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Archivio Giugno 2005

versi

di vertigine (08/06/2005 - 18:37)

 
frammento
 
Inoculazione fecondatoria (non trovate che tutto sia un travaglio
che supera lo squadernarsi della futura apocalisse?),
ventre in aria come insetto capovolto nell’impossibile
pugnale affondato in costato tenero, l’innocenza è sempre
troppo spalancata per non consentire l’abbaglio della divaricazione
Le essenze, quando accumulate nella loro diversità,
perdono il collocarsi lungo coordinate di spazio e tempo
e diventano narrazioni, tifoni di parole, recinti da ingrasso.
Non tollero ad ogni costo la rincorsa cristallizzante della codifica,
dettatemi parole che dicano incastro di fusioni, potenze tumultuose,
ambiguità germinative. Collocatemi nella catastrofe.
 
rossano astremo

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recensione(?)

di vertigine (08/06/2005 - 17:52)

Perceber, triangolazioni, narratologia sessuomane

 

di Rossano Astremo

 

Ho completato la lettura di Perceber, romanzo di esordio di Leonardo Colombati, giovedì 2 giugno, festa della repubblica, una giornata piena zeppa di parate istituzionali nelle quali presidenti della repubblica, del consiglio, del senato, della camera, ministri, viceministri e sottosegretari s’incontrano per iconizzare nel formalismo più esasperato le gioie sontuose di un’Italia libera, democratica e repubblicana. Stanco di queste formalità snervanti che la tv ti spara a mitragliatrice nel corso dell’informazione che copre l’intero arco della giornata, il 2 giugno ho tagliato i ponti con il mondo esterno e l’ho dedicato al completamento della lettura del capolavoro oramai mica tanto misterioso. Iniettatomi nel corso della giornata le restanti centocinquanta pagine giungo, in conclusione, alla lettura delle seguenti parole: “La mano destra che penzola mollemente dalla panchina si contrae come se dovesse impugnare una penna. Sei pronto? Allora, su: comincia a scrivere”. Pagina 428, fine del romanzo, escluso appendice, note e fonti. Il romanzo si conclude con la voce narrante (onnisciente? focalizzata?) che aizza uno dei protagonisti a rimboccarsi le maniche e sprofondarsi nella scrittura. Perché nella parte terza, capitolo settimo, episodio quarantuno, una nota tiene a precisare: “Baldini- il Messia, il Creatore – si ritrova davanti al nulla, come davanti al foglio bianco pronto per essere scritto. Il Piano di Baldini e Perceber sembrerebbero alla fine coincidere: basti vedere l’unico punto del Piano che ci viene messo a disposizione: altro non è che lo Schema del trentesimo episodio del romanzo”. Sì, ma così non vada da nessuna parte, perché voi vi starete chiedendo chi cazzo è sto Baldini, e soprattutto che cos’è questa Perceber? È per questo che ho rispolverato alcune nozioni di teoria della letteratura apprese nel corso dei miei studi universitari, pensate, non so, a Sklovskij, a Tomasevskij, a tutto il formalismo russo in genere, o all’analisi morfologica di Propp, oppure alla logica del racconto di Bremond, o, perché no, all’analisi sintattica e trasformazionale di Todorov, o all’analisi semiotica di Greimas, o, ancora, alla stilistica del racconto di Genette, per concludere con la comunicazione narrativa di Chatman, senza dimenticare la pluralità del testo di Roland Barthes. Necessitavo di griglie, di schemi, di strutture, di quadrati semiotici sui quali inscatolare i contenuti del romanzo di Colombati. Alla fine mi è venuto in soccorso il triangolo equilatero. Non ha nessuna spiegazione teorica. Considerate quello che vi sto per dire una forzatura interpretativa del sottoscritto. Considerate quindi un triangolo equilatero. Considerate i suoi vertici, su ciascuno dei suoi vertici posizionate uno dei protagonisti del romanzo. Sul vertice A Giovanni Migliore, giornalista freelance in crisi d’identità, sul vertice B Luigi Dodo, giovane medico tormentato da certi sogni inquietanti su due bambine gemelle ritratte sulla copertina di Siamese Dream degli Smashing Pumpkins, sul vertice C Antonio Baldini, avvocato in pensione con più di una rotella fuori posto e in mente un grandioso Piano Topografico sulla città di Roma. Il triangolo equilatero determina un’area su cui si estende e si dilata l’elemento di congiunzione dei tre protagonisti, ossia la gamba del signor Carpi, tranciata da un tram in viale Trastevere (Roma) in data 6 luglio 2000. Gli unici testimoni dell’atroce avvenimento sono i nostri tre eroi. I tre vertici se uniti con una matita determinano un perimetro che racchiude i movimenti dei tre eroi nel corso dell’esplosione della trama. È proprio nel corso dei loro movimenti che compare Perceber, città spagnola i cui abitanti fin dal XVI  secolo sono soggetti a una Maledizione che li costringe a parlare senza sosta né pausa, nemmeno quella tra due parole. Perceber, una città dove sono banditi il Bianco, il Silenzio e lo Zero. Facciamo un passo in avanti, tenendo sempre presente il nostro triangolo. Da un primo livello di lettura passiamo ad un secondo livello di lettura che tiene conto di un elemento che pervade in maniera totale il testo: IL SESSO. Accostiamo al carattere denotativo di ciascun vertice un surplus connotativo. Al vertice A rappresentato da Giovanni Migliore aggiungiamo la definizione sesso uomo – uomo (rapporto omosessuale): Giovanni Migliore, stanco dei rapporti meccanici con Demetra, scopre la sua indole sessuale nel folle incontro con Giovanni Dodo, sino alla rivelazione toccante descritta nelle ultime pagine; Al vertice B rappresentato da Luigi Dodo aggiungiamo la definizione sesso uomo – bambino (rapporto pedofilo): Luigi Dodo, fulminato dalla copertina di un disco rock, inizia il suo viaggio distruttivo che lo porterà a desiderare i corpi di giovani creature, sino al finale distruttivo, nel quale Dodo ammazzerà la figlia (forse???) di Giovanni Migliore; Al vertice C rappresentato da Antonio Baldini aggiungiamo la definizione sesso uomo donna (rapporto eterosessuale): Baldini ama le donne, ama soprattutto andare a puttane. Non può permettersi di perdere troppo tempo con loro. Il suo Piano Topografico risucchia totalmente le sue energie. Rapporto omosessuale, rapporto pedofilo e rapporto eterosessuale, se proiettate in un terzo livello di lettura del testo, possono rappresentare  delle chiavi interpretative possibili. Nella dislocazione dei vertici, Migliore è rappresentato dalla lettera A, poiché, non dislocata lungo la base del triangolo equilatero, è l’eroe per eccellenza del corpus testuale di Colombati. La catarsi di Giovanni Migliore avviene (uno dei momenti più toccanti del romanzo) quando Giovanni dichiara di essere omosessuale a sua padre. È lì che si compie il salto in avanti della struttura dei nuclei tematici, è lì che l’intreccio ha una sua risoluzione testuale. Lungo la base, a riempire i vertici B e C, i due sconfitti. Da una parte Luigi Dodo, la cui presenza nel romanzo coincide con una progressiva crescita della sua perversione sessuale. La sua incarcerazione rappresenta l’antitesi della rinascita, la vittoria del male, l’essere invertiti che va punito con una condanna a tutti visibile. La sconfitta di Luigi Dodo è contestuale, ossia si realizza nel testo per essere da esempio al contesto, a tutti i lettori empirici (io, tu, voi) che prendono tra le mani il romanzo dalla copertina rossa. Dulcis in fundo, Antonio Baldini, rappresentante del vertice C. Leggiamo a pagina 428, ancora: “La Storia ha voluto ripetersi. Ciò che avviene a me, qui, ora, è già accaduto a un altro, in un latro paese, poco meno di settant’anni fa”. A cosa si rifersice Baldini? A pagina 284 Alonso Barrulho conclude il suo testamento: “Nulla mi è parso esserci davvero. Così ho capito che tutto ciò che mi circonda, adesso, non ha un nome: è un nome, solo il sostantivo che gli attribuisce la nostra lingua, la profondità che gli dà il nostro occhio. Mentre non esiste niente, nemmeno noi, neanche le parole”. Perceber, 12 febbraio 1936. Si identifica Baldini con Barrulho, il quale, nella città nella quale sono banditi il Bianco, il Silenzio e lo Zero, si scontra con il nulla, determinando la sua stessa condanna a morte. Baldini, nelle ultime pagine del romanzo, prende atto dell’impossibilità di realizzare il suo progetto topografico immenso, una sorta di rappresentazione tridimensionale di tutta Roma. Ma, come già detto sopra, “il Piano di Baldini e Perceber sembrerebbero alla fine coincidere: basti vedere l’unico punto del Piano che ci viene messo a disposizione: altro non è che lo Schema del trentesimo episodio del romanzo”. La sconfitta di Baldini, quindi, è metatestuale, si realizza nella determinazione sintattica di un testo che discorsivizza lo stesso testo, completandosi poi nell'ammissione della fallibilità dell'operazione.

 

 

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prosa

di vertigine (08/06/2005 - 11:39)

mettevo in ordine i miei libri, quando d'improvviso mi compare il suicidio di angela b. di umberto casadei, romanzo che ho amato tanto. mi sono chiesto che fine avesse fatto casadei. lo aspetto con la sua prossima prova narrativa. nel frattempo vi ppropongo un suo racconto uscito con una rivista un cui numero è stato curato dal sottoscritto. il racconto è prima neve, la rivista tabula rasa.

umberto casadei

Prima neve

Come ogni giorno alle otto e dieci scese in strada, entrò nella piazzola parcheggio e si diresse verso l'automobile. Un po' curvo per il freddo, scrutando di sbiego attraverso la foschia, infittita da un lieve nevischio, si accorse che la macchina era stazzonata da chiazze scure. Arrivò nei pressi dell'auto ancora immerso nei pensieri del primo mattino, e lì per lì non realizzò che un'immagine di pioggia fangosa, a causa delle alluvioni di cui per tutto l'inverno i telegiornali avevano dato visione. Si avvicinò e lentamente fece un mezzo giro intorno all'auto, ma era come non potesse mettere a fuoco. Allora da una zolla della sorta di fango che la ricopriva staccò un frammento ghiacciato, da cui spuntava un piccolo sterpo grigiastro. Fu in quel momento che notò i depliant promozionali del suo negozio. Metà impastati con le zolle, metà svolazzanti.

Avevano schiacciato una merda dentro all'incavo della maniglia, riempiendo per bene il buchino della serratura affinché non vi si potesse infilare la chiave; in seguito l'avevano spalmata tutt'intorno. Dall'altra parte ne avevano schiacciata una dentro allo spiraglio del finestrino, che avevano poi completamente imbrattato. Qui, tuttavia, forse per la fretta, avevano ignorato la serratura. Aprendo la portiera ne trovò sul sedile un grosso pezzo e frammenti più piccoli in terra. Il parabrezza era altrettanto sporco del finestrino, e dentro all'abitacolo, il tanfo, che fuori non si sentiva, era più intenso.

Ebbe un lieve capogiro e un urto, allo stomaco.

Deglutì.

In affanno, poiché tutta quella roba era ghiacciata e lui tutt’un tratto aveva fretta, si mise a cercare per terra qualcosa che fosse sufficientemente duro. Quindi, stringendo i denti, scrostò dal parabrezza l'indispensabile per poter vedere: un po' con una scheggia di sasso, un po' con la plastica dell'involucro in cui teneva il libretto di circolazione. E sempre con l'involucro del libretto di circolazione, a guisa di paletta, tirò via la merda dal sedile e quella che c'era per terra.

Poi si guardò attorno.

Un refolo fece rotolare un depliant verso la rete metallica. L'osservò capovolgersi due o tre volte. Il nevischio scendeva a strappi, obliquo. Pizzicava la pelle.

E' uno scherzo, pensò. La macchina è un cesso. E i ragazzini sono fatti così. Sono quel che sono.

Ma si ravvide immediatamente, spaventato: i depliant del negozio. Il suo negozio. Ne osservò uno, sotto il tergicristallo. Constatò che non era recente. Strinse i pugni, sentì le lacrime salirgli agli occhi.

Macché ragazzini. Questo è un avvertimento.

E d’altronde, il negozio stava dalla parte opposta della città. Mezzora di macchina. Un'ora comoda, a piedi. Dalla quantità di roba che avevano scaraventato sull’auto, erano state quattro cinque persone - sempre che uno non si organizzi.

Un butto in gola, amaro, e gli balenarono, orribili, immagini di persone care. Non era mai stato in rapporti veramente buoni con loro - chi lo è veramente? - al limite, cordialmente indifferenti. Ma se prima poteva non averci fatto caso, da quando lei era morta, non immischiarsi, era regola della cui necessaria inflessibilità si era categoricamente persuaso. Benché non avesse opposto resistenza, era suo malgrado, si ostinava a pensare, che l’avevano aiutato. Una partecipazione, avevano detto. Per alleviare la pena del lutto, dare un po’ di respiro a un giro d’affari che, già precario, andava volatilizzandosi. E adesso, a poco più di un anno, suggerivano di vendere. Anche ultimamente da consigli per interposto cognato (quello che non aveva messo soldi), si era passati a litigi diretti. E le incomprensioni, che avevano coinvolto persino sua madre, erano state violente al punto che aveva sognato, la notte stessa, di uccidere.

L'hanno fatto al buio, pensò.

La portiera più imbrattata aveva la serratura rotta. Da mesi, ormai. Dunque, chi gli aveva fatto questo scherzo, non lo sapeva. Gli parve di doversi aggrappare, a questo pensiero, ma subito lasciò cadere le spalle. Sentì il freddo, l'umido del nevischio sul volto. Al silenzio, al vuoto un po’ innaturale immanente alla piazzola, cui istintivamente avrebbe reagito con la fuga, avrebbe ora voluto resistere, rimanendo. Avrebbe voluto fermarsi lì immobile, finché non fosse comparso qualcuno.

Dove siete? Non andate a lavorare, oggi?

Sputò per terra e, tremando, percepì una meschinità in quei suoi sospetti, un'indulgenza nell'abbandonarvisi - dislocando, attribuendosi in tal modo ragioni per chiudere e condannare - che lo rendevano partecipe della scena che aveva innanzi, delle intenzioni di chi l'aveva attuata, e che maggiormente lo degradavano.

Ma no.

No.

Siccome aveva pulito alla svelta c'erano ancora dei residui, così per ficcarsi nell'abitacolo senza sporcarsi dovette fare una mezza acrobazia. Seduto, cadenzando il respiro, constatando che, in fondo, l'odore era tollerabile, verificò che non ci fosse altra merda nei paraggi. Poi chiuse le serrature, e accese.

In effetti, l'odore non era forte. Anzi, quasi non lo si sentiva. Bastava non guardare, e non lo si sentiva.

Osservò le mani, per controllare che non fossero sporche. Sentiva infatti ancora la nausea, ma gli pareva andasse dileguando. Si assicurò di non avere gettato con l'involucro anche il libretto di circolazione. L'aveva messo nella tasca della giaccavento.

Passò due dita sugli occhi.

Quando li aprì, il piccolo orologio sul cruscotto indicava le nove meno dieci.

Dietro alcuni reticolati, che separavano l'uno dall'altro certi piccoli lotti non edificati, cercò fra i rami secchi dei pioppi, oltre un isolato binario, la sagoma del macello. Era una piramide schiacciata, tronca, i cui piani erano stati fatti idealmente ruotare affinché gli spigoli non coincidessero.

Estrasse il pacchetto dalla tasca della giaccavento.

Gli capitava spesso, osservando l'edificio dal terrazzino del suo appartamento, di meravigliarsi. Ricordava una cattedrale, pensata da un architetto cubista. Sembrava che tutte le prospettive dalle quali si può guardare un solido, anche quelle invisibili, che nei progetti illustrano la dimensione della profondità, fossero state dislocate sulla superficie esterna per essere osservate contemporaneamente, in piena evidenza. Certo. Sapeva cos’era, il macello. Ma non era per questo, in fondo, che voleva bene a quell'illusione. Non c’era relazione.

Tendendosi, cercò l'accendino nella tasca dei calzoni. Poi, con una mano già sul volante, cassando un sentore impacciato, un po’ artificiale, di lacrime, accese una sigaretta. Fece un respiro profondo. Ingranò la retro, si voltò per un’ultima occhiata.

Nessuna relazione, pensò.

Mentre partiva, caddero i primi fiocchi di neve.

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versi

di vertigine (08/06/2005 - 11:17)

eugenio de signoribus

Domani chissà chi saremo, quale
nome in noi consisterà
quando qualcuno a se ci chiamerà
o da distante ci additerà
come disdetti o strani

in quelle acqua che superano in febbre
i loro letti ed esulando
s'incrociano e si assumono
prima in cromi incandescenti
poi in macchie spondali e via via
in vite correnti a vista e sui fondali

in quelle acque dei popoli
io, estraneo a te, ti parlerò
(così spero di)


tratto da Principio del giorno - 2000

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tra viareggio e strega

di vertigine (08/06/2005 - 10:26)

un po' di news, ecco scrittori che il Premio Strega ha selezionato per rappresentare la letteratura italiana nel 2005 e da cui verrà scelta la "cinquina" dei finalisti. Maurizio Maggiani, Maurizio Cucchi, Alberto Capitta, Rosalba Conserva, Giuseppe Conte, Giovanna Giordano, Enzo Muzii, Edoardo Nesi, Valeria Parrella, Beppe Sebaste, Paolo Teobaldi .

Per il Premio Viareggio ecco la rosa dei finalisti: NARRATIVA Roberto Alaimo, E' stato il figlio (Mondadori)
Gianni Celati, Fata Morgana (Feltrinelli) Mauro Covacich, Fiona (Einaudi) Raffaele La Capria, L'estro quotidiano (Mondadori) Ernesto Ferrero, I migliori anni della nostra vita(Feltrinelli) POESIA Alberto Bellocchio, Il libro della famiglia (Il Saggiatore) Anna Maria Carpi, Compagni corpi (Scheiwiller) Milo De Angelis, Tema dell'addio (Mondadori) Eugenio De Signoribus, Ronda dei conversi (Garzanti) Attilio Lolini, Notizie dalla necropoli (Einaudi)SAGGISTISCA Giorgio Agamben, Profanazioni (Nottetempo) Alberto Arbasino, Marescialle e libertini (Adelphi)
Frederick Mario Fales, Saccheggio in Mesopotamia (Forum) Guido Samarani, La Cina del Novecento (Einaudi)
Emanuele Trevi, Senza verso (Laterza) OPERA PRIMA Leonardo Colombati, Perceber (Sironi) Mario Domenichelli, Lugemalè (Polistampa) Alessandro Piperno, Con le peggiori intenzioni (Mondadori)

Per lo Strega faccio il tifo per Valeria Parrella che sicuramente non vincerà, già Premio Campiello 2004 con il libro precedente Mosca più Balena. per il Viareggio faccio il tifo per Covacich (narrativa) De Angelis (poesia) Trevi (saggistica) Colombati (opera prima). e voi?

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la macinatrice che sfonda

di vertigine (08/06/2005 - 10:19)

un testo che aspettavo da tempo, la macinatrice, il nuovo lavoro narrativo di massimiliano parente, uscito con peQuod.per saperne di più vi rimando alla riflessione fiume di giuseppe genna sui miserabili, dal quale prendo un estratto:

Il motivo è che Parente è l’erede designato di Antonio Moresco, la cui interpretazione definitiva è stata data, con una lotta di impressionante virulenza, dalla medesima Carla Benedetti, dopo la quale non è più possibile parlare dell’opera di Moresco in altri termini. Scrive infatti giustamente la profonda critica toscana: “Né le classifiche, né i premi letterari, né i tam tam mediatici hanno mai registrato la perturbazione che l’opera di Moresco ha provocato nella scrittura di questi ultimi anni. La registra invece uno scrittore più giovane”. Qui mi sia consentito un mea culpa. Operando da anni sul Web, che non si sa dove porterà la nostra specie, io non ho registrato la perturbazione di Moresco, ho sbagliato, lo so, devo averlo fatto per cecità indotta, sono anch’io stritolato dalla macchina dei mediatori, sono un mediatore io stesso. E’ fondamentale, quando si parla della giovane narrativa italiana, dire se essa viene o meno da Moresco, altrimenti si cazza completamente la prospettiva. E, come dice con profonda giustezza Carla Benedetti, “si sente che la Macinatrice reagisce in qualche modo ai Canti del caos”. Sono indistinguibili dal testo moreschiano certi affondi di Parente come questo:

Le bobine giravano e c'era la promessa di un racconto, ma era una promessa già tradita. Sentivo le vibrazioni dell'arrivare tardi, del capire a metà, dell'io so che tu sai che io so ma c'è sempre qualcosa che manca. Ci siamo scambiati un'occhiata, io e l'assassino, complici di un attimo triste.

E’ questa, a ben vedere, ammesso che vediate ancora poiché la specie sta subendo un’immensa impensabile fiorita mutazione, la soluzione che Parente offre a tutti noi e che con giusta profondità individua nel suo saggio Carla Benedetti: “Parte vitale della ricezione di un’opera è la risposta che essa provoca in altri scrittori”. E’ ciò che mancava alla giovane letteratura italiana. Prendete, che so?, Wu Ming, Evangelisti, Philopat e Pincio, cioè i modelli a cui, insieme a Moresco, Parente guarda: c’entrano forse qualcosa l’un l’altro? I loro testi sono in dialettica con i testi degli altri? No, assolutamente! Invece Parente ci apre la strada, interloquendo con l’unico autore con cui sia il caso di interloquire, l’unico che si può leggere, che è Antonio Moresco. Io ho persino fatto due libri con un altri scrittori, i Wu Ming scrivono in cinque, Lagioia e Raimo fanno libri assieme: e non interloquiscono! Pazzesco, cosa faranno tutto il tempo lì, muti, senza interloquire con gli altri scrittori?
Meno male che è uscito La macinatrice. In culo a tutte le filologhe dei bollettini tridentini, tipo Silvana Morasso! Chi non gli piace, è culo. Oppure cospira contro di noi, che siamo parte di uno tsunami immenso, esploso, fiorito, profumato.

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