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un grande

di vertigine (31/08/2005 - 10:56)

Però tornare

di Emilio Villa (1914-2003)

tratto da www.nazioneindiana.com

Però tornare a casa soltanto per pietà,
andare e ritornare per civile sollecitudine,
quasi per sola cortesia, e riudire in strada
la giovinezza, o nella mente, che esclama
«dammi una libertà, dammi anche tu
la pace, dammi la pace che non posso»

e dunque ricordi, a ricordare con l’usato
strepito della polvere sui frasconi, odore di barzuola
sulla pelle del taxì, e ricordare
il palpito vano di strade orbe di bambini perché piove,
e il fiato speciale di ciascuna donna, quando
torna su in gola, e sempre il palpito

degli anni difficili, e l’opera segreta
nei baleni del polso, ed i veleni nella brezza
dei colori in città

e dunque molto ricordare in questo modo
come tu sei solo, il grande confidente, e una semenza,
una parvenza alitante a titolo d’insensata tenerezza
sui girasoli di celluloide o in mezzo a civiche
sollecitudini, tra un pensiero e l’altro,

uno che cammina per la strada solo, e sente
la giovinezza che gli esclama : «dammi la libertà»
e questa sorte chiusa nel gran lume della sorte,
e «per te, per il tuo corpo, ormai non c’è già più sviluppo»

e rispondere : «libertà, spendimi, spreca,
sprecami tutto, libertà, che forse
i nostri defunti di lassù lavorano
guadagnano risparmiano per noi,
i nostri defunti di lassù»

e credo di ricordare
così le nostre navigazioni nel corso della polvere,
e il lenzuolo che sbatte sopra gli altipiani…

Quaggiù presto finisce, e il vivere
comune naviga a galla, così usato,
e che una vita sopra la bilancia
delle due mani pesa appena appena,
quasi niente, come una mancia onesta
e misurata, e a me mi pare

a volte quella polvere sui fari poco accesi
negli scali o nei pubblici posteggi
alla nebbia dei piazzali, quale inane
e fiera libertà!

Tra vivi e morti siamo ancora
in molti, qui, e siamo il docile
pane per tutte le moderne fantasie del millesimo,
almeno quelle tante che mirano alla caligine
blu delle nostre quotidiane navigazioni;
e tale gente

ospite di riguardi e d’irruenze, tale gente,
a furia di pensieri di pane di saliva,
chiudendo e spalancando porte e porte
sull’orlo delle ringhiere popolari;

tale gente chiedeva ai calendari le domeniche
e i rossori, domeniche e scalogne, tale gente
chiedeva alle sue tempie

quell’ozio che consuma piano,
e le sue varie conseguenze; e tale gente,
così viva, e c’è chi dice : «la conocchia

la conocchia con un fil di lana, e con la frusta
usino i governi al giorno d’oggi, e labili
e labili promesse in vario elenco e tono assurdo
e labili promesse ben nutrite sopra l’orlo
delle ringhiere ruggini, come rapaci
come rapaci cavallette…»

ma un posto sottovoce anche per me in questa magra
generazione degli uomini naturali, o dove possa
carezzare la testa dei pedoni milanesi
in una volta sola, prima che colmi
la sua ringhiera e affolli, un posto qualunque,
un posto a occhio guercio, un posto in croce

e tra le donne : forse conosco poco
quello che giova, il prezzo, la roba, e nutro
con me solo questo braccio e questa bocca

spensieratamente; a titolo d’insensata
tenerezza. Ebbene, anche se non mi tocca,

ebbene, guardami per ora nella polvere
tenera dei capelli : la primavera è lunga
meno di uno sguardo adorabile, e farò pasqua
con una musica americana, farò i miei fatti,

farò : celebrando magari gli uccelli intristiti
che non possono tornare, nemmeno per cortesia,
nemmeno per fedeltà tornare verso il nord, e qualche
povera legislazione che ritarda
da tanto tempo, che trafela.

[tratto da Oramai (1947), in Giacinto Spagnoletti (a cura di), Omaggio a Emilio Villa, Roma, Fondazione Piazzolla, 1998, fuori commercio]

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giap giap giap

di vertigine (30/08/2005 - 11:06)

Giap n.1, 7a serie - Quota 8000, giro di boa - 29 agosto 2005


0a. Quota 8000, giro di boa
0b. "Lavorare con lentezza" su Sky Cinema
1. Operazione trasparenza 2005: quanto vendiamo
2. "Asce di guerra 2.0": tiriamo le prime somme [WM3, WM1, WM5, WM4, WM2]
2b. (con excursus: Il passaparola vero e quello finto)
3. Due interviste: l'editoria, la censura
4. I nuovi feed RSS di wumingfoundation.com
5. La ballata del Corazza - scarica il PDF! (+ Catwoman omaggia WM2!)
6. Dietro l'angolo: "Cat Chaser" di Elmore Leonard, Stile Libero Noir
7. Un viaggio: Muenster, la storia, la memoria (Annalisa, Forlì)

per leggere il tutto

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versi

di vertigine (28/08/2005 - 11:37)

poesia

 

 

 

 

 

Un perduto stupore d’elegia m’affligge nel cerchio

vietato delle tue labbra che lambiscono il vuoto.

Ti cerco lungo i confini degli esametri che sanno di guerra,

lungo le vie che scavano il ponente, certo del riverbero della polvere,

ti cerco come ruglio di eco desolante, come intreccio di storie spiantate.

Sono già morto, mentre la crescente ombra va sfumando il suo disegno.

Da quella sera non ho più toccato i pezzi della scacchiera,

il lampo rosso della tua lingua sulla bocca spessa mi strugge,

la coerenza di frammenti di film visti ad occhi aperti viene meno,

la vasta notte è divenuta solo una fragranza. Mancano i giorni ai miei occhi.

In fondo, sono già morto. Sono già qui i cinque piedi di terra.

 r.a.

 

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versi

di vertigine (27/08/2005 - 11:07)

poesia

Le mani nuotano silenziose, cambiano direzione,

cercano il passato in tracce molecolari precarie,

ti diverti a negarti, fai finta di niente quando colpisco

nel segno, come se si trattasse di una commedia da salotto.

I tuoi piedi vengono sfiorati dalla luce, una luce che però

loro rifiutano, come se fosse il bacio di un masochista,

le tue ciglia proiettano delle ombre immense

sulle gote rotonde. Pornografia dei tramonti.

La nostra storia non è un aggregato di ultimi istanti.

r.a.

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tratto da vertigine 5

di vertigine (26/08/2005 - 11:56)

attendendo il sesto numero di Vertigine posto questo racconto di Claudio Morici uscito nel precedente numero

Claudio Morici

Copisteria

Prima di darlo al pubblico, prima di darlo al giornalista o al critico ammanicato, prima ancora di darlo agli editori, o meglio agli stagisti degli editori, e ancor prima di darlo all’amico, all’amica, alla donna o all’uomo che ti ha salvato la vita, al collega bravo, a quello meno bravo che però può apprezzare, addirittura prima di darlo alla mamma, al papà, alla professoressa di lettere delle medie, all’impiegata della Siae… Prima di darlo a chiunque altro, ogni scrittore dà il proprio libro alla copisteria. Per fare le fotocopie. È una regola, non si scappa. Altro che caffè letterari: gli scrittori, che siano bravi o meno bravi, frequentano le copisterie. Io non faccio eccezione, anzi. Prima di pubblicare, ho scritto quattro romanzi illeggibili e un saggio sulle droghe psichedeliche, li ho spediti ognuno a una media di tredici editori, per non contare le persone a cui l’ho fatti leggere. Una cosa è certa: finora ho speso più soldi in fotocopie di quanti ne abbia guadagnati con i miei libri. Molti di più. In compenso ora so il fatto mio in campo di copisterie, almeno nell’area romana. San Lorenzo, Piazza Bologna, San Paolo, ecc… Sempre vicino alle Università, costa di meno, questo lo sanno tutti. Ma se cominci a frequentarle per i tuoi scritti, e se ti guardi un attimo intorno, voglio dire, se consideri le copisterie non come uno spazio di passaggio tra un romanzo e l’altro ma come un luogo in cui si sta, come un pub, una libreria, un posto di lavoro, ecc.., non solo ti accorgi di certe cose, ma ti succedono certe cose. Le copisterie sono posti strani. Molto strani. A me un giorno è accaduto un episodio incredibile. Non so neanche come raccontarlo. Credo che tutto è nato dal fatto che, uno come me, a fare le fotocopie c’è andato prima come studente e poi da scrittore di merda. Non è stato facile tornare ad aspettare in fila. Accanto a universitari del cazzo (proprio come lo ero io), a leggere annunci di camere in affitto, corsi di inglese, cellulari di studenti giapponesi che vogliono fare conversazione, pacchetti di sbobinature già sottolineate, motorini mezzi rubati e full immersion di Didgeridoo in provincia di Arezzo. Ma anche nei quartieri universitari le copisterie possono essere molto diverse tra loro. Ci sono le copisterie stile "laboratorio di analisi", bianche, nuove con la tipa bionda che indossa il camice e sorride solo alla fine. Quelle "a batteria di polli", dove una decina formazioni macchina- studente risparmiano 0,005 euro a foglio, con il proprietario che contratta per una tesi di contrabbando. L’opposto di quelle "ho aperto ieri" dove il tipo inserisce di persona una fotocopia alla volta perché ha paura che zompi tutto. Le copisterie "underground", invece, sono sempre più diffuse: prendi una cantina che dà sulla strada, ci metti le scale, dipingi i muri, paghi un albanese metallaro ed è fatta. Le più istruttive sono quelle "che hanno fatto i soldi", forse per l’avveniristica tecnologia delle macchine, forse perché puoi chiacchierare col proprietario, ammirare la sua Fiat coupé, innamorarti di sua moglie, notare che viene solo mezza giornata e prenderlo come modello di vita. Ma anche questi sono aspetti superficiali. Niente a che vedere con il segreto di ogni copisteria: quel qualcosa che riguarda il copiare, il ripetere, l’essere uguali ma diversi. Sono convinto, perché l’ho visto con i miei occhi, che la gente che lavora da anni in copisteria ha acquisito una sensibilità fuori dal normale. Quello che mi è successo lo dimostra, tutto è nel raccontarlo, nel raccontarlo bene. Ma non è così facile. Probabilmente questa sensibilità dipende dal fatto che fotocopiano anche romanzi inediti. Migliaia, milioni di romanzi, almeno mille volte più di quanti ne vedono le tipografie, no? Per uno che lavora in copisteria fotocopiare un romanzo è come, per un creativo della Saatchi & Saatchi, fare una campagna pubblicitaria per i bambini massacrati in Ruanda. Si sente buono, bravo, creativo. Quando gli consegni la tua opera, colui che lavora in copisteria fa finta di niente ma sbircia. Eh sì, sbircia e si sente complice. Una volta una ragazza del tipo "laboratorio di analisi" mi ha detto di tornare dopo due ore. Torno e mi consegna le copie del mio romanzo aggiungendo: "forse l’incipit è troppo autoreferenziale, ma il resto va bene". Non sapevo se essere contento o denunciarla per qualche reato. Un’altra volta, vicino al De Lollis, mi hanno fatto una specie di interrogatorio: "A chi lo devi spedire? Per posta? Lo deve leggere più di una persona? Di che parla?", come se il loro intervento tecnico fosse determinante per la pubblicazione. Per non parlare di quel ragazzo che lavora alla copisteria di via degli Apuli. Ha preso il mio blocco di fogli e l’ha messo in una macchina enorme: "Senti? Lo senti?" e io: "Che?", e lui: "Ta, ta, tata, ta ta tata. E’ un 3/4". Aveva ragione, la macchina teneva il tempo perfettamente:"E’ un tempo fusion, te lo stampo così perché si sposa bene con il tuo ritmo narrativo". Fosse solo questo. In copisteria si giocano problematiche e competenze ancora più strane, quasi esoteriche. Se ci pensi, loro moltiplicano il pane e il pesce. E sono tutte illegali, sebbene continuino a esistere, come le sette sataniche. Tutto ciò me l’ha fatto capire quell’episodio a cui ho solo accennato. Impossibile da raccontare, come ogni esperienza di un certo tipo. Bisognerebbe trovarsi lì, in quel momento. E non sarebbe nemmeno lo stesso. Comunque voglio provarci. Dunque, mentre sceglievo la copisteria più adatta a Matti Slegati, il romanzo che poi mi hanno pubblicato (non deve essere una coincidenza), incappo in un posticino della tipologia "ho aperto ieri" vicino viale Marconi. Penso che va bene, così fa tutto lui. Entro e consegno le fotocopie a un uomo normalissimo. Lo vedo e non ha nulla di particolare. Pensandoci ora, proprio questo avrebbe dovuto insospettirmi. Gli do il mio scritto, col quel brivido che conosce chi scrive: "è passato una altro anno. Ancora mio padre mi paga l’assicurazione della macchina, ecc..". A questo punto vedo lui. Ha sotto braccio un libro e sta raccogliendo le fotocopie. Avrà 19 anni, capelli lunghi legati col codino, giacca di pelle nera, pantaloni rossi. E soprattutto sguardo assonnato, come se si fosse alzato ora, come se dicesse: "non ci capisco un cazzo di quello che mi dici ma sono un artista". Insomma, giuro, è identico a me dieci anni fa. C’ha pure il pizzetto. E’ spiccicato, una fotocopia. Istintivamente mi avvicino. In preda a una tempesta emotiva, penso che devo dirgli moltissime cose. "Scappa, scappa! Lascia stare ‘sta nazione di merda, ‘sta città di merda, ‘sta letteratura di merda, scappa, hai diciannove anni e sei ancora in tempo…Ecco guarda me. Vuoi diventare come me? Guardami in faccia e renditi conto". Per un attimo penso quasi che gliel’ho detto, mi sto commuovendo, sembra uno psicodramma. Lui apre il portafoglio. Un flash dalla fotocopiatrice accanto mi acceca, l’hanno fatta partire senza abbassare il sopra. Cazzo è il mio, quel portafoglio è il mio indistruttibile Invicta blu. C’è pure la tessera dell’IDISU, le Rizla e la montagna di scontrini che non butti mai. Il ragazzo comincia a rovistare. Lo vedo leggermente preoccupato. Finalmente mi guarda.

"Scusa non è che mi presti dodici euro?"

"Dodici euro?"

"Sì, pensavo di averceli e ormai ho fatto le fotocopie. Centocinquanta pagine, dodici euro".

"Chiedilo al tipo della copisteria, no?"

"Sì, capirai!"

"E perché te li devo prestare io?"

"Dai, te li ridò, è matematico".

"…Che libro è?"

Mi dice il titolo. Una minchiata, uno di quei libri sconvolgenti che mi hanno rovinato la vita.

"Fammi vedere quanto ho".

Non voglio darglieli. Gli farò il pezzo che non ce l’ho neanche per me. Apro il mio portafoglio, con un certo orgoglio: quello di ora è più bello, nero, di pelle. Me l’ha regalato la mia ex ragazza, una che ha capito tutto della vita. Conto i soldi: dieci, dieci e cinquanta… La fotocopiatrice davanti a me lampeggia, deve essere andato in riserva l’inchiostro. Undici, unici e diedi…Dodici. Con gli spicci sono esattamente 12 euro, proprio quanti me ne ha chiesti. Glieli do spaventato, veramente spaventato.

"Grazie, tanto te li restituisco, no?"

Se ne va con la busta di plastica bianca. Mettendosi le cuffiette mentre attraversa la strada, proprio come facevo io.

Arriva il tipo della copisteria, mi guarda e fa:

"Dunque, per lei sono…."

Prende il blocco dei fogli e gli da’ due botte per lato, sul tavolo, come un mago con la bacchetta magica. Un altro lampo della fotocopiatrice.

"Anche per lei dodici euro. Gliele rilego a spirale?"

Gli dà due botte per lato, sul tavolo, come un mago con la bacchetta magica.

Un altro lampo della fotocopiatrice.

"Anche per lei dodici euro. Gliele rilego a spirale?"

Come un mago con la bacchetta magica. Un altro lampo della fotocopiatrice.

"Anche per lei dodici euro. Gliele rilego a spirale?"

Claudio Morici ha pubblicato Matti Slegati (Stampa Alternativa, 2003), Derrumbe. Il fungo ha magiato me (Valter Casini Editore, 2004) assieme a Claudio Parentela. Sempre nel 2004 per Valter Casini editore ha curato l’antologia Teoria e tecnica dell’artista di merda

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gigliozzi, mio gigliozzi!!!

di vertigine (25/08/2005 - 19:45)

REPETITA IUVANT

CONTATTI E SPEDIZIONI

Per contatti con l'autore scrivere a gijotzi@yahoo.it,

per ricevere direttamente a casa Neuropa  scrivere a
penspol@libero.it 
(12€ comprese spese di spedizione)

oppure in libreria con il codice ISBN 88-89267-61-5

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versi

di vertigine (25/08/2005 - 10:56)

AMELIA ROSSELLI
Da: Documento
 
 
I fiori vengono in dono e poi si dilatano
una sorveglianza acuta li silenzia
non stancarsi mai dei doni.
 
Il mondo è un dente strappato
non chiedetemi perché
io oggi abbia tanti anni
la pioggia è sterile.
 
Puntando ai semi distrutti
eri l'unione appassita che cercavo
rubare il cuore d'un altro per poi servirsene.
 
La speranza è un danno forse definitivo
le monete risuonano crude nel marmo
della mano.
 
Convincevo il mostro ad appartarsi
nelle stanze pulite d'un albergo immaginario
v'erano nei boschi piccole vipere imbalsamate.
 
Mi truccai a prete della poesia
ma ero morta alla vita
le viscere che si perdono
in un tafferuglio
ne muori spazzato via dalla scienza.
 
Il mondo è sottile e piano:
pochi elefanti vi girano, ottusi.
 
 
 
C'è come un dolore nella stanza, ed
è superato in parte: ma vince il peso
degli oggetti, il loro significare
peso e perdita.
 
C'è come un rosso nell'albero, ma è
l'arancione della base della lampada
comprata in luoghi che non voglio ricordare
perché anch'essi pesano.
 
Come nulla posso sapere della tua fame
precise nel volere
sono le stilizzate fontane
può ben situarsi un rovescio d'un destino
di uomini separati per obliquo rumore.
 

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mai domi

di vertigine (24/08/2005 - 19:42)

Ha inizio giovedì 25 agosto a Parabita l’evento culturale organizzato dal “Fondo Verri”

“Luoghi d’allerta”, l’unione tra territorio e creatività

di Rossano Astremo

 

Dopo l’esperienza degli anni passati nelle Cave di Cursi, con le visite ai Giardini di Pietra, l’associazione culturale “Fondo Verri” di Lecce continua i suoi attraversamenti e le sue esplorazioni con i Luoghi d’allerta. Parabita, dove prenderà avvio la manifestazione giovedì 25 agosto, Patù, Galatina, Andranno, Martignano e Ugento, questo l’itinerario scelto per la terza edizione della manifestazione. Centri storici, castelli, la meraviglia enigmatica dello Cento Pietre di Patù divengono scena di atti che insieme coniugheranno danza, teatro, musica, poesia e videovisioni. Nella scorsa estate un nutrito gruppo di persone ha compiuto le sue vacanze nel Salento al seguito dei Luoghi d’allerta. Una significativa presenza per un itinerario che rinuncia ai grandi mezzi per costruire un passaggio di visita in un Salento che guarda ai luoghi e alle energie creative del territorio nell’ottica di valorizzarli pienamente. Questa terza edizione è resa possibile grazie alla collaborazione con l’Assessorato alla Cultura della Provincia di Lecce e gli Assessorati alla Cultura dei Comuni ospitanti sopraelencati. Un cammino di scoperta che attraversa il Salento in visite che portano lo spettacolo a confondersi con i luoghi. Un approccio naturale che misura gli artisti nel loro divenire voce, suono, movimento nella relazione semplice e frontale con il pubblico in spazi insoliti, particolari per riverberi e prospettive di veduta. “Quando ti manca il respiro, o ti senti mancare la terra sotto i piedi, c’è sempre la memoria a darti una mano per ricordare il presente e in silenzio cercare l’inatteso farsi del territorio, la sua bellezza, l’intensa suggestione che mischia cultura e natura, campo ideale per i suoni, gli echi, le risonanze, per la messa in scena”, spiegano gli organizzatori. Molti gli artisti salentini coinvolti. La guida del viaggio, il narratore, l’accompagnatore sarà Piero Rapanà. Al suo fianco musicisti, attori, performer, videomaker, poeti e storici della tradizione tra i quali Matthias Hermann Ibach, Antonello Taurino, Carla Petrachi, Domenico Gigante, Giuseppe Goffredo, Michelangelo Zizzi e i poeti dell’antologia poetiCircus, Salvatore Brigante, Alessandro Cossa, Cinzia Villani, Raffaella Aprile, Anna Maria Mazzotta, Emanuela Gabrieli, Carla Petrachi, Giorgia Santoro, la Compagnia Teatro Danza Skenè di Patrizia Rucco, Giuseppe Corianò, Caterina Gerardi, Marco Grazioso, Gian Luigi Antonaci, l’Oistros Balletto di Sonia Norma Marino, i Croque Mule, Elio Coriano, Fabrizio Petrelli, Maddalena Mangiò. Si comincia, quindi, giovedì 25 agosto con la visita al castello di Parabita, per poi proseguire domenica 4 settembre a Patù. Venerdì 9 settembre sarà la volta del centro storico di Galatina e domenica 11 settembre del Castello di Andrano. Appuntamento, poi, domenica 18 settembre al Palazzo Palmieri di Martignano, per concludere la serie di incontri venerdì 23 settembre presso il Castello di Ugento. Luoghi d’allerta è un viaggio di scoperta e esplorazione. Un invito a guardare, a tenersi desti nell’ascolto, ad andare in visita e farsi accompagnare da chi del luogo conosce storie, leggende, i nomi più segreti, le ragioni della vita, del lavoro, delle relazioni, i perché e i come di personaggi e vicende. Per quanto riguarda le scelte artistiche l’orientamento è stato quello di prediligere l’esplorazione di modi e stili differenti, nell’intenzione di provocare un’interazione attiva tra i generi, con una particolare attenzione nei confronti della scena salentina e di quegli artisti che hanno scelto il Salento come meta del loro agire creativo.

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ecceziunale veramente

di vertigine (24/08/2005 - 11:40)

Lo scrittore veneto sarà a Parabità il 26 per presentare "Groppi d’amore nella scuraglia"

Tiziano Scarpa tra le immondizie del linguaggio

di Rossano Astremo

Ancora un appuntamento per "EquiLibri", rassegna sul filo della narrazione inserita nel cartellone estivo "ArteinParabita". Venerdì 26 agosto sarà la volta di Tiziano Scarpa, che presenterà l’ultima sua fatica letteraria "Groppi d’amore nella scuraglia"(Einaudi "Arcipelago", euro 9,80). Scarpa, autore, tra gli altri, di Occhi sulla graticola, Corpo, Kamikaze d’Occidente, fantastica in versi mimando un dialetto pseudo-abruzzese. Protagonista una comunità che insorge contro una discarica voluta dal sindaco, ma che poi si lascia imbonire. Su tutti campeggia il narratore, Scatorchio, pazzamente innamorato della non aggraziata Sirocchia. I "groppi d’amore" giungono quando l’io narrante immagina la sua donna in compagnia del suo nemico giurato Cicerchio. La "scuraglia", ossia l’oscurità tempestosa che agita i pensieri di Scatorchio non si palesa solo nelle sue pene d’amore. Perché, poco celatamente, il testo di Scarpa è un piccolo poemetto civico sull’Italia contemporanea. C’è quindi la "scuraglia" politica e civile del paese, qui inscenata da un sindaco poco incline ad assecondare le esigenze dei propri cittadini, che grazie all’aiuto del suo "ministro de l’iggene" piazza nel paese una bella discarica in cambio di un ripetitore che il Governo telecratico si appresterà a fornire. La reazione degli abitanti non si lascia attendere. Scoppia la protesta. Tra i maggiori oppositori Cicerchio che così attira le attenzioni di Sirocchia. Tutti si oppongono, quindi, tranne Scatorchio che, invidioso del rivale, cerca di convincere tutti della necessità della "munnezza d’iggene". Una scrittura degenere, comica, che evade gli argini. Una ricerca linguistica che affonda le radici nella tradizione cinquecentesca, pensate al linguaggio maccheronico di Teofilo Folengo, ma non solo, pensate all’idioma usato da Diego Abatantuono in "Ecceziunale Veramente" ed in altre pellicole del trash cinematografico nostrano, con una predilezione totale per uno stile basso, dove l’imbruttimento materiale del reale campeggia fittamente. L’immondizia non è solo filo conduttore contenutistico che dipana la matassa del plot, quindi, ma soprattutto concrezione linguistica, abbrutimento formale, espressionismo carnascialesco, il tutto proiettato nella costruzione di una storia grottesca, dove la contemplazione finale della "munnezza" da parte di Scatorchio metaforizza il punto di vista dell’autore sulla "sua" Italia.

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i saw the best minds of my generation...

di vertigine (23/08/2005 - 20:21)

Sarà presentata a Parabità, giovedì 25 agosto, l’antologia curata da Giuseppe Goffredo

"poetiCircus", per una nuova stagione di Poesia

di Rossano Astremo

Prendete quindici poeti italiani attorno ai trent’anni, una piccola casa editrice di Alberobello e uno degli intellettuali di maggior acume della cultura meridionale dei nostri giorni, shakerate il tutto e come risultato otterrete il libro poetiCircus. I quindici poeti sono Fabrizio Bajec, Carlo Carabba, Alberto Convertino, Barbara Cupertino, Mario Desiati, Biagio Lieti, Giovanni Logorio, Elena Manni, Matteo Marchesini, Enzo Mansueto, Albert Samson, Carla Saracino, Laura Sergio, Ilaria Seclì, Giovanni Tuzet, la casa editrice è la Poiesis e il curatore di questa coraggiosa operazione editoriale è Giuseppe Goffredo. Il libro in questione sarà presentato nel corso del primo appuntamento dei Luoghi d’allerta, presso il Castello di Parabita, giovedì 25 agosto. L’ennesima antologia di giovani poeti? A voler guardare il bicchiere mezzo vuoto la risposta ad un simile interrogativo è affermativa, ma poetiCircus è più di una semplice antologia, non solo per le motivazioni messe nero su bianco dal curatore Goffredo nell’introduzione, ma anche perché dieci dei quindici poeti presenti nel testo sono pugliesi e il libro, quindi, a tutti gli effetti può rappresentare una valido documento sullo stato attuale della poesia nella nostra regione: "Ma questa antologia è un guardare avanti. È un fare strada. È un dare strada. È il mio ponte con vent’anni avanti o in dietro, se preferite. È interrogarmi. Capire. È una mia ribellione. Lo dichiaro: non ci sto a questa morte per asfissia. Per questo ho chiesto ai poeti che qui compaiono un atto di generosità, un "trasumanar e organizzar", entrare nelle città, nei paesi, nelle piazze, nei caffè per piantare la tenda dei poetiCircus, raggiungere le persone che si può, poiché ogni volta che ho organizzato e partecipato a una "lettura" è stato un miracolo, a smentire chi ha deciso che la poesia non la vuole nessuno". Non ci sono tutte le voci migliori dell’ultima generazione di poeti, ma poetiCircus è un’antologia che presenta al suo interno autori di grande spessore, come sottolineato dal critico Michelangelo Zizzi nell’attenta prefazione al testo. Soffermandosi sui pugliesi presenti, un discorso a parte meritano Mario Desiati e Enzo Mansueto. Desiati, ormai più narratore affermato che poeta, con la sua prima raccolta di versi Le luci gialle della contraerea (LietoColle, 2004) è entrato nella cinquina dei finalisti dell’ultimo Premio Viareggio, nella sezione Opere Prime. In Bada bene, silloge presente nell’antologia, la tentazione della prosa è presente, ma il ritmo e la costruzione del verso si fanno risalire alla tradizione novecentesca di cui l’autore si fa carico, ponendolo al riparo dalle esorbitare di molti poeti prosatori: "Aggrappati alle pergole, lungo la ringhiera verde/ con il ghigno del dolore, la sintesi del disincanto/ si aspettava l’ora del tramonto per il telegiornale/ e poi con la televisione che faceva bianca la cucina". Enzo Mansueto, poeta e critco letterario barese, è autore della silloge Descrizione di una battaglia (Scheiwiller, 1995), considerato da molti critici uno dei testi poetici più interessanti dell’ultimo trentennio. In Inizio delle trasmissioni Mansueto porta avanti il suo capzioso lavoro di scarnificazione del verso, di riduzione minimale che spesso genera percorsi di senso che folgorano: "Dalle lamiere ancora. Dalle lamine. / Da memorie confitte sotto pelle./ E massacrare tendini e pellami./ E fissare ricordi. Nell’impellere/ di un gancio. Di un appiglio. E poi apprendere/ la salma che rimane. Che ti stende". Proseguendo nella lettura, non si può non sottolineare la bravura di tre giovani poetesse, anch’esse pugliesi: Ilaria Seclì, che da poco ha pubblicato la sua prima raccolta di versi D’indolenti dipendenze (Besa, 2005), Carla Saracino, e Laura Sergio. La poesia della Seclì si caratterizza per una smodata ferocia espressiva. Zizzi nella prefazione la definisce a ragion veduta"una delle voci più autentiche e radicali della poesia meridionale". La raffinatezza e razionalità del dettato poetico di Carla Saracino, invece, si oppone all’eccessivo furore espressionistico di Laura Sergio. Due autrici che, visto la loro giovane età, in prospettiva lasciano davvero ben sperare. E, abbandonando gli autori pugliesi, un discorso a parte merita Fabrizio Bajec, poeta nato a Tunisi e residente a Viterbo, che con il suo poema Con te, senza Dio dà vita ad uno degli esiti più alti dell’antologia. Il tema affrontato è quello della scomparsa della madre. Viene subito in mente il confronto per l’argomento trattato con Tema dell’addio di Milo De Angelis (Mondatori, 2005). L’incipit di Bajec è folgorante: "Io che dalle viscere ti fui estratto/ come un peso benigno, / m’aggiro per la corsia degli infetti, / chiuso in me stesso, codardo impaziente". L’operazione editoriale di Goffredo non è solo coraggiosa, ma, visto l’ottimo livello di quasi tutti gli autori presenti, fortemente riuscita.

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