito posto delle litigate, lo studio, ma contrariamente al solito Bruno sembrava sbattere le tempie su tutti gli spigoli. Così dopo solo mezz’ora mi ritrovavo davanti un’altra persona. Mio Dio, mi implorava, confondendomi con qualcun altro. Era una seconda creazione, nella quale Bruno perdeva il senno. Poi, estremamente stanca, mi riposavo sul divano. Lui accendeva per me la televisione, preparava la zuppa di farro, infine si prostrava in adorazione. Ero triste da morire perché gli calavano i jeans e si vedeva il sedere, come accade ai bambini grassi.
3
Nel sogno tu eri come dal vero, e non ti davi pace con delle carte portate a casa dalla banca. Nella banca tenevano gli elenchi dei soldati iracheni torturati. Il che ne fa un sogno premonitore, considerato che le torture sarebbero state scoperte la primavera dopo, nel duemilaquattro. Tu tenevi queste carte dalla banca, era domenica, e io ti vedevo: la schiena, in che posizione la tenevi? Come potevi resistere in quella posizione? Tutti erano in giro a divertirsi e io ero costretto a rimanere chiuso in casa con te, perché dovevi schedare gli iracheni. Al momento mi colpisce esclusivamente la premonizione, ma ricordo che nel duemilatre mi faceva male il fatto della domenica, e di noi che non uscivamo; mi sentivo in colpa.
4
(…)
5
Si udì un fragore di elicotteri. Alcuni erano del modello a due eliche, avanzavano radenti i tetti, i portelloni aperti, e dai portelloni si vedevano i miei soldati, che in uno sfoggio forse davvero eccessivo di zelo ti minacciavano per nome, e scagliavano anatemi contro i tuoi cari. Subito dopo, ordinavo che del tuo quartiere non rimanesse nulla. Alcuni elicotteri avanzavano scaricando le mitraglie. I soldati si lanciavano dagli elicotteri, e la via del mercato, che percorrevi ogni mercoledì per fare la spesa, si trasformava in una teoria di macchine fiorite: infuocate, si cappottavano in un lampo, come scarafaggi su cui soffiavo personalmente. Non ti infilzavo, ma guardavo mentre posavi le borse con dentro le verdure per il tuo risotto con le verdure. E mi chiedevo se alla fine delle operazioni saresti riuscita a ritrovare la tua adorata pentola a pressione.
6
Prima di formarti nel grembo materno, ti conoscevo, prima che tu uscissi alla luce, ti avevo consacrato (Geremia 1,5)
7
“Quanto posso ottenere da questa situazione, in termini di soddisfazione, senza compromettermi?”
8
Chairwomen inattive d’inter-
nazionali lesbiche, due
letti a una piazza e mezzo vuoti
Uteri disoccupati.
I cuori sguarniti apposta non
meritano una tregua.
Prendi i miei li odio
prendi i miei fratelli che odio
i miei genitori e i miei suoceri,
prendili.
9
Certi momenti volevo essere te,
o dentro di te, o appena fuori.
Poter cambiare ogni due anni senza
renderti conto del tuo squallore.
L’incoerenza degli odori nuovi, la
felicità, l’infelicità, la
paura di prendere l’aids. Questa tua
rozzezza nel farti circondare
da due uomini in un letto, nel farti
la reputazione di rischiosa
Qualunque cosa fossi stata,
ti avrei invidiata lo stesso.
Anche solo questo fatto – che
non vali niente – mi pare
molto prezioso. Come se mi
avessi a un certo punto strap-
pato il cuore.
10
Chiunque guarda una donna per desiderarla ha già commesso adulterio con lei nel suo cuore.

eliana manca
Partitura numero 1
( o extra nos)
- Atti Mancati -
Indossasti trampoli da gigante
per camminare sul nulla
- i miei passi non si sporcheranno mai
e sulle spalle un angelo di cera
- quelli sulla pagina sono i suoi respiri
tu avevi palpebre inchiodate e ti lasciavi
sanguinare gli occhi in uno sguardo
senza tempo
- “epoche nostre sono i nostri gesti”
Ridendo spalancasti le braccia.
Si dice che il Sole, pieno di sdegno, volle incrociare
lo sguardo più f o l l e
un attimo prima di spegnerlo.
S’accorse che ardeva.
Nessuno sentì lo schianto.
Una cenere gravida di cenere danzò a lungo nell’aria.
Ed ecco: i discendenti di Icaro.
Razza di esiliati dal volto bruciato (assente) e gli occhi fotofobici.
A testa un cucchiaio d’insofferenza.
(se solo fosse stato facile frenare una caduta)
--------------------------------------------------------------------------------------
Io scintilla roteante e da millenni balbettante luce
mi specchiai.
Per la prima volta mi specchiai in quegl’occhi che
non avrei mai presunto colmi di chimere e
delinquenziale ammanto
in tutto quel consueto eterno danzare d’astri che
dicevano musica divina eri nota dis-so-nan-te
ballerino perverso e sacrilego senza asse e traiettoria
e per quel disperato volo
Solenne Solenne Solenne
ti amai e ti resi reo della mia imperdonabile debolezza
fu l’unica volta in cui non bruciavo di luce ma di te
carne mista a cera e Follia
la mia condanna fu essere il tuo ardente patibolo
desiderai d’esser spento per tutti i secoli a venire
ghiaccio insolubile cumulo di gelo omicida
i tuoi figli che di te serbano il peccato siano
per santa dannazione dispensati dal guardarmi
Io dall’amarli.
(se solo fosse stato facile frenare una caduta)
----------------------------------------------------------------------------------------------
Angeli e Arcangeli dalle ginocchia sbucciate si
accalcano con manie istrioniche su un palco di dodici metri
mimano voli catartici lasciando oscillare i loro esangui involucri
filano l’inganno sacro col battito spasmodico della Mutilazione
trafiggono l’aria densa del loro alito O-sceno defraudati
incespicano in smesse identità giacenti come grotteschi burattini
stuprano ogni (non)luogo in eterna transizione
S /r /a /d/ i /c / a /t /i
La Musica è il loro sacco amniotico.
S o S p E s I
Rullo di tamburi e annuncio:
La poesia ha dato troppe boccate al nulla e ora ha il respiro corto.
I versi sono tachicardie di senso in un passo a due con la morte per
Asfissia di ogni certezza.
A-pnea.
( se solo fosse stato facile frenare una caduta )
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Si sovrappongono Ombre su Ombre -beffarde parodie-
Voci su Voci -grancasse risonanti-
lo Spettacolo non conosce Sipari se non Squarciati
Atti se non Mancati
Scene se non Abdicate
Uomini se non (auto) Tumulati
Altrove.
Altrove.
Altrove.
- INGANNO INACCESSIBILE A CHI E’ INCAPACE DI MENTIRE -
I riflettori illuminino solo la platea gremita di inconsapevoli astanti
- ci sarà più vuoto in cui nuotare -
Illusi da cardio-catarsi
dispensate le monete dal peso dei vostri desideri di
Presenza Essere Avere e Marcire
avrete fontane meno malate di speranza
potreste trovarvi a sbattere la testa sul proscenio e
puzzare di bruciato nelle ossa il dolore di quel volo
Solenne Solenne Solenne
Infine, guardare da anacoreti/veggenti con l’onere di
profanare le banali geometrie incombenti.
(se solo fosse stato facile frenare una caduta)
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Se. Solo. Fosse. Stato. Facile.







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