prosa

Polveri
di rossano astremo
Le luci del giorno svanirono, i lampioni della città facevano da sfondo al comparire di una luna limpida. Ritornare a casa non era nelle mie intenzioni. Per fare cosa? Per assorbire l’indifferenza di quella puttana di mia moglie? Per costringermi a raggiungere la pazzia a causa dei silenzi reiterati delle mie figlie?
Mi diressi nella periferia della città, dove le luci del centro lasciavano spazio a zone d’ombra nelle quali prendevano corpo giri di spaccio, prostituzione e disperazione. Decisi di andare a puttane, di scaricare tutta la mia rabbia con una scopata. Anni di fedeltà, anni passati a rincorrere il sogno di un matrimonio perfetto, anni trascorsi in una fabbrica ad inghiottire amianto, con il solo pensiero di poter tornare a casa e riabbracciare la propria famiglia. Invece tutto era crollato, tutte le certezze erano andate a farsi fottere. Una rabbia degenere mi saliva dallo stomaco, premendo su ogni singolo muscolo del mio volto, al limite dell’esplosione.
Feci il primo giro attorno alle donne che aspettavano i loro clienti nei pressi del campo sportivo. Intravidi due bionde con minigonne striminzite e seni prosperosi che uscivano dagli orli di top trasparenti, cercarono di intrufolarsi nella mia auto, ma quella sera decisi di dedicarmi ad esperienze forti e mai avute, scopando con una donna di colore.
Rifeci il giro del campo sportivo, sostando al sua fianco.
Cento euro per una scopata.
Entrò nell’auto, il suo nome era Tabù, mi indicò un posto dove si poteva star tranquilli, nelle vicinanze dello stadio. Una volta fermati, si alzò la gonna, si tolse le mutande e uscì fuori i seni. Io mi abbassai i pantaloni, uscii il pene. Tabù lo prese tra le mani. Il pene divenne duro, vitreo, rosso e venoso. Stese il sedile, mi poggiai su di lei, entrai con forza nella sua fica. Tutto il pene dentro le morbide cosce di Tabù. Non osava guardarmi negli occhi, fissava il tettuccio dell’auto, con le labbra chiuse. Sempre più in fondo, con più forza, tutta la mia rabbia scaricata dentro quella puttana.
“Non farmi del male!”
“Non lamentarti, ti sto pagando puttana!”
“Lasciami andare stronzo, mi stai facendo male!”
Io spingevo con tutta la forza in mio possesso, Tabù cercò di divincolarsi, di uscire dall’auto, ma io la bloccai stringendole le braccia. Mi insultava, mi sputava in volto, mi graffiava, ma non avevo alcuna intenzione di lasciarla andare. Mi tirò uno schiaffo, con tutta la forza che la disperazione riesce a sprigionare, le misi le mani attorno al collo e cominciai a strangolarla, senza uscire il cazzo dalla sua fica, le sue urla rimanevano strozzate in gola, la sua forza scemava con lentezza, strinsi ancora più forte, sino a quando Tabù smise di rantolare e il suo corpo cessò di muoversi.
La troia, per cento euro, pretendeva che io la scopassi seguendo le sue regola da marchettara di provincia. Avevo il corpo senza vita di una puttana di colore al mio fianco, ma non persi la calma. Presi la decisione di portare il corpo nella piccola casa in campagna che avevo a pochi chilometri da T., l’avrei seppellita con cura, senza lasciare possibili tracce.
Mentre nella mia mente passavano questi pensieri, avevo ancora i pantaloni aperti, con il cazzo moscio che penzolava dalle mutande.
Arrivai a destinazione. Spensi l’auto, aprii lo sportello alla mia destra e trascinai Tabù, dopo aver afferrato le sue gambe, per alcune centinaia di metri, sino a lasciarla sotto un albero di ulivo, poggiata su un manto di terra soffice, appena arata.
La mia calma venne meno all’improvviso, nel momento in cui, dopo aver lavato le mie mani nel bagno della casetta, vidi i miei pantaloni e le mie scarpe sporche di terra. Presi una pala ed un’accetta, tenute da parte all’interno di una panca piena di attrezzi che ero solito usare nella stagione estiva per curare il mio piccolo orto, mi recai nei pressi dell’albero di ulivo, scagliai la pala in un angolo e iniziai a dare alla puttana colpi di accetta con tutta l’energia residua. Cinque minuti di accettate su un corpo innocente.
Ma chi di noi non è innocente? Non sono forse io innocente? Lavoratore onesto che credeva di avere una famiglia e invece era un povero cornuto? Questo pensavo, con Tabù a pezzi sotto il mio albero di ulivo. Ero cosparso da frammenti di carne nera, da schizzi di sangue acido. Mi piegai in ginocchio, piansi come un bambino, come non lo facevo dal giorno della morte dei miei genitori, avvenuta quindici anni prima per un incidente stradale. Piangevo, mi guardavo attorno, tutto era buio, solo una luna nel pieno del suo splendore di luce mi consentiva di vedere con chiarezza lo scempio da me compiuto. Le lacrime cadevano dai miei occhi adagiandosi sui brandelli di carne morta sparsi sulla terra. Con la mano destra ne colsi un pezzo, un braccio o una gamba, avevo difficoltà a cogliere la differenza. Lo strato di carne, però, avvolgeva un osso molto duro. Lo avvicinai alla mia bocca, ne diedi un morso disperato, nel tentativo di ricongiungermi con quella vita spezzata. La carne scintillante di una prostituta di colore si muoveva zuccherato e fragrante tra i miei denti. Una volta ingoiato il primo pezzo, rimase nella mia bocca un sapore dolciastro, come di miele cosparso su pane tostato.
Diedi un altro morso a quel pezzo di braccio (o gamba), mentre un leggero senso di eccitazione pulsava nella mia testa per poi scendere gradualmente sotto la mia cintura. Un sapore tiepido di miele avvolgeva la mia bocca. Con la mano sinistra mi masturbavo. Dopo un minuto schizzai tutto lo sperma contenuto nelle mie palle su quel corpo deflagrato, scucito, fatto a pezzi. Era notte fonda. Sarebbe stato meglio ripulire tutto.
Scavai un fosso profondo accanto l’albero d’ulivo, scagliai il corpo informe della puttana, ricoprii il tutto con terra morbida, poi entrai in casa, ripulii le scarpe, mi tolsi tutti gli indumenti, lavai ogni parte del mi corpo nudo, misi tutti i miei abiti in una grande busta nera, indossai un jeans e una maglietta presi dall’armadio all’interno del quale conservavo poca roba estiva, presi la busta e mi infilai in macchina.
Dopo aver gettato gli abiti insanguinati nel primo cassonetto della spazzatura, feci la strada più breve per tornare a casa, con un motivo di Louis Armstrong che suonava alla radio. Una volta entrato in casa, tutte le luci erano spente, erano tutti certamente a letto. Prima di andare a dormire feci una doccia, dal momento che sentivo il mio corpo cosparso da un odore nauseante di miele.
Quella notte, disteso sul divano del salotto, non riuscii ad addormentarmi, ero perseguitato dall’iterativo sopraggiungere di frammenti di immagini, suoni, sapori che come cancro infetto si muovevano all’interno dei miei sogni.
Musica jungle nella testa, buio pesto, stelle rinchiuse tra nuvole castranti, poi fiammate degeneri di torri, crollo epocale, gente che si libra nel cielo come Icaro disperato, aerei che si conficcano come spade in costate marce, fiamme sempre più dense, esplosioni aritmiche, pezzetti di carne posati su un piatto dorato, capezzoli turgidi in movenze sinuose, sangue che sgorga a fiotti da aperture corporee lacerate, suoni che continuano a spaccare. Mi alzai. Erano le 6:00 del mattino. Avrei iniziato il mio lavoro in fabbrica entro due ore. Meglio prepararsi con calma.
pincio_la ragazza che non era lei
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estratto tratto da www.tommasopincio.com “Vasto è il regno della polvere!” Così ho sentito dire dal Sublime. La radio del karma disse che era ora di svegliarsi, la notte era finita e un nuovo giorno pieno di polvere stava per iniziare. Disse di non farsi illusioni, li aspettava un’altra giornata polverosa ma polverosa davvero e se il buongiorno si vedeva dal mattino potevano stare certi che ci avrebbero nuotato, nella polvere.
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versi







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