neuropa sta arrivando

Sarà presentato giovedì 30 giugno presso la Libreria Apuliae di Lecce Neuropa, il romanzo di esordio di Gianluca Gigliozzi edito dalla Luca Pensa Editore. Saranno presenti assieme all'autore Stefano Donno, direttore editoriale della casa editrice salentina, Luciano Pagano redattore della rivista online Musicaos e Rossano Astremo, curatore del periodico di scrittura e critica letteraria Vertigine.
Inoltre, sabato 2 luglio lo scrittore Gianluca Gigliozzi sarà a Polignano a Mare per parlare del suo poema epicomico in prosa. Per sapere tutto sull'autore, sul libro, sugli appuntamenti e sulle recensioni, riflessioni sul testo collegatevi all'indirizzo http://neuropa.splinder.com/.
sic et simpliciter (
Intervista ad Antonio Moresco

Nei tuoi racconti e romanzi ricorre spesso, sia pure in forme di volta in volta differenti, un’immagine di forte impatto simbolico che a mio parere rappresenta una delle porte d’accesso alla tua poetica: mi riferisco alla corsa talmente veloce da far apparire del tutto immobile il corpo o l’oggetto che la sta compiendo. Perché per te è così importante questa immagine? Che cosa significa in realtà, quale esperienza intende suggerire?
Sì, questa immagine (ad es. la corsa del ghepardo) è effettivamente ricorrente e insistente nel mio lavoro, in cui si verifica una compresenza molto forte di movimento e di immobilità: nell’occhio del ciclone le cose ruotano in modo così vorticoso da apparire ferme. In me esiste la necessità di vivere questi due momenti in modo non separato, di risalire al punto che precede la loro divisione. Perciò non mi convince né l’immagine (intesa anche in senso filosofico) del moto assoluto, del puro divenire di ogni cosa, né quella dell’immobilità, dell’essere statico. Sento il bisogno di tenere dentro nel mio lavoro tutt’e due queste forze e possibilità dell’esistere. Lo scrittore che si gioca l’idea della vita come puro divenire con le relative conseguenze (trame tutte fondate sul movimento e sulla varietà o sull’illusione del movimento e della varietà ininterrotta delle cose, ecc.) costruisce una narrazione che appare molto aderente alle cose ma che in realtà si limita a scorrere, a galleggiare sulle cose. Tutti i movimenti basati sull’orizzontalità e sulla reticolarità sono falsi movimenti perché non concependo l’immobilità non è possibile concepire neppure il moto. Invece nel Novecento ha trionfato quel culto consolatorio delle superfici attraversate in termini di puro movimento a cui mi ribello continuamente, perché le superfici sono tali solo rispetto a qualcos’altro che non affiora. D’altra parte, non mi accontenta neppure l’immobilità che non conosce dramma, movimento e conflitto al suo interno, propria della letteratura (ma anche della filosofia e della religione) che pretende di possedere una verità a priori tale da permetterle saggezza e tranquillità, da metterla al riparo dall’urto e dalla violenza delle cose. Noi siamo dentro qualcosa d’altro, ci muoviamo dentro qualcosa di immobile e siamo immobili dentro qualcosa che si muove vertiginosamente: gli autentici movimenti narrativi, come quelli della vita, del pianeta Terra, avvengono per grandi orbite. Si tratta di movimenti interni e profondi di combustione nei quali sono compresenti proprio quei piani, l’essere e il divenire, che la mente o la filosofia di solito separano.
Tu parli dell’autore come di colui che è capace di affrontare la forma e la morte: ma in quale modo si può superare il rischio che anche questa concezione rappresenti una delle più ostinate “illusioni della modernità”? In altre parole: in che cosa il tuo concetto di autore si distacca, per esempio, dal romanticismo del “titano-creatore”?
Per la modernità, sia quella critica sia quella gregaria, sembra che qualsiasi cosa lo scrittore faccia, sbagli, e questo sta a significare che esiste un problema di fondo. Avviene come nella favola del contadino che va al mercato con il figlio e con l’asino. Se il contadino sale in groppa all’asino e lascia il figlio a piedi la gente mormora perché ha costretto il figlio a camminare. Se sale in groppa il figlio e resta a piedi lui la gente mormora perché il figlio giovane ha lasciato a piedi il padre. Se nessuno dei due sale sull’asino la gente mormora lo stesso perché l’asino non viene usato. Allo stesso modo, se accetti il rischio della forma e della morte vieni subito tacciato di presunzione, di romanticismo, mentre se non ti poni come sostanza che vive e soffre dentro la materia finisci per dare ragione ai cultori delle superfici. Io non mi sento erede del romanticismo, non concepisco lo scrittore come titano isolato. Anzi per lo scrittore è necessario abbassare il livello di guardia dell’io per permettere un “allagamento”, come nei vasi comunicanti. Il mio romanzo Gli esordi ha lasciato perplessi alcuni proprio per l’interazione tra io e mondo che crea un movimento lento e lungo, ma capace di portare enormi masse d’acqua. Mentre generalmente si è abituati a un ritmo narrativo più veloce e spumeggiante, ma anche più superficiale perché più sorvegliato dall’io dell’autore. Anche l’io dei Canti del caos e de L’invasione non ha nulla di demiurgico, consolatorio, napoleonico, ma è anzi il regno della violenza reciproca e del rischio narrativo continuo: il mio concetto di autore non ha nulla a che spartire con il viaggiatore di Friedrich che, immobile sulla cima di una montagna, guarda il mare di nebbia sottostante. Così vengo spesso attaccato sia da chi cerca nei romanzi la figura stentorea e demiurgica dell’io (anche nelle sue forme depotenziate e semplificate tipicamente postmoderne) sia da chi vorrebbe la cancellazione di un soggetto che non sia puro by-pass ma opponga resistenza, del soggetto da cui esce il filo geroglifico della scrittura con la sua sofferenza corporea e mentale. Anche in questo caso, nella mia scrittura convivono in modo tragico e non pacificato i due aspetti contrastanti dell’essere e del divenire di cui ho parlato prima: perciò per me è così importante l’immagine dell’esordio, della nascita, in cui questi due aspetti sono compresenti. Oggi, invece, nel campo della letteratura e della critica sono molti quelli che pretendono che si scelga l’uno o l’altro aspetto: mi chiedo quale idea abbiano della vita costoro! Quanto al problema della forma… beh, per me, come ho scritto una volta, «chi ci chiede di essere senza una forma, ci chiede di non esistere». Non avere forma, essere puro movimento, significa confermare la cultura dominante nella sua concezione della vita, dello spazio, del tempo.
Hai scritto: «all'arte dovrebbe essere lasciato non dico largo spazio, che non andrebbe neanche bene, ma perlomeno una fessura…». Ma che cosa può scaturire, secondo te, da questa fessura? Quali sono le potenzialità e i limiti dell’arte oggi?
Con quella affermazione intendevo oppormi agli specialisti che impongono statuti certi alla cosiddetta “arte”. Le posizioni normative e istituzionali non mi interessano, così come non mi interessa definire il “ruolo” dello scrittore, dell’artista, dell’intellettuale. In questo senso, la fessura mi va bene e mi basta: nella mia vita non ho conosciuto altro, per me il tramite è sempre stato una fessura, e se ho pubblicato tardissimo è perché prima non ne trovavo (ancora oggi i continui cambi di editore dipendono proprio dal fatto che alcune fessure si chiudono, mentre se ne aprono altre). Non pretendo che la società conceda maggiore spazio a qualcosa che ai suoi occhi appare inaccettabile, continuo a pensare che la posizione migliore per uno scrittore sia quella di avere le spalle al muro. Non mi interessa possedere uno status o partecipare alle tavolate delle persone conosciute che svolgono un inoffensivo ruolo sociale. Perciò credo che tutto questo ipertrofico discutere del rapporto tra lo scrittore e il pubblico nasconda ipocrisie molto grandi. Dentro il pubblico si muovono forze concrete che lo plasmano, che lo modificano anche in modo oscuro e sfuggente. Quando allo scrittore si chiede di scrivere per il pubblico, e di accettare così una logica puramente gregaria, gli si vuole in realtà imporre di scrivere per una certa idea costruita di pubblico. Ma a me interessa penetrare proprio quella zona oscura, quella fessura, oltre la corazza che si sono costruite intorno le persone. Per quale pubblico scriveva Emily Dickinson? Eppure è riuscita a entrare nella fessura che c’è nelle persone e nelle vite, attraversando lo spazio e il tempo. Se per essere sociali si intende l’accettazione delle forme in cui si sono cristallizzate le strutture culturali di un’epoca, allora io rivendico la mia asocialità… voglio deporre l’uovo della mia fessura e della mia ferita nelle fessure e nelle ferite del mondo – non in uno spazio accettato e codificato in cui lo scrittore o il poeta svolge la sua azione “protetta” dalla società. Del resto, anche in passato ci sono stati autori che hanno dovuto operare in uno stato di profonda separatezza, di isolamento, e non perché fossero misantropi ma proprio perché erano più vicini di altri a un’idea forte, umana, radicale della vita.
Schematizzando molto, direi che la cultura europea del Novecento ha sofferto di una sorta di patologia maniacale bipolare: tanto è stata (a volte ferocemente) vitalista, interventista, avanguardista nella prima metà del secolo, quanto, nella seconda parte, ha accanitamente cercato di rimuovere il senso del tragico e del conflitto. Come si colloca il destino della “parola” in questo quadro?
È vero che, almeno a grandi linee e per quanto riguarda le codificazioni dei maggiori movimenti culturali, il Novecento ha avuto queste caratteristiche, in Italia come all’estero. Anche se in tutte e due le parti del secolo, naturalmente, ci sono state esperienze che si sono mosse in senso diverso, per conto loro. In particolare il secondo Novecento pare aver premiato l’aspetto dello scrittore combinatorio, sostanzialmente paralizzato, chiuso nel suo piccolo spazio a compiere operazioni funebri su quello che era stato fatto, pensato, vissuto nei decenni e nei secoli precedenti e posto così in una condizione spettrale di espiazione, di elaborazione del lutto per quello che era successo prima. Essendo contrario a questa visione della letteratura, mi viene spesso rivolta l’accusa abnorme di essere “vitalista”: ma non essere contro la vitalità non significa “vitalismo”, che è una posizione che ideologizza e massimalizza una certa attitudine del corpo e della mente umana di porsi nei confronti delle cose. Adesso che questa spaventosa visione epigonale e terminale della letteratura sta lentamente tramontando, la grande industria del libro cerca di introdurre la figura dell’autore in una maniera semplificata e pubblicitaria, costruendo l’immagine fittizia e spettacolarizzata dell’autore-vedette. Entrambi questi movimenti non portano in nessun luogo che possa interessarmi. La possibilità che si apre in questo momento storico non la conosciamo – io almeno non la conosco. Davanti non vedo un avvenire radioso, ma neppure la morte e la fine, vedo soltanto la continuazione di un dramma che non si spegne finché esistono le vite e le forme. La montagna che abbiamo di fronte è una parete di ghiaccio sulla quale, però, è possibile accendere dei fuochi. Quanto a me, non ho la più pallida idea di quale sarà il mio destino di scrittore, e non mi pongo neppure il problema: l’idea stessa di vincere o non vincere per me è superficiale, e poi non è detto che si debbano combattere soltanto le battaglie che si è sicuri di poter vincere. Posso dire però che secondo me il modo migliore di porsi per uno scrittore, in questa epoca, consiste nel non accettare i verdetti, le postazioni chiuse. Nel rifiutare sia l’idea che lo scrittore acquisti spazio, respiro, udienza appiattendosi sul versante del “movimento” e dunque non accettando la dimensione della diversità e del conflitto, della rottura e della separatezza. Sia l’idea che lo scrittore sia soltanto un esecutore testamentario, un custode del museo. Credo che entrambe le posizioni, l’una giocata nel senso apparente della vita, l’altra nel senso apparente della morte, siano da respingere. In ogni epoca, apparentemente, vince l’una o l’altra. Ma nel movimento profondo, orbitale, che vivono le cose tutt’e due si rivelano gregarie, contengono un’abdicazione alla sofferenza generativa e alla forma propria degli esseri viventi.
Quali sono gli elementi di rottura e quali invece quelli di continuità tra l’esperienza della militanza politica che hai vissuto negli anni Settanta, e che descrivi negli Esordi, e la tua successiva attività di scrittore?
Dai diciotto-venti anni fino ai trenta mi sono gettato a capofitto nell’attività politica e rivoluzionaria. In seguito, ripartendo da zero, ho cominciato a scrivere. Però tendo a non vedere l’esperienza politica e l’attività di scrittore in termini di continuità. Trovo piuttosto che questi due aspetti della mia vita (come anche l’esperienza precedente, quella del seminario) siano compresi all’interno di qualcosa di più grande, che faccio fatica a definire. È come se questi momenti così diversi della mia vita avessero in comune il mio stordimento, il fatto di aver giocato tutto me stesso in un sogno, giusto o sbagliato che fosse, di aver vissuto e essermi posto di fronte alle cose sempre con lo stesso bisogno di radicalità e di immersione ma senza reti di protezione, senza le strutture che occultano la vera essenza del mondo. Oggi della mia fase politica non riconosco più una serie di zavorre teoriche in cui allora mi pareva di credere ciecamente, ad esempio l’ideologia storicista e finalisticamente progressista. Nello stesso tempo, però, ci sono aspetti che ancora non mi dispiacciono… insomma, non sono assolutamente pentito, non sono tra quelli che piangono e si disperano per quello che hanno fatto e pensato in quegli anni, per non essere stati dei bravi ragazzi, anche se molte cose non coincidono più con quello che penso adesso. Nella vita delle persone avvengono fatti che portano a sviluppare esperienze, magari anche fortemente devianti e destabilizzanti, ma comunque preziose, da non disperdere. L’esperienza politica mi ha portato a vivere situazioni drammatiche, difficili, in luoghi diversi, senza cinture di sicurezza (avevo abbandonato la famiglia e la scuola, vivendo in modo randagio e svolgendo lavori umili). Ma mi ha anche fatto conoscere persone indimenticabili e pressoché inimmaginabili che vivevano in strati molto sotterranei della società e che altrimenti non avrei mai incontrato. Il forte senso della precarietà della vita, il randagismo da una città all’altra, il fatto di avere vissuto in case occupate, tra continui guai con la legge, arresti, denunce, nella paura fisica di scontri violenti, mi hanno dato, o meglio confermato, un’idea della vita (conosciuta da ogni cellula del nostro corpo e dal cosmo con le sue stelle che nascono, bruciano, muoiono, con i buchi neri che risucchiano la materia e l’antimateria che forse costituisce l’80-90% dell’universo…) che è molto più vicina alla sua reale insicurezza e precarietà di quanto non ci inducano a pensare strutture mentali troppo difensive. Questa piccola idea della vita che hanno le persone e attraverso la quale i poteri forti si mantengono tali, dando l’illusione della sicurezza, del muoversi entro schemi prevedibili e rassicuranti, non rispecchia la realtà delle cose. Per cui non rinnego ma anzi difendo a spada tratta il mio essere stato dentro questa spaccatura fluida, nonostante le illusioni da cui oggi sono lontanissimo, il mio aver conosciuto persone che hanno sofferto e che hanno perso ma che non per questo sono meno nobili e meno degne.
a cura di Giampiero Marano
fallimento

E ora che sei lì con il tuo corpo molle deposto sul nudo pavimento, chiuso tra quattro pareti prive di luce che non sia quella artificiale di una lampada che tocca la superficie di uno specchio e in riflesso si posa sui tuoi polsi lacerati, ora che tutto il sangue che percorreva in flusso sordido le tue arterie straripa e continua a straripare dalle sue naturali conduttore per mescolarsi con la putredine delle polveri probabili che inondano il chiuso spazio nel quale sei, ora che l’intarsio di pensieri senza modalità d’uscita non ha più lo stesso sapore d’acredine che tanta ossessione aveva procurato alla pulsione minima delle tue azioni, ora che è con la morte che dovrai affrontare il tuo prossimo colloquio, ora che è con la morte alla quale dovrai spalancare i tuoi occhi sagomati per mostrare il sangue che solca il regolato interno evanescente, ora non mordi più le carni delle tue braccia nel refrain poco jazz del fallimento che sei.
rossano astremo






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