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estremamente

di vertigine (30/07/2005 - 19:20)

ANTONIO VENEZIANI (1952) 
è considerato tra i più rapresentativi autori della scuola "romana" che va da Pier Paolo Pasolini a Dario Bellezza, da Amelia Rosselli a Renzo Paris. Tra le sue opere,
Torbida innocenza (Barbablù), Fototessere del delirio urbano (Il Segna.le), Sudore e asfalto (Stampa Alternativa). Per Castelvecchi ha pubblicato, insieme a Riccardo Reim, il libro I Mignotti. Nel ‘98 ha pubblicato con l’editore Catelvecchi Brown Sugar.

           1

Inserite le albe;
frantumate le congiunzioni;
dilaniati i verbi futuri;
la mia giornata è :
una somma di agonie.

Schiacciato, sulla strada,
trascoloro verso inarrestabili,
declini. Randagio pedino

plausibili silenzi. Il mio fiato finisce
dove inizia la tua ombra.

(7 gennaio 1998)

            2

L’ultima violenza,
grande violazione
al nostro codice privato,
è quel bugiardo
e viscido: "A presto".
E’ solo un frammento
del discorso.

Un risvolto di pietra
piega, appena,
il riflesso della soglia.

D’ora in avanti
non riuscirò più
a pormi sulle ginocchia
della meraviglia
tu conosci il motivo.

(17 gennaio 1998)

               3

Sulle curve del mondo
transitano radenti compiutezze.
Scrivo questo diario
perché s’attenui l’indulgenza.
Le parole sono odori specifici
da conservare e da nascondere,
nelle tasche dell’anima.
Oltre il muro di cartapesta
c’è sempre un angelo,
scostante e riottoso,
ma non arrossisce più
fino alle labbra.

(3 febbraio 1998)

        4

Se eliminassi
anche il sudore,
dalle mie giornate
senza compagnia,
ma prive di malumore,
avrei aperto un varco
all’ultimo approdo.
Ma tu torni ad incurvare
l’ombra del sangue.

(23 febbraio 1998)

         5

Regina ubriaca
di questa solitudine,
senza appello,
smentisco qualsiasi ironia.
Quando morirò
queste piccole carte
conservale,
tanto,
non potrebbero alimentare alcun fuoco.

(25 febbraio 1998)

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un'altra senza abituarsi

di vertigine (29/07/2005 - 19:33)

29/07/2005 19:28

(viste le approvovazioni posto un altro testo di livo grasso, aspettando che mi alleghi un pacchetto più sostanzioso di versi)

livio grasso

SOLO

Squaderno nel deserto

i miei pensieri disossati

cadenti, ad ogni passo

come le rose morte

che rigurgito

nel mio reliquiario.

Il ricordo del mio futuro

è una via piena

di platani stanchi

braccia che non tengono

l’oro pesante dei giorni.

Voglie nere e

mascara

sui gigli del campo.

Mi tremano come foglie

i polpastrelli

e tu

non puoi curarmi.

Ho reciso le ciocche lunghe

dei miei arcobaleni,

le mani affamate

pesano ai polsi

ma tu sei solo

una ruga e lontananze.

E non ha importanza più

dare un nome alle cose

per possederle.

Insieme.

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l'esordio di un poeta

di vertigine (28/07/2005 - 11:36)

(livio grasso è uno dei più grandi talentuosi musicisti italiani. ventisei anni, della provincia  di taranto suona chitarra classica da un tempo imprecisato. mi ha inviato alcuni testi poetici che mi hanno colpito. ve ne propongo uno, sicuro che sentiremo ancora la sua voce. r.a.)

livio grasso

VISTOSA

 

 

Correvo nell’imbuto del respiro pieno

smuovendo polveri di parole e tosse

quando la musica si riversò radiosa nel boato

rosso dei papaveri distesi

improvviso come la galassia di perle

che trabocca l’incanto notturno

oltre l’orlo dei tuoi occhi

d’acqua.

 

        Mi ubriaca l’argento opalescente

        delle bellezze effimere

        vibranti e violente come volti sconvolti

        nell’uragano.

 

Così la tua assenza si incastonò

irridente

nel vieto volo d’Icaro

nelle mie ali tronfie e trafitte

dalle lune diafane dei seni

infisse nella memoria sorda.

Lancia d’alabastro

tu sei vistosa, assioma

vestito della porpora distratta

di Salomone.

Ma rivedrò più belle la mie ali sfavillare

di papaveri pensosi e bianchi, lucenti

gigli di campo.

 

 

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carlotto

di vertigine (27/07/2005 - 12:25)

Intervista all'autore di Niente, più niente al mondo, il 5 agosto ad Ostuni

Carlotto, tra drammi familiari e degenerazioni televisive

di Rossano Astremo

 

"Un'emozione chiamata libro", rassegna interamente dedicata alla letteratura, organizzata ad Ostuni dalla giornalista Anna Maria Mori, ospita il 5 agosto Massimo Carlotto, uno dei principali scrittori italiani di romanzi noir , autore del recente Niente, più niente al mondo, edito dalla casa editrice e/o. Il nome di Carlotto è legato non solo alla sua esperienza di scrittore, ma anche ad uno dei più controversi casi legali della storia italiana. Il 20 ottobre 1976 Carlotto, a quel tempo membro di un movimento della sinistra extraparlamentare, trovò il corpo di Margherita Magella, brutalmente accoltellata. Invece di andare direttamente alla polizia, tentò di salvarla, macchiandosi gli abiti di sangue. La giustizia italiana non credette alla sua versione dei fatti, fu incarcerato e processato. Poco prima della fine del processo di appello, il suo avvocato gli consigliò di fuggire. Iniziò così una lunga latitanza, che lo portò prima a Parigi e poi in Messico. La rete di solidarietà fu bruscamente rotta da un avvocato messicano che lo tradì. Carlotto fu arrestato e torturato in Messico prima di essere rimpatriato, malgrado il fatto che il mandato di cattura internazionale non fosse mai stato emesso. Dopo ulteriori processi, errori, cambiamenti nella legislazione italiana, fu condannato. Nell'aprile 1993 il Presidente della Repubblica gli concesse la Grazia. Finalmente libero, Carlotto iniziò a scrivere. Il suo primo libro, Il fuggiasco, è un'autobiografia, storia lucida e dura della latitanza e della fine della sua vicenda giudiziaria. Iniziò poi la serie dell'Alligatore, un ex cantante di blues, ex galeotto, ora una sorta di investigatore privato che, come il suo autore, ha sete di verità e giustizia. Questi romanzi hanno avuto un buon successo in Italia e sono stati recentemente tradotti in francese ed in tedesco. Abbiamo intervistato Massimo Carlotto, a pochi giorni della sua presenza ad Ostuni.

Carlotto, nel suo ultimo libro, Niente, più niente al mondo, lei abbandona il genere noir che l'ha reso tanto famoso, per affrontare la storia di una famiglia italiana toccata da drammatici eventi...

"Sì, Niente, più niente al mondo trae ispirazione da una storia realmente accaduta a Torino. È la voce di una madre a parlare. Una donna disperata cotretta dopo il licenziamento del marito dalla fabbrica a mutarsi in colf. La figlia, poi, diviene la possibilità di riscatto. Il riscatto significa che la figlia deve avere successo, deve portare fama e proprietà. A dominare lo spazio del monologo è la TV, l'assoluta divinità che tutto decreta e tutto riesce ad ordinare".

Dalle sue pagine, infatti, emerge un chiaro atto di accusa nei confronti della televisone italiana di oggi. A suo parere non ci sono attualmente le condizioni per un cambio di rotta della nostra TV?

"Guardi, a mio parere, la televisone di oggi non è affatto educativa. La logica del buttarsi a capofitto nel mondo dello spettacolo per ottenere successo facile, senza possedere alcun tipo di qualità, mi sembra possa considerarsi una situazione non certamente positiva. D'altro canto l'esistenza di programmi quali i reality e tutte le degenerazioni che ad esso sono connesse è dovuta alla necessità di proporre facilmente un sacco di prodotti tramite la pubblicità.

Nessuna possibilità per un ritorno della TV di qualità?

Credo molto in una TV di qualità che non sia noiosa. Necessario sarebbe imporre agli sponsor prodotti diversi. Perché, mi sembra scontato, che è impossibile togliere pubblicità alla televisione.

Al di là di questa sua parentesi, lei rimane uno scrittore di genere. Oltre ai noir, anche i romanzi gialli, legal thriller e fantastici stanno spopolando in Italia. Ci sono delle ragioni legate a logiche di marketing editoriale o il romanzo di genere è oggi il miglior strumento narrativo che gli scrittori hanno a disposizione?

"Io penso che il successo del noir sia legato alla sua capacità di raccontare la realtà italiana, con tutte le sue piaghe ataviche, i suoi misteri irrisolti, i suoi drammi sconcertanti. I lettori sono profondamente attratti da questi filoni, perché da un lato sono storie accattivanti e piene di suspanse, dall'altro sono strumenti d'indagine che aiutano a comprendere la realtà che viviamo. D'altro canto, non possiamo negare che ci siano anche ragioni legate al marketing editoriale. Il noir vende, pubblichiamo noir. Con la conseguente diminuizione della resa qualitativa dei testi che non fa bene alla letteratura".

La sua prossima fatica letteraria?

"Il mio prossimo libro uscirà il 6 settembre. Il titolo è Nord Est, pubblicato sempre da e/o, e l'ho scritto assieme allosceneggiatore Marco Videtta. Un romanzo sulla crisi economica che ha investito il Nord Est".

 

 

 

 

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edward bunker is dead

di vertigine (25/07/2005 - 11:39)

(notizia letta stamane. è morto edward bunker. per ricordarlo un estratto tratto da educazione di una canaglia_r.a.)

Recluso nel penitenziario di Folsom
di Edward Bunker

L'estate dell'amore a San Francisco: '67, '68 o '69, non ne sono più tanto sicuro, perché all'epoca ero recluso nel Penitenziario di Folsom e avevo perso la nozione del tempo. Anche allora, la California aveva le sue prigioni come la General Motors aveva le sue automobili: in una vasta gamma di modelli, stili e prestazioni. Certi istituti penitenziari disponevano di rampe d'accesso per il vecchio ladro in carrozzella che scontava la pena come recidivo, altri offrivano servizi medici per i malati e gli infermi mentali. C'erano penitenziari duri per i predatori, e altri più morbidi per i deboli che non avrebbero potuto pagare il loro debito altrove. Certi istituti di pena erano molto vecchi, e altri così moderni che il colore della vernice alle pareti era scelto dallo psicologo. Ce n'era soltanto uno che rispondeva ai requisiti della massima sicurezza: Folsom, bollato Represa.
     A trenta chilometri a est di Sacramento, nel ventre della regione della Corsa all'oro, Folsom copre un'area di centottanta ettari anche se il settore circoscritto dalla cinta muraria è più piccolo. Ci sono soltanto tre muri. Il quarto muro è in fondo a un cortile creato spianando una collina, e in realtà è una gola in cui gorgoglia e spumeggia l'American River. Un detenuto imbecille una volta si trasformò in un sottomarino umano, con tanto di tubo respiratorio e tasche zavorrate, ma sopravvalutò la sua spinta di galleggiamento, e finì sul fondo annegando. Le possibilità di raggiungere il fiume sono minime, perché il cortile inferiore è recintato da due barriere di rete metallica sormontate da filo spinato, ed è dominato da torrette di osservazione munite di mitragliatrice. Un prigioniero sottoposto a misure di massima sicurezza non è autorizzato ad avvicinarsi al cortile inferiore. Se si spinge fin lì, l'aspettano un'altra torretta di osservazione e un'altra recinzione di rete metallica sormontata da filo spinato.
     La campagna circostante fu completamente spogliata all'epoca della frenetica Corsa all'oro, un disastro ecologico ante litteram dal quale non si è mai completamente ripresa. L'unica vista che si gode dal penitenziario è il territorio che si apre di là dal fiume: colline basse cosparse di arbusti bruciati dal sole che offrono la loro piccola eruzione di verde per due settimane in primavera, prima di riprendere il loro aspetto abituale, un paesaggio triste e spoglio. Nel 1864, quando il posto fu proposto per la costruzione di una prigione, un medico provò a esprimere qualche riserva: il sito non era molto salubre. Quel parere convinse gli organi legislativi a deliberare la costruzione dell'istituto di pena. Nel 1880, un numero sufficiente di edifici era stato ormai ultimato, e il penitenziario era pronto a ricevere i primi ospiti. I detenuti furono messi a lavorare, e spettò a loro tagliare il granito che ancora oggi caratterizza l'architettura incoerente del penitenziario, talmente strana che si vedono enormi blocchi di granito fondersi senza giunture con la colata di cemento nello stesso muro. Strana simbiosi.
     La storia di Folsom è brutale e imbrattata di sangue. Camicie di forza, pane e acqua e sospensione per i pollici erano punizioni normali, che si sono protratte fin nel ventesimo secolo inoltrato. Le impiccagioni erano frequenti. Novantuno uomini furono giustiziati sulla forca di Folsom prima che la California passasse alla camera a gas, usata per la prima volta a San Quentin.
     Folsom ha conosciuto evasioni finite nel sangue: la più importante, avvenuta nel 1903, fu capeggiata da "Red Shirt" Gordon, la Camicia Rossa, così chiamato perché quel colore rendeva gli irriducibili facilmente individuabili dalle guardie appostate sulle torrette di osservazione. Alla testa di una dozzina di prigionieri, irruppe nell'Ufficio del Capitano, accoltellando a morte una guardia che tentava di fermarli. Il gruppo di Gordon prese parecchie persone in ostaggio, tra le quali il direttore e suo nipote, il capitano e due secondini. Uscendo dal penitenziario, si fermarono nell'armeria e prelevarono un arsenale intero. Raggiunta l'aperta campagna, alcuni evasi si staccarono dal resto della banda e si fecero catturare. Una squadra di volontari, che si era formata tempestivamente e contava nelle sue file anche alcuni membri della milizia, riacciuffò il grosso dei fuggitivi, che si rifiutarono di arrendersi. Due soldati della guardia nazionale restarono uccisi, e molti cittadini furono feriti. I fuggitivi lasciarono un morto per terra. Gli altri riuscirono a scappare. Sei di loro non vennero mai catturati. Di quelli che furono ripresi, due furono impiccati, e gli altri rilasciati, dopo aver scontato la pena, per poi diventare cittadini esemplari.
     Il giorno più sanguinoso nella storia di Folsom fu il Giorno del Ringraziamento del 1927. Armati di un revolver e di coltelli, sei detenuti progettarono di impadronirsi di un settore interno contiguo all'edificio dell' amministrazione e di sequestrare il direttore. Fecero irruzione nella prima zona, ma non riuscirono a trovare una chiave che era d'importanza cruciale per il buon esito del loro piano. Frustrati, tornarono sui loro passi e cercarono di passare per un altro cancello, che non dava all'esterno del penitenziario, ma si apriva su un settore meno sorvegliato. Un agente di custodia li vide sopraggiungere e in fretta e furia chiuse il cancello. Si beccò una pallottola nella gamba. Un secondo proiettile lo mancò, ma uccise un detenuto addetto al cancello. Gli evasi, ormai pazzi furiosi, erano intrappolati nella prigione interna. Si precipitarono nella sala di ricreazione, dove un migliaio di detenuti stava guardando un film, l'ultimo offerto in visione prima di Mr Smith va a Washington, una dozzina di anni più tardi. Massacrarono una guardia che stava sulla porta, presero nuovi ostaggi e cercarono di confondersi tra la massa dei presenti. I soldati della milizia, armati di mitraglie, giunsero da Sacramento. Seguì un assedio durato trentasei ore. Dieci prigionieri restarono uccisi e una mezza dozzina feriti prima che i desperados si arrendessero. Furono processati in tempi brevi e impiccati.
     La loro esecuzione non funzionò da deterrente. Dieci anni dopo, un altro gruppo tentò di usare il direttore come biglietto di viaggio verso la libertà. Era una domenica, e il direttore Larkin conduceva gli interrogatori nell'Ufficio del Capitano. Una lunga fila di detenuti attendeva all'esterno, dietro una barriera di filo di ferro, sotto quella che oggi è la Torretta di Guardia N° 16. Sette degli uomini in attesa erano armati di coltelli, e non avevano in mente soltanto un colloquio con il direttore. Uno di loro era già evaso dal penitenziario del Kansas. Un altro scontava una pena per aver introdotto a San Quentin un certo numero di pistole, che erano state usate per sequestrare la commissione della condizionale al completo.
     Non appena il cancello si aprì per lasciar uscire altri prigionieri, i sette lo varcarono usando la forza. La loro audacia impedì alle guardie sulle torrette di osservazione di vedere ciò che accadeva sotto i loro occhi. I detenuti fecero presto a ridurre all'impotenza il direttore Larkin e il capitano Ryan detto il Porco, nomignolo inevitabile, tanto se l'era meritato. Un paio di detenuti volevano accoltellare Ryan, ma il capo li dissuase. Un nodo scorsoio di filo di ferro fu passato intorno al collo del direttore. Due guardie, armate delle loro "mazze" con la punta di piombo, si lanciarono nel tentativo di liberare i due uomini. Furono accoltellate e respinte. Una morì.
     A ranghi serrati, tenendo il direttore e il capitano al centro del gruppo, i prigionieri uscirono. Il direttore ordinò alla guardia sulla torretta di osservazione più vicina di lanciargli un fucile. Le guardie si tenevano a distanza, incapaci di muoversi. Una guardia appostata su un'altra torretta giocò il tutto per tutto e premette il grilletto. Fece fuori due detenuti con due colpi. Le guardie sulle altre torrette presero a sparare, mentre i restanti prigionieri, presi dal panico, incominciarono a pugnalare gli ostaggi da ogni parte, finché altre guardie si precipitarono e li sopraffecero a colpi di mazza. Il direttore Larkin morì in seguito alle ferite. I detenuti sopravvissuti ai colpi di fucile fecero la serata d'apertura della camera a gas. Bill Ryan sopravvisse, ed era ancora il vicedirettore di Folsom al momento del mio ingresso nel penitenziario.
     Questo olocausto indusse gli organi legislativi a votare una legge che impediva ai detenuti di tentare la fuga contando sul sequestro di persone prese in ostaggio. La legge impediva agli agenti di custodia di obbedire agli ordini di chicchessia, a cominciare dal direttore. Nel 1961, una compagnia corale giunse a Folsom per offrire una rappresentazione nella cappella del penitenziario. Tra i coristi c'erano parecchie giovani donne. Furono prese in ostaggio da tre detenuti, che io conoscevo molto bene. Un detenuto si era intromesso ed era stato accoltellato a morte (fu insignito di un perdono postumo). Ma i cancelli di Folsom rimasero chiusi, e a nessuno venne in mente di aprirli. Tutti i detenuti conoscono la legge e sanno che sarà applicata. È una delle prime cose che viene loro insegnata quando mettono piede nel penitenziario.



Fonte: tratto dal libro di Edward Bunker "Educazione di una canaglia" (Education of a Felon) pubblicato in italiano da Einaudi (2002).


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appuntamento

di vertigine (22/07/2005 - 11:08)

Belli freschi!!!

sabato 30 luglio 2005
dalle ore 20.30 fino all'ora tarda
presso la LIBRERIA IN PIAZZA DEL POPOLO a OTRANTO


leggeranno:

Luciano Pagano, Stefano Donno, Rossano Astremo,
Elisabetta Liguori,
Vito Antonio Conte, Pietro Berra,Tiziano Serra,
Giovanni Santese, Gioia Perrone,

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racconto

di vertigine (21/07/2005 - 19:33)

matteo gennari

la strana preghiera

1.

A Bahia, sul lungomare di Bahia, passeggiava Marcia mia, in compagnia di suo marito. Erano lì per il loro viaggio di nozze. Lei aveva appositamente detto al marito “Andiamo a Bahia che ci è andato anche Matteo.  Matteo sì, il mio amante italiano, non te lo ricordi? Te ne ho già parlato. A lui Bahia, il lungomare di Bahia piaceva tanto e lui aveva un animo così sensibile e così poetico, possiamo fidarci delle sue sensazioni ”.

Ed in effetti io amai profondamente il lungomare di Bahia. Perché era lungo, lunghissimo. Sterminato, non terminava mai. Perché era selvaggio. Perché su quel lungomare avevo pianto le lacrime più amare per Marcia mia e non lo sapeva nessuno. Non partecipai a quel viaggio di nozze, ma lo immaginai troppe volte e mi fece male tutte le volte, tutte le volte, una per una. Potevo immaginare un discorso, un concetto espresso dall’uno o dall’altro e sentivo dolore. Quante lacrime piansi, solo perché immaginavo. Poi finii di immaginare, rimasi con la certezza che il peggio che potevo immaginare non raggiungeva il peggio che poteva succedere e il peggio che poteva succedere non era che Marcia mia e il maritino scopassero, copulassero, facessero all’amore. Il peggio era che lei gli dicesse sei tu il mio uomo, mentre ero convinto di essere io il suo uomo e di averglielo dimostrato a sufficienza ma la sufficienza in amore non esiste, non esistono voti, esiste solo l’incoerenza che se la sfrutti ti salva, se ci combatti contro ti uccide.

Quel lungomare però mi piacque veramente. E ora lo ricordo come una delle meraviglie che ho veduto nella mia breve esistenza. Le increspature dell’acqua. Le rocce appena affioranti. Il sale che ti accappona la pelle e la vorrebbe solo accarezzare, ma in Brasile non esistono mezze misure.

Su quel lungomare tornerò un giorno, lo giuro, e se non sarò in grado di reggere l’infedeltà, e da buon italiano mai sarò in grado, potrei essere capace di sopravvalutare la bellezza e di farmi incantare dal paesaggio come un giorno mi feci incantare dai seni rinsecchiti e dal culo gonfio di Marcia mia. L’essere che ora più rimpiango di non avere qui al mio fianco a condividere la precarietà economica e sociale eccetera eccetera, che sto vivendo. Detto questo ci sarebbe da raccontare una storia. Non so se sono in grado ma posso provare. L’importante è abbandonare tutto e abbandonarsi al turbinio del vento e delle onde che sul lungomare mi attanagliavano piacevolmente e che, da dove sto scrivendo, ad anni luce di distanza, piacevolmente mi lusingano il ricordo. Anche se ora sono lontano. E una persona seria al posto mio si preoccuperebbe di sistemare la propria vita. Io invece mi accontento del caos. Perché nel caos in fondo, stretto fra i denti dico tutto questo, ma le cose in un modo o nell’altro vanno dette, nel caos in fondo mi trovo bene.

 

2.

A Bahia può succedere di tutto. Può succedere che incontri la prostituta più bella della tua vita e dopo poco la vorresti sposare. Può succedere che incontri una semplice prostituta a cui non sai dire di no e tiri fuori i cinquanta reais più quindici di motel, e vai a farci l’amore. Può succedere che vedi qualcuno che fa la capoeira e ti sembra una cosa straordinaria perché in Europa non hai mai sentito parlare di capoeira e allora ti iscrivi alla scuola bahiana e poi torni a Milano, in Italia, e sei uno che la capoeira un po’ l’ha imparata e non smetterà più di ballarla, danzarla, praticarla. Oppure può succedere che ti derubano di tutto perché sei transitato dietro il Forte, e tutti ti avevano detto che lì era pericoloso ma tu ci sei transitato lo stesso e in quel caso quasi te lo sei meritato, ma la coltellata in faccia l’avresti evitata veramente, sì, l’avresti evitata. A me successe solo di immaginare cose che era meglio non immaginare. Che rimanga in mente, impresso, questo: che il lungomare di Bahia è sterminato. E mille racconti volgono al termine o stanno principiando su quel lungomare. E nessuno può immaginare quanti siano. Forse solo Dio se esistesse potrebbe. E attraversando quel lungomare, con infinita pazienza e forza nelle gambe, ti viene quasi in mente che Dio potrebbe esistere e che la vita, anche se sei cornuto, anche se ti senti un po’ un fallito, e che la vita in fondo è bella come il mare che si frange sugli scogli e i pescatori escono con la fiocina e fuoriescono dalle onde con il pesce pronto per essere tagliato e dato in pasto ai turisti che mangiano tutto e non capiscono un cazzo. E su quel lungomare, tra le infinite possibilità, ce ne deve essere una più concreta.

 

3.

Ballavamo come pazzi. Io, Fabio, mio compagno di viaggio, Tainara, sua innamorata, Mirco, puttaniere foggiano, Simone, altro puttaniere foggiano. Travolti dal Pagogi che a me non faceva impazzire. Forse è questo l’evento più concreto ma credo di no.

 

4.

Cambiamo scenario. In fondo in quei luoghi è da un po’ che non ci sono e nonostante la mia memoria ritorni tutto il giorno tutti i giorni, anche se non proprio tutto il giorno, diciamo tre quattro ore al giorno, nonostante la mia memoria ritorni proviamo a inventare qui, nella piovosa Milano, nella città nebbiosa e triste, come scriveva Verga.

Milano centro, allora. Cinque del pomeriggio di un 12, 13 ottobre. Così buio che pare praticamente notte. Un arabo di non si può determinare quale paese corre sulla piazza del Duomo urlando parole tipo- Attenti che sta crollando, attenti che sta crollando! -. In pochi lo capiscono, quelli che lo capiscono si voltano verso il Duomo senza pensare all’impossibilità del crollo del Duomo. Ed in effetti non è il Duomo che sta crollando, ma un’impalcatura posta sul lato opposto della piazza, un’impalcatura che ricopriva un’insegna pubblicitaria e che probabilmente serviva per un restauro, l’impalcatura cade. Tonfo sordo. Un turista spagnolo che stava difendendosi dall’acqua e dal buio viene colpito in pieno volto e muore stramazzando al suolo. Uno spettacolo orribile quello del suo cranio in mille pezzi. Sul selciato. E la pioggia lava in fretta via il sangue, i passanti che più che altro sono impiegati degli uffici circostanti, i passanti si avvicinano curiosi. Come avrebbero fatto i passanti di tutto il mondo. Crocicchio attorno al corpo. Si tratta di uno spagnolo, ma potrebbe essere anche un italiano. Sui cinquanta. Sportivamente vestito, una spilla del Real Madrid sulla giacca jeans, una macchina fotografica distrutta come il cranio suo ormai in terra. Nessuno degli astanti ha il coraggio di pensare che in fondo la vita è bella lo stesso. C’è troppo buio troppa pioggia per pensare che sono cose che capitano. Che è normale che qualcuno muoia e che qualcuno viva e che la sfortuna o il destino abbiano colpito questo povero turista, ma che un giorno la stessa sfortuna lo stesso destino potranno colpire ognuno di noi. Nessuno può nemmeno immaginare pensieri di questi tipo. Tutti pensiamo alla disgrazia che ha colpito il poveretto che è stato ucciso dal caso. Tutti pensiamo anche che se i familiari del poveretto citeranno in tribunale il Comune di Milano ecco che sì, riceveranno un sacco di soldi.

Intanto piove e fa freddo. Arriva l’ambulanza, arrivano i vigili, arriva anche una macchina della polizia. Io mi allontano, con me la mia sigaretta, il pacchetto di cartine, la bottiglietta di whisky che mi porto sempre dietro per combattere la solitudine e il freddo. Per un attimo per più attimi penso al poveretto e non penso al lungomare di Bahia, alla bella Marcia che si è sposata, all’energia dei brasiliani delle brasiliane, non penso alla samba, al fatto che vorrei provare a viverci dieci anni in quei luoghi prima di esprimere un giudizio, al fatto che lì mi sentivo meno solo, per un attimo dimentico tutto questo. E penso al poveraccio con la spilla del Real Madrid sulla giacca jeans, che è stato travolto da un’impalcatura. E la sua vita è terminata con la frattura del cranio, sul selciato del Duomo di Milano. E chissà chi era e chissà dove andava. E come tutti penso anche che i suoi parenti riceveranno molto denaro dal Comune di Milano che a sua volta farà saltare qualche testa della ditta cui ha ceduto l’appalto, e probabilmente l’uomo che ha fissato per ultimo o che aveva l’incarico di fissare l’impalcatura per ultimo sarà il primo a saltare e il primo ad appellarsi al cattivo tempo, alla pioggia e alla nebbia.

 

5.

Ancora a Milano. Cominciano le indagini. Io osservo tutto da lontano, con il mio whisky in mano, tutto osservo. A Milano sono diventato praticamente un barbone. Quello che mi differenzia da un barbone è che ho qualche soldo e che mi vesto bene. Diciamo che ho lo spirito dell’appartato. Me ne sto in un angolo a tirare le mie conclusioni. Arrivata la polizia, arrivati i vigili e l’ambulanza sono cominciate le indagini. Viene incaricato l’ispettore Tuttoilmondo, distretto zona Centro. Si viene a sapere che lo spagnolo di nome Rodrigo Hernandez è un noto uomo d’affari. Di Barcellona. Sposato con due figli, amante del vino rosso e dei videogames. Io lo vengo a sapere grazie a un amica che lavora nel distretto e mi riserva le notizie riservate, anche perché conscia che non le rivelerei a nessuno al mondo, me le tengo per me, per soddisfare la mia curiosità. C’è il sospetto, per un lungo periodo di tempo, c’è il sospetto di omicidio. Un uomo d’affari, a Milano, città che appare pulita e tranquilla ma che invece è molto pericolosa. Ma l’esecutore del misfatto, l’uomo cioè che, è accertato, ha fissato i chiodi che tenevano l’impalcatura al cartellone pubblicitario, quell’uomo è difficilmente sospettabile. Mimmo Calogero, napoletano, sei figli, tre a Milano tre a Napoli, due mogli, una a Milano e una a Napoli. Parla a fatica l’italiano, risulta incensurato, sta cercando di pagarsi un mutuo, può però essere stato pagato da qualcuno, ci può essere un mandante. Senza ulteriori prove Mimmo viene scarcerato. Poi io smetto di interessarmi al caso, dico alla mia amica “Se sai qualcos’altro, fammelo sapere”, la mia amica dice “Ok, Matteo, non ti preoccupare, sarà fatto”. Non la invito fuori a cena ma mi riservo di invitarla fuori un giorno.

 

6.

Intanto il lungomare di Bahia assomiglia sempre meno al lungomare di Milano. Il lungomare di Milano può essere identificato col Naviglio. La zona migliore di Milano se non fosse pei locali dai costi proibitivi. Mai conosciuta neanche per caso una donna sul lungomare di Milano. Conosciute con una facilità impressionante più di trecento donne tra brasiliane e turiste sul lungomare di Bahia.

Mi incontro sul lungomare di Milano con quella mia amica che lavora per il distretto di polizia milanese, zona Centro.

“Ti ho chiamato perché sapevo che ti avrebbe interessato il proseguo di quella storia. Tu hai tanti difetti ma sei un cacciatore di storie, e questo è un pregio”

“Grazie Mariella” replico con un po’ di soddisfazione.

“L’ispettore Tuttoilmondo” mi dice accavallando le gambe e facendomi pensare che in fondo anche le italiane non sono poi tanto male, soprattutto se all’aria da verginelle sostituiscono quella da gatte lascive, “ha scoperto che Mimmo Calogero, circa sedici anni fa, dimorava in Spagna. E questo ha cambiato il corso delle indagini, perché il Calogero non solo dimorava in Spagna, ma lavorava anche per un rivenditore di vini. E indovina chi è il rivenditore di vini?”

“L’Hernandez?”

“No. Suo padre. Il padre dell’Hernandez. Non si è trovato un movente, però la cosa sembra molto strana. Due le possibili conseguenze: o si tratta di una terribile e incredibile fatalità, per cui il Calogero senza nulla sapere finisce il turno di lavoro fissando male le ultime viti che avrebbero potuto salvare la vita all’Hernandez. O il Calogero, sapendo che l’Hernandez di lì sarebbe passato, appositamente compie male il suo dovere, si apposta dietro l’impalcatura e la fa crollare sull’Hernandez. Che ne dici?”

“Dico che mi è venuta voglia di fare all’amore con te o se preferisci anche semplicemente di scoparti”

“A te Matteo il Brasile ti ha fatto male al cervello”.

E con questa risposta da perfetta italiana e da perfetta milanese, ecco che la mia amica mi ricorda una volta per tutte che sono tornato nel belpaese, ma attenzione, non è detto che questo rifiuto sia categorico. Potrebbe esserlo come non esserlo. Comunque è come se Mariella mi abbia dato il “Bentornato in patria”.

 

 

 

7.                                                                                                                     

Dieci giorni dopo mi aggiro nuovamente, imbottito di whiskey, per le vie del centro. Con in mente la bella brasiliana che non si è sposata con me. Incontro Mariella quasi per caso davanti alla Virgin. Le metto la lingua in bocca. Lei ci sta. L’accompagno a casa sua, quasi io fossi il sobrio e lei l’ubriaca. A casa sua, facciamo assieme una doccia bollente, le bacio intanto ogni singola parte del suo magro corpo, magro come quello di una modella su di una passerella. La porto sul letto, la stendo nel letto, mi stendo nel letto accanto a lei, mi accingo finalmente a penetrarla  e ad avere un rapporto sessuale con lei ma sul più bello Mariella si gira dall’altra parte. Che cosa avrà? Mi chiedo. Non riesco a rispondermi, allora glielo chiedo.

“Non me la sento. Ancora penso al mio ex, che ora vive a Budapest con una zingara. Mi sento ancora legata a lui”: Al che io mi alzo dal letto, torno sotto la doccia, ho finalmente la sensazione di aver smaltito la sbronza, torno in camera, Mariella mi chiede Dove vai?, non le rispondo. Infilo la porta e in un batter d’occhio mi ritrovo in zona Porta Romana, senza macchina, né soldi per il biglietto del tram o della metropolitana. E non ho voglia né forza di chiedere i soldi ai passanti incravattati. Cosa fare quindi?

Ingurgito una forte sorsata di whiskey che mi fa perdere quella sensazione di sobrietà e lucidità che ormai non riesco più a reggere, chiudo gli occhi e per un attimo ancora in una remota zona del mio cervello si fa viva sana e vegeta l’immagine del lungomare dell’immenso lungomare di Bahia, e dei pescatori che con una fiocina a pochi metri dalla riva pescavano un pesce lungo un metro e lo vendevano ai turisti, che tutto mangiavano senza capirci più di tanto. Poi apro gli occhi e sono in zona porta Romana, senza un euro. Mariella forse ancora nel letto, affanculo Mariella. Prendo la metrò senza biglietto, raccattando un biglietto usato per terra, piglio poi il pullman senza biglietto. Arrivo finalmente a casa completamente mollo, perché nel frattempo si è anche messo a piovere.

 

8.

Qualche giorno dopo mi arriva un’offerta di lavoro. Possibile supplenza in un collegio cattolico. Sorelle di Maria l’addolarata o Sorelle addolorate di Maria. Hanno un disperato bisogno di un laureato in lettere e io la laurea ce l’ho. Subito consiglio di classe. Parla Madre Annamaria, la preside. Parla poi la sua vice, che la chiama Madre. “Quest’anno tutti concentrati sullo scambio reciproco. Ci sono alcuni studenti che vengono isolati. Non deve accadere più”. Tutti d’accordo.

Alcune professoresse sono suore, alcune molto carine ma con scritto in faccia “ Se mi vuoi devi sposarmi”. Sarà vero o è soltanto un’impressione mia malata?

“Se Matteo accetta abbiamo risolto il problema del corpo insegnanti”. Mi dicono che devo sostituire Suor Marta che sta male. “Ma per quanto starà male suor Marta? “Un mese, un mese e mezzo al massimo”. Accetto l’incarico. Devo cominciare l’indomani.

La notizia si diffonde tra la parte benestante della mia famiglia. “Matteo ha trovato un mese di supplenza. Ce la può fare. Ce la può fare a mantenere un lavoro, a fare un lavoro normale”. Ma sono solo otto ore settimanali. E per raggiungere la scuola devo fare trenta chilometri al giorno. E non ho i soldi per pagarmi un affitto più vicino. Mi danno spesso la prima e la quinta ora. Ma io accetto, anche se prima delle lezioni si deve recitare il padre nostro. Anche se non credo in Dio, almeno non qui in Italia. Accetto perché devo accettare. E il primo giorno di lezione parlo di Dante Alighieri. E dico che Dante in Dio credeva ma che con la sua opera si è esaurito il medioevo e che nella sua opera Dio è talmente il centro di tutto che poi non la sarà più. Probabilmente dico una stronzata. Il secondo giorno non vado al lavoro perché mi sveglio troppo ubriaco. Il terzo giorno mi licenzio.

La notizia si diffonde nella parte benestante della mia famiglia. E si dice che Matteo non ce la farà mai a mantenere un lavoro qualsiasi. Si dice che non è capace. E che è anche alcolizzato. Io mi sento tranquillo e mi trovo lavoro grazie alla mia amica Mariella in uno squallido call center che mi impegna meno il cervello che è troppo impegnato a immaginare come sarebbe la mia vita sul lungomare di Bahia, tra i pescatori e i chioschi di italiani che hanno avuto le palle di lasciare questo lungomare di Milano che incute tristezze nebbiose. Mariella intanto non me la scopo perché non ci sta, perché non vuole, perché probabilmente non le piaccio. E Marcia mia sul lungomare di Bahia starà flirtando con qualcuno?

 

9.