Ciao sono vertigine
Vedi il mio profilo


Co-autori

Ciao sono manduria

Giugno 2005

DLMM GVS
1 2 3 4
5 6 7 8 9 10 11
12 13 14 15 16 17 18
19 20 21 22 23 24 25
26 27 28 29 30

Tag

Ultimi commenti

Nuovi post

Diffondi i contenuti

Aggiungi al mio Dada

Aggiungi al mio Dada

Condividi i contenuti

De.licio.us
Archivio Giugno 2005

mostre

di vertigine (06/06/2005 - 17:44)

Mostra

Prima personale dell’artista di Tricase, visitabile presso la Galleria “Il Grifone” sino al 16 giugno

Puccetto e il fuoco interiore del colore e della materia

 

di Rossano Astremo

 

 

Inaugurata presso la Galleria d’Arte “Il Grifone” di Lecce la prima mostra personale dell’artista di Tricase Antonio Rocco D’Aversa, meglio noto come Puccetto. Il suo percorso artistico e di vita si caratterizza per l’irrequietezza che fin dalla giovane età lo porta a viaggiare attraverso l’Italia e l’Europa. Questo è stato un periodo della sua vita molto intenso e sofferto, caratterizzato da esperienze profonde e intense che sono state e sono tuttora il centro propulsivo della sua arte. La passione per i colori si manifesta circa vent'anni fa, nel momento in cui ritorna al suo paese d’origine e trova lavoro come casellante delle Ferrovie Sud-Est, sua attuale occupazione. Solo da qualche anno Puccetto ha deciso di far conoscere il suo mondo, che fino a quel  momento era rimasto racchiuso tra le pareti del casello. Alcune delle sue opere sono conosciute a Milano (Galleria Sempione), a Bologna (Galleria Rossi), a Fiuggi (Galleria Rex) e a Bari (Galleria Corallo). Nel 2003 è uno dei protagonisti del film-documentario “Italian Sud Est”, girato dal collettivo Fluid Video Crew. All’interno delle due sale della Galleria “Il Grifone” sono visibili quattordici opere di grande formato dell’artista, che ben racchiudono l’essenza del suo percorso pittorico. Quella di Puccetto è pura gestualità selvaggia, accumulo e stratificazione di colori, nella quale prendono corpo “percorsi curvilinei, griglie, trame, orditi, pioggia di gocce, itinerari cromatici ora aperti ora racchiusi, talvolta definiti perfino da linee di contorno o anche da pennellate di colore”, come scritto da Toti Carpentieri nell’introduzione del catalogo della mostra. Solo entrando nello spazio del suo casello e vedendolo dipingere, con la tela stesa per terra, con l’artista steso su di essa a riempirla attraverso la rabbiosa caduta del colore sulla superficie, si può a pieno comprendere la forza performativa del suo gesto. Come non richiamare alla mente Jackson Pollock, uno degli artisti che più ha rivoluzionato l’Arte del Novecento. Ciò che rimane è pura materia, senza forma, scomposta, irosa, primigenia. Attraverso le superficie informali Puccetto vuole esprimere se stesso, frammenti di vita vissuti, esperienze che hanno solcato la sua esistenza e in lui mai sopite. Il catalogo è stato patrocinato e finanziato dall’Assessorato alla Cultura della Provincia di Lecce. La mostra sarà viisitabile sino al 16 giugno.

 

 

 

 

Vota questo post

ricevo e inoltro

di vertigine (06/06/2005 - 17:36)

il dibattito sul salento d'odiare continua tra le pagine di questo blog. tutto ha avuto inizio con la pubblicazione in questa sede di un articolo comparso l'11 aprile sull'unità. a questo articolo pronta la risposta di giovanni santese, al quale replica or ora angelo petrelli. alla prossima.

LE CONSIDERAZIONI DEL CASO -

 Angelo Petrelli

 

Una volta c’era lo scrivere (prendendo posizione), una volta,  cosa (questa) fondamentale, evitando di entrare a far parte dell’orrenda categoria dei provincialotti o dei fautori di provincialismi frenati; ma giustamente, in questo caso, la questione è un’altra visto che vengo citato come colui che dice “cazzoni” infierendo tale epiteto a gli scrittori under 30 salentini. Definendo questa come – cosa verissima, - preciso, inoltre, necessariamente che anch’io mi ritengo (cosa poco credibile), anche gli altri mi ritengono uno degli scrittori suddetti e quindi di tali fattezze…

Dopo aver letto il mio nome nel post di Giovanni Santese del 31/5 che precisamente scrive “quelli che prontamente (come sempre del resto) Angelo Petrelli chiama “cazzoni” sono anche…” testo pubblicato su questo blog, mi sono permesso questa minima replica (e ringrazio Rossano per lo spazio). Naturalmente vi scrivo proprio per fuggire dalla sensazione, non tanto di provincialismo quanto provincialità, che mi ha lasciato il post di S. Questa mia replica non ha nulla a che vedere con i contenuti di protesta e di denuncia espressi da Giovanni, ma replica che ha che fare con la vanità (la mia credo), vanità che mi porta a specificare i termini della questione. Partendo ab origine posso scrivere che la stroncatura del signor Di Consoli (che sempre nello stesso commento ho definito pinco pallino, ma questo non è stato sottolineato – pinco pallino perché lui o un altro il risultato e i temi della recensione apparsa su L’Unità sarebbero stati sempre gli stessi - cioè di stroncatura),  il signor Di Consoli, per l’appunto, sotterra il lavoro presente ne L’altro novecento di Stefano Donno perché antologia (nome improprio) priva di testi in grado di supportare le definizioni del caso sugli autori. Questa è la mia moderatissima idea. I cazzoni affiorano proprio, nell’antologia (nella quale io sono presente da qualche parte in una delle ultime pagine), nella loro collocazione da Cazzoni underground geograficamente “sfigati” e “senza voce”, poiché definiti dal curatore, soventemente decantati e lodati, ma poi, in verità come se questa fosse un’accusa, senza le prove fatte di testi, poesia o prosa, in grado di dimostrare qualità o capacità di produrre cultura (a livello letterario o quanto meno di letterarietà del prodotto, che non è poco): per dirlo sinteticamente L’altro Nocevento non è un’antologia critica (un’altra ovvietà), anche perché ha un taglio giornalistico divulgativo, scolpisce i volti di un fenomeno “culturale”; è quasi una “bibbia” della letteratura underground salentina dell’ultimo decennio, che si basa sul verbo solo ed unico del curatore (che purtroppo non poteva inserire oltre alla biografia degli autori i testi e la critica ai testi) tant’è che per stessa definizione dell’autore L’altro Novecento è una raccolta di recensioni riportate in cut-up dalle pagine culturali della Gazzetta del mezzogiorno (locale). Di Consoli, io immagino, con il libro così com’era, non poteva fare altro che constatare che dalle carte che aveva in mano non esiste alcuna letteratura coeva salentina, e che questa raccolta di recensioni è solo un’espressione di provincialismo elevato all’ennesima potenza. Questa era la mia critica (sulla collocazione degli scrittori all’interno de L’altro novecento) e quello era il senso dell’ingiuria. Se poi a qualcuno, in uno slancio lirico, serve specificare come chiamo gli amici la sera mentre prendo con loro un caffè, il come Petrelli chiama giusto per iniziare un’intera dissertazione, dissertazione che poi parla di tutt’altro; bene allora mi sembra che la faccenda si faccia un po’ più interessante, un po’ più triste. Facciamo finta di essere tutti dei maliziosi - lascio a voi immaginare quale sia la vera questione da discutere…

 

 

ap

 

Vota questo post

prosa

di vertigine (06/06/2005 - 17:13)

Le arachidi di Stompanati

 

 

rossano astremo

 

“Chi dice che non c’è niente di peggio per un uomo che sopravvivere ai propri figli, dice una stronzata. La morte di un figlio è un’eventualità che chi decide di farne uno mette necessariamente in conto. Ma noi, i figli, che non abbiamo deciso niente, che siamo tratti al mondo con la forza e ci attacchiamo a quelle due voci, a quei due corpi, perché non potremmo fare altro… Perché ce li tolgono? Cosa vuole Dio da noi? Perché si vendica?”. Con queste parole, tratte da uno strano romanzo, dalla copertina rossa e dal titolo enigmatico, di un autore romano al suo esordio narrativo, pronunciate con voce impostata alla Carmelo Bene  nello stesso momento in cui un singhiozzo castrante mi sale dalla parte più oscura dello stomaco per proiettarsi vorticoso nell’alto di quel complesso meccanismo anatomico che riveste le pareti interne del sistema gola, mi rivolgo all’ombra disincarnata della mia figura paterna, disposta stravaccata su una poltrona anni ’60, ereditata dalla madre, mia nonna, morta nel 1989, pochi giorni prima che dei tedeschi biondicci, sudati e con le parti mollicce del corpo ricolme di pinte di birra, salissero su un muro di cemento grigiastro, ricoperto da graffiti e scritte incomprensibili, smantellandolo a botte di picconate date senza alcuna logica organica, ma utilizzando la teoria dello “spacco tutto a cazzo di cane”, nel tentativo di portarne a casa un pezzo, anche solo un frammento, una scheggia, o un putrido salivare di minuscoli brani di polvere, magari anche per poter poi innalzare un altarino al quale offrire preghiere laiche, nel ricordo di quel momento memorabile. La caduta del Muro di Berlino coincise, quindi, con il giorno dei funerali di mia nonna Patrizia. Io venni lasciato a casa a guardare la tv. Mia madre disse che non era proprio il caso di assistere a quelle scene di profondo dolore funebre, che avevo tutta una vita davanti per poter piangere perdite ben più rilevanti (grazie a queste parole proferite con un ghigno sbilenco creatosi come per magia sulle labbra della mammina si palesò tutto il rancore della nuora nei confronti della propria suocera), che sarebbe stato meglio rimanere a poltrire davanti alla tv, aspettando il loro ritorno. Tutto questo mentre mio padre si guardava allo specchio del bagno e cercava di muovere metodicamente le dita delle mani al fine di dare vita ad un nodo di cravatta perfetto. Fu in quell’occasione di solitudine domestica che scorsi quelle immagini in tv che, poi, avrei rivisto un numero straordinario di volte, fissandosi in maniera incontrovertibile nello schema razionale  che dà forma al cervello, un marchingegno sofisticatissimo fatto da piccole caselle immateriali nelle quali si dispone tutto ciò che è filtrato dai nostri sensi. Il mio è solo un tentativo di risvegliare mio padre dal suo asettico poltrire quotidiano, di destare in lui un interesse che differisca dalla visione non stop di film western parodia malriuscita del miglior Leone, di telefilm polizieschi american style tipo Miami Vice e Hunter, del gelido sviluppo di trame mozzafiato di matrice germanica di L’ispettore Derrick, del plot capovolto che scandisce i frame visivi del cinico e lercio Tenente Colombo. Mentre recito la mia parte di figlio sconsiderato (dovrei appuntarmi queste jam session attoriali, potrebbero essermi utile nel caso in cui decidessi di criptare una volta per tutte il profilarsi di quell’idea malsana del dare alla mia vita un decorso socialmente irreprensibile, sintetizzabile nella triade casa lavoro famiglia, svoltando alla grande, e facendo la scelta di entrare in qualche compagnia di teatro d’avanguardia), mentre cerco di cavare dalla bocca di mio padre vocalizzi che non siano i rutti generati dalle birre ingurgitate a più non posso nel corso del pomeriggio, mentre infilo la mia mano nel sacchetto di arachidi che mio padre tiene ben fisso tra le cosce, mentre i miei tentativi sperimentali di rivoluzionare il piattume della sua esistenza in declino, penso, poi, che a sessant’anni suonati Alfredo Stompanati ha le palle gonfie di correre sul filo del rasoio degli eventi che strutturano il decorso dell’esistere e che magari vorrebbe starsene un po’ per i cazzi suoi, attendendo il giorno sacrosanto del suo pensionamento, dopo il quale anche la mattina sarà un contenitore spaziotemporale in cui poter oziare, stando stravaccato sulla sua poltrona a fare zapping mitragliante nell’intento masochistico di memorizzare l’ossatura dei diversi palinsesti televisivi, e magari, nell’attesa che arrivi il tanto agognato giorno,  l’ultima cosa che vorrebbe avere tra le scatole è la presenza irritante del suo ultimo figlio (nato per una svista di secondi nella pratica consueta del coito interrotto) nell’atto scomposto e illogico di provare a generare in lui un rigurgito dirompente dell’orgoglio paterno. Alfredo Stompanati è impassibile. Ci sono i gol della serie C a tenerlo desto. “Ci sono altri arachidi in cucina, non finirli tutti”, le uniche parole che escono dalla sua bocca.

Vota questo post

anticipazione

di vertigine (06/06/2005 - 11:24)

sarà presentato il 30 giugno presso la libreria apuliae di lecce il romanzo d'esordio di gianluca gigliozzi, genio malato originario di l'acquila. il titolo del romanzo neuropa, edito dalla casa editrice leccese luca pensa editore. eccovene un assaggio.

gianluca gigliozzi

neuropa

 

BRIGANTAGGIO IN CASTIGLIA 1672

Appunti di IO su come condursi da bandito—redatti su quei fogliettini quadrati usati dai mercanti per far di somma—IO li porta impilati in un taschino—includono modi di comportamento consigliati e auspicabili, procedimenti canonici per darsi al peccato senza strafare, diritti del brigante nella corporazione brigantesca, tecniche di fornicazione, modi di educare prole eventuale alla rivolta contro i signori, cenni di cosmologia criminale, svaghi periodici

SVAGHI PERIODICI

Grattarsi spesso, dopo essersi stesi su rocce senza muschio, perché è bene che non si ostenti la naturale tendenza ad adagiarsi nel soffice. Imparare i nomi delle piante e degli alberi prima di bruciarli. Frustare le donne dopo un buon pranzo. Ubriacarsi solo il sabato sera. Fare ginnastica la domenica mattina, dopo la messa, se c’è una chiesa nei paraggi o un prete che venga ad officiare in grotta

CENNI DI COSMOLOGIA CRIMINALE

I briganti si considerano come gli eredi della antichissima razza dei Titani, capeggiati da Crono e scacciati dagli dei olimpici nell’orrido Tartaro. Ossia una generazione di padri potenti scalzata dai supponenti figlioli. I titanidi che sono i briganti dell’evo corrente invece sono figlioli smaniosi di riscatti, mentre gli dei olimpici hanno, già da qualche tempo, abbandonato la terra a dei decrepiti, padri snaturati risaputi come maestà, prìncipi, marchesi e baroni, nonché vicari, segretari e vicesegretari degli anzidetti. Quello che si prepara dunque è un nuovo, cosmico rovesciamento. Ma non c’è fretta, perché è la Provvidenza che manderà segnali al momento giusto

MODI DI EDUCARE PROLE EVENTUALE

Il figliolo deve crescere sano e coraggioso. Educato ai principi della religione, ma con qualche banditesca variante: Non amare il prossimo tuo come te stesso, a meno che non sia un miserabile, Non rubare e non uccidere se la vittima ha meno di quattro maravedìs, Non fare la carità ai bisognosi, se non vuoi che ti sospettino brigante, perché in questa fine di secolo solo chi veste di seta può permettersi di scucire carità. Inoltre il figliolo deve essere presto introdotto alle tecniche di latrocinio. L’apprendistato inizia a quattro anni, con la frutta, e termina verso i diciassette, con la sottrazione di bestiame. Introduzione alle tecniche di strage. Si inizia con lo sgozzare i polli o il gattino preferito e si finisce a fracassare crani cristiani, anche a gruppi. E ricordare al figliolo, in caso di crisi morali, che il MALE è sempre nell’alto, tra tesori e onori, non nel basso, tra noi poveracci che cerchiamo di guadagnarci la vita come possiamo

TECNICHE DI FORNICAZIONE

L’etica del brigante vede la fornicazione come male necessario, che ha anche una giustificazione teologica. Poiché la fornicazione implica necessariamente la debolezza della carne, se non si considerasse abietto il fornicare si annullerebbe questa debolezza della carne, dunque si sarebbe portati a indiarsi, mutarsi cioè in superbi semidei, il che non è bello quando bisogna vivere tutti assieme uniti e fraterni. Il brigante si accoppia regolarmente, con donne dell’accampamento e donnacce dei villaggi o dei bordelli di città. In tutti i casi deve sempre mostrarsi soddisfatto, anche se non ha tenuto il trotto. In questo caso è autorizzato a sopprimere la testimone del cedimento. Posizione del Brigante: si dispone sull’alcova sopra il corpo della vittima, le afferra le caviglie e mantiene in linee rigorosamente verticali le gambe della suddetta, dunque inserisce il membro nella cavità preposta e mena colpi furiosi, possibilmente urlando. Nel caso voglia evitare una gravidanza indesiderata, può spingere i colpi fino a lacerare l’utero

DIRITTI DEL BRIGANTE

Diritto di possedere la donna del socio, diritto di accoppare il socio se costui rifiuta di concedere la sua sgualdrina preferita, diritto di lamentarsi della parte del bottino toccatagli, diritto di pretendere una maggiorazione dell’emolumento, diritto di guardare negli occhi il capo se questi lo sta insultando, diritto di accoppare il capo e prendere il suo posto, se ha abbastanza coraggio e compagni dalla sua

PROCEDIMENTI CANONICI PER DARSI AL PECCATO

Qualche volta, durante le operazioni banditesche, capita che il bandito, o anche un gruppo, perda la testa, forse per via dell’odore primordiale del sangue. In questi frangenti è possibile che ci si accanisca eccessivamente contro le vittime prescelte, ovvero torturandole, stuprandole, bruciandone gli arti, segandole, o divorandole. Nel caso che non si sia coinvolti direttamemente in questo esacerbante sviluppo dell’azione, è consigliabile non distogliere i compagni intenti nell’orgia con inviti alla calma o sventolando precetti morali, per evitare di finire incluso nel novero delle materie offese. Più tardi, tornata la quiete, fare qualche osservazione sulla condotta sfrenata pregressa nonché sulla necessità di un ravvedimento. Nel caso che si sia partecipi delle sfrenatezze, ricordarsi comunque di passare subito dopo dal confessore e quindi immergersi nella vasca con acqua profumata di rose o gardenie

MODI DI COMPORTAMENTO DEL BRIGANTE

La regola fondamentale della vita del brigante è rispettare sempre la parola del capo. Dire sempre SI ad ogni suo comando e insulto. Osservare sempre in tralice il volto del capo, a tavola, davanti al fuoco, sulle ceneri delle carovane annientate, sotto l’altare. Far tesoro delle sue espressioni corporee, dei suoi modi di argomentare o sbraitare, mai sorridere del suo petare, sempre mostrarsi compiacenti, soddisfatti, entusiasti per le sue balordaggini. Nel caso domandi un consiglio o un’opinione, esagerare l’incertezza, spezzare l’enunciazione col tartaglio, arrossire, se necessario. Altra regola fondamentale del brigante è il rispetto per i compagni, e il dovere del reciproco soccorso. Antipatie, rancori, invidie, asti, tutto deve essere trattenuto, compresso, camuffato con sorrisi, benevolenza, regali. Nel caso la furia non riesca per tempo a scaricarsi legittimamente su signori e servi, ma per intima debolezza del furente finisca espressa senza freni sul compagno avversato, si invitano i due contendenti a scannarsi fuori dalla vista dei compagni, per evitare accensioni plurali. Nel caso sortisse un solo vivo dall’inevitabile tenzone, il capo si riserverà di giudicarlo in conformità a un qualche codice fulmineo

Vota questo post

ricevo e inoltro_sì sì sì sì

di vertigine (06/06/2005 - 10:59)

Votare sì anche per Giulia

[Ricevo questa lettera da un'amica che di recente ha avuto un po' di sfighe ma non ha mai smesso di tener duro e lottare e - insieme al suo compagno - è un esempio per quelli che la conoscono. Ne avrebbe fatto volentieri a meno, ma non si lamenta. Spesso ci deprimiamo per contrattempi di media entità, quando non per vere e proprie cazzate. Ammettiamolo, siamo tutti un po' dei fighetti... A paragone di esperienze come quella di Giulia, molti nostri "problemi" si fanno piccoli piccoli, ciò che sembrava solido svanisce nell'aria.
Ora la lotta di Giulia si innesta su una lotta più vasta, e ciascuno di noi può dare un contributo: la lotta per il sì al referendum. Non è per niente una questione astratta, è una questione di vita o di morte, di dignità e diritti. Invito a diffondere questa lettera, e a sconfiggere nell'urna il disegno oscurantista. WM1]


logo.jpgMi chiamo Giulia Lorenzoni, ho 30 anni.
In quest'ultimo anno mi sono ammalata di sclerosi multipla, una malattia autoimmunitaria molto grave. A tutt'oggi non si conosce una cura risolutiva e si può solo ricorrere a farmaci che ne rallentano la progressione.
Poiché questa malattia, della quale soffrono solo in Italia 52.000 persone, potrebbe trarre beneficio dall'impiego di cellule staminali embrionali, vi chiedo di dare una mano alla ricerca medica VOTANDO SI' AL PRIMO QUESITO REFERENDARIO DEL 12 e 13 giugno (quesito relativo alla ricerca sulle cellule staminali).

La malattia che colpisce soprattutto i giovani tra i 20 e i 30 anni, aggredisce il sistema nervoso centrale mediante distruzione delle guaine protettive dei fasci nervosi. Nella sua fase iniziale si manifesta con attacchi più o meno violenti a cui seguono periodi di quiete in cui lentamente si possono recuperare le funzioni che si erano perse (il recupero non è scontato e spesso non completo). Poi si può entrare (70% dei casi) in una fase progressiva in cui il corpo non riesce più a recuperare i danni subiti.
Nel mio caso (la sclerosi è molto diversa da persona a persona) la violenza degli attacchi è stata molto forte: in pochi mesi mi sono trovata semiparalizzata su una sedia a rotelle, non potendo bere acqua perchè mi andava di traverso, non riuscendo a parlare chiaramente perché la lingua era semiparalizzata; ci vedevo doppio, avevo gravi difficoltà urinarie.
Sono stata ricoverata in ospedale per più di 50 giorni consecutivi, e adesso, da novembre, dopo una drastica chemioterapia, sono in uno di quei periodi di quiete in cui il corpo può recuperare dai danni che fa la malattia, se gli riesce. Continuo a fare una cura chemioterapica in pastiglie e le mie condizioni sono fortunatamente molto migliorate (ho recuperato quasi tutto).
Le cellule staminali embrionali sono una grande speranza per sconfiggere questa terribile malattia e altre molto gravi (alzheimer, parkinson, cardiopatie, diabete, tumori, sclerosi laterale amiotrofica).
Non ce la togliete.

Grazie di tutto cuore

Giulia Lorenzoni

 

Vota questo post

prossima uscita

di vertigine (06/06/2005 - 10:35)

Babette Factory

2005 dopo cristo

380 p., € 14,50
Einaudi tascabili. Stile libero big
Einaudi, ISBN: 88-06-17619-6
(data di pubblicazione prevista: Giugno 2005)

Un Paese che scivola lentamente nel baratro di una tragedia vissuta come farsa. In una prestigiosa villa in Toscana, il vecchio Sinisgalli trama ambigui disegni sulla politica italiana: un piano per uccidere il Presidente del Consiglio. Trascinati dal destino fino al fondo di questa oscura vicenda, un giovane universitario geniale e sprovveduto, una bionda misteriosa e il luciferino Andrea Abate, sono alcuni dei personaggi che si muovono al centro di un gioco più grande di loro, tra raduni situazionisti, missioni segrete e party esclusivi. La Babette Factory è composta da Christian Raimo (1976), Francesco Pacifico (1977), Francesco Longo (1978), Nicola Lagioia (1973).

Vota questo post