è morto ermanno krumm
di vertigine (14/06/2005 - 18:16)
Ermanno Krumm

SIETE COME GLI UCCELLI DEL CIELO
(anche se avete famiglia e lavoro)
Non porta a nulla in poesia
cercare la poesia. Eppure
prima che non significhi più nulla
un qualche niente progredisce,
si fa spazio. Ora, le parti
sono maggiori del tutto
ma non c'è tutto in poesia
solo quanto basta perché batta
la lingua-mano nuove tenere parole,
piane e semplici. Così la scintilla,
che aggiungendo se stessa s'aggiunge
dove nulla accade o muta s'innalza
sul lieve tremolare delle onde.
*
PAESAGGIO
Due balze più sopra, il muro
è freddo e muto. In aria il fumo
si perde con il filo dei rami,
gli uccelli ruotano, appesi
dietro alla lama di un pesce.
Tutto si fa curvo, veloce come a Cagnes,
grandi tronchi imbandierano il vento,
e di quest'autoritratto come albero,
da cui ti scrivo, presto non si scorgerà
che il ripido pendio e nessun
osservatorio in bilico su una terrazzetta.
prosa
di vertigine (14/06/2005 - 11:07)

Paranoico Silvio
Rossano Astremo
1.
2006, tempo indefinito. La nazione italica è da poco scossa dall’esito storico delle Elezioni Politiche. In una casa del centro storico di Bologna da giorni si consuma una festa a base di droga, alcol e sesso omosessuale orgiastico. Uomini distinti con le loro cravatte fuori posto e le camicie che si muovono scomposte oltre l’orlo dei pantaloni si baciano spossati su divani di pelle rossa, accarezzano peni eretti, semi-eretti, leccano culi pelosi, praticano la sodomia. Corpi aggrovigliati, arti bloccati nell’intreccio della passione, frammenti di volti noti alla pubblica opinione. Romano, padrone di casa, ha polsi e caviglie legati e si fa frustare con ferocia da Sergio, sindaco della città di San Petronio. Il dolore moltiplica gli orgasmi. Le mura inoltrano nello spazio chiuso odori acidi e lisergici. Tutto ha il sapore dell’incontrollabile, del fuori misura, dell’assolutamente irripetibile. Il nemico è stato sconfitto. Ha mantenuto i patti. In caso di disfatta si sarebbe dissolto nell’etere. E ora lo immaginano inabissato nel cielo che non è più tale, a rimuginare sugli errori commessi, a spellarsi a brani le proprie carni che nascondono metastasi. Il pensiero del crollo alimenta il piacere. Fausto sniffa cocaina poggiata su una lastra di vetro sulla quale svettano alcolici di ogni tipo. La sua pista si snoda tra bottiglie semivuote di cognac e brandy. Clemente spinge con forza il suo pene dentro il buco del culo di Fausto. Tutto questo genera estasi. In un angolo sperduto, nascosti da guardi indiscreti, mentre De Gregori, steso su un morbido cuscino avvolto da morbida seta avorio, intona La storia siamo noi, Francesco e Piero si masturbano a vicenda. Eiaculano nello stesso istante, sfiniti s’adagiano sul pavimento e si lasciano trasportare dagli accordi del cantautore romano. La festa non sembra destinata a concludersi. La continua mescolanza di fluidi solletica follie. E Antonio, ex magistrato di Mani Pulite, è appeso al lampadario della cucina, nudo come la madre lo ha concepito, a urlare a squarciagola versi di Pasolini tratti da Le ceneri di Gramsci. Lo spazio e il tempo sembrano essersi spossessati della loro logica consuetudine. E nella verticalità più disparata e irraggiungibile cosa accade?
2.
Le distanze s’amplificano, il luogo del profluvio d’amplessi è lontano. La terra è solo un vago ricordo. La sconfitta bruciante ha generato l’abbandono. Ed è per sempre. Niente è più spaventoso dello spazio siderale, una volta tolto quel primo sguardo in cui si è colpiti dalla solennità delle stelle o della luce. In questo vuoto neanche la velocità può essere registrata. Ciò che conta è l’infelicità che lo spazio genera. In quest’area indefinita fluttua l’astronave. Al suo interno una piccola cabina dove l’astronauta Silvio è condannato a stare seduto e a urinare, come un prigioniero richiuso in loculi terribili nei quali è impossibile stare in piedi o distendersi. Soffocato da paramenti d’occasione, ciò che emerge è il suo volto, le sue tumide labbra socchiuse, il cerone che gli copre la pelle cola liquido e si proietta su tutto il suo corpo rigido. Frammenti di capelli trapiantati si muovono in isolamento, abbandonando la fiera compattezza d’una volta. L’astronauta Silvio ha gli occhi che sprigionano lacrime. S’inoltra in uno spazio e in un tempo che non gli appartengono. L’ignoto genera scosse di brividi lungo la sua colonna vertebrale degenere, ma è stata una scelta necessaria. Meglio scomparire nel vuoto dello spazio che vivere da perdente in Terra. L’astronave procede, lungo direzioni sconosciute, verso una totale dilatazione cosmica. Tutto scagliato contro l’ignoto.
3.
La splendida canzone di David Bowie Major Tom, su un astronave che si è perduto e ruota intorno alla terra nella sua “scatola di latta”, potrebbe servire come musica di sottofondo per questa tristezza legata alla perdita della Terra.
prosa
di vertigine (14/06/2005 - 10:24)
(storia in costruzione)

Nova Express Bar
rossano astremo
Gennaio. A Trento c’è un freddo che spacca il cranio. Residui di nevicate trasformatisi in piane di gelo sui quali l’aderenza dei miei anfibi viene meno. Cammino attraverso una città di film in bianco e nero. Una serata come tante da trascorrere al Nova Express Bar. La luce del locale è la solita, un flusso indistinto di striature fosforescenti che danno allo spazio una sensazione metallica. La tribù inaccessibile che si ciba di zucchero marrone è al completo. Odore di alcol, di slip muffosi e di carne di donna a giornata. Tavoli lucenti contornati da sedie in plexiglas. Giovani respiri si inseguono tra le brunite atmosfere di un margine senza sfiato. Son passati pochi giorni dal mio ultimo buco. Mi sento uno schifo. Tutto sembra cedere. I miei muscoli, le mie ossa, le mie vene, il sangue che tiene vivo questo corpo. Tutto sembra essere proiettato verso la lenta sconnessione di ogni parte. Figure rallentano sino ad essere puro calcare. Mi avvicino al bancone. Il barista mi guarda. Gli basta poco per intuire lo stato nel quale mi trovo. La scimmia sulla schiena è una merda che ti sale su per il buco del culo, ti si attacca in faccia e non ti molla per nessuna ragione al mondo. Prepara uno dei suoi cocktail. Si muove con agio tra bottiglie di gin, vodka e whisky. Fisso lo sguardo sulla pelle delle sue mani. Rossa. Scalfita. In deterioramento. La pozione è pronta. Tutto in un sorso. Un tiepido bruciore s’inoltra lungo le pareti dello stomaco. I brividi lungo la schiena si stoppano per un attimo. Un tipo avvolto in un lungo cappotto nero si scaraventa contro il barista, vola un ceffone, il suono dell’impatto della mano contro la guancia è profondo, come un sasso lanciato verso un’onda sospesa su uno scoglio. Dice che cazzo è questa storia dei cucchiaini, dice che cazzo ci faccio con questa merda di finto argento con il buco in mezzo, dice questo locale sta andando a puttane, dice siete dei moralisti del cazzo, si volta, va via, lascia nell’aria la sua scia di alcol misto a sudore rappreso a maglioni di lana non di fresco bucato. Il barista è immobile. Non nuovo a simili scenate. La consuetudine vuole che i tossici in astinenza siano dei tipi poco raccomandabili. Il Nova Express Bar è il locale di Trento dove si raccolgono tutti i tossici della zona. O almeno si raccoglievano. Poi c’è stata l’idea dei cucchiaini. La questione, racconta in breve il barista mentre mi prepara un altro cocktail, è che il capo è stanco di vedere in bagno gente smorta con la testa infilata tra le gambe, non ne può più di raccogliere siringhe attaccate sulla tazza del cesso come freccette al loro bersaglio, ne ha le palle piene della persone che gli dicono che il bagno del Nova Express Bar è il peggiore di tutta la zona. Però la cosa che più lo fa imbestialire è dover sborsare ogni settimana soldi per acquistare questi merdosi cucchiaini per il caffè. Sono tossici di merda come te che fanno imbestialire il capo, quelli che gli fottono i cucchiaini da sotto il naso per andare in bagno, squagliare la roba per poi spararsela nelle vene. Ha i pugni sollevati al cielo, gli occhi sgranati, dalle aperture delle mani crollano gocce di sangue. Chi cazzo è il capo? Cerco di fare mente locale, riacciuffare flashback di serate passate lì dentro, ma niente da fare, solo scosse di brividi che mi linciano la schiena per poi spingersi nello stomaco e dilatarsi in bruciori che spezzano il fiato. Ingollo il secondo cocktail. Il barista abbandona la sua postura da idiota. Ho bisogno di una pera. Sudo da fare schifo. Il rumore bianco della morte si diffonde lungo tutte le arterie. Mi scaglio nel cesso. La scena è la solita. Lo Zoppo è con il culo poggiato sul lavandino. Ha le spalle rivolte verso le porte d’ingresso dei due bagni. Scorgo il suo profilo e ne ho fastidio. Naso aquilino. Lento discendere di basette che lambiscono la sporgenza ossuta della mandibola. Pelle butterata, da fare schifo. Ha i capelli lunghi e unti tenuti assieme da una molla rosa. L’acuto stridore provocato dalle mie scarpe lo distoglie dalla sua catatonia. Si volta, mi fissa, mi riconosce. Accenna un sorriso. La bocca si apre, mostrando il depositarsi di tartaro e nicotina su incisivi cadenti. Lungo l’intarsio delle due labbra lo stagliarsi di saliva solidificata. Mi chiede se ho i soldi, dico di no, dico che ho bisogno di una botta subito, dico non mi puoi lasciare nella merda, dico ti ripagherò entro due giorni, gli ripeto, con voce sfondata dai tremiti delle ossa, ti prego, non lasciarmi nella merda. Il sorriso dello Zoppo si trasforma in una risata sguaiata, i suoi denti in cancrena prendono possesso della scena. Alza il culo dal lavandino. In piedi ha una struttura disarmonica. La parte sinistra del corpo sembra scagliarsi verso il pavimento. Cessa di ridere come un coglione. Dice che se non ho i soldi non è un problema, dice ma solo per questa volta, dice che dovrò fargli un pompino, dice che questo è il prezzo da pagare. Entriamo nel bagno riservato agli uomini. Serra la porta. Si avvicina senza dire una parola, mi posa le mani sulle spalle e mi fa inginocchiare davanti a lui. Con un gesto veloce e sicure esce il pene dai pantaloni. Il mio volto si trova a pochi centimetri. È eretto, sodo, lungo. Traspira un odore acido e caldo. La punta è arrossata. Me lo appoggia sulle labbra, inizio a leccarlo in punta, poi scendo ingoiandolo quasi completamente. Salgo e scendo con le labbra incollate succhiando, lo sento gemere mentre mi preme la testa. Pochi istanti, poi mi sento investito da un fiotto di sperma caldissimo, che lascio colare dagli angoli dalla bocca. Conati di vomito mi straziano il corpo. Esausto mi accosto in un angolo merdoso nell’attesa della mia ricompensa. Lo Zoppo ha il volto rilassato. Si prepara a donarmi piacere con il pene ancora che gli penzola dalle mutande. Tira fuori gli attrezzi del lavoro che ha ben nascosti nella calza sinistra. Agisce con calma, la sua è un’operazione chirurgica. Mi fa un laccio emostatico molto efficace. Mi strofina con dell’alcol. Mi infila l’ago della siringa nel braccio e tira una goccia di sangue, poi mi dice di allentare il laccio, l’effetto della roba è immediato, un solido tepore mi schiaccia le vertebre. Vedo lo Zoppo ricomporsi, aprire la porta del bagno, chiuderla alle mie spalle.
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