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mozzi

di vertigine (04/08/2005 - 18:22)

Intervista allo scrittore padovano che domenica 7 agosto sarà a Nardò

Giulio Mozzi: "Questo è il giardino, non sarò mai più capace di scrivere niente di paragonabile"

 


 

di Rossano Astremo

Secondo appuntamento, domenica 7 agosto alle ore 21, presso Piazza delle Erbe, a Nardò,  della rassegna “Quattro passi dietro al toro”, organizzata dall’Assessorato alla Cultura del Comune neretino, sotto la direzione artistica di Livio Romano. Dopo l’incontro con Antonio Pascale, è la volta di Giulio Mozzi, autore di libri quali “La felicità terrena”  (Einaudi, 1996), “Il male naturale” (Mondadori, 1998),  “Fantasmi e fughe” (Einaudi, 1999),  “Fiction” (Einaudi, 2001) e che da poco è tornato nelle librerie con il sul testo d’esordio risalente al 1993, “Questo è il giardino”, pubblicato dalla casa editrice Sironi, per la quale Mozzi lavora.
A dodici anni di distanza la ripubblicazione di “Questo è il giardino”, un testo al quale tu sei molto affezionato e che consideri uno dei tuoi libri migliori. Perché ripubblicarlo a dodici anni di distanza?

“Perché, banalmente, le edizioni precedenti sono totalmente (quella Theoria del 1993) o pressoché (quella negli Oscar Mondadori del 1998) esaurite. E, ovviamente, mi fa piacere che un mio libro continui a essere “vivo”. Ma anche perché sono convinto, molto convinto, che “Questo è il giardino” sia un libro di valore: un libro tale, che non sarò mai più capace di scrivere niente di paragonabile”.
In questi ultimi anni hai girato l’Italia in lungo e in largo per tenere i tuoi laboratori di scrittura e narrazione. Come si svolge una tua lezione tipo? Hai mai avuto un talento puro nei tuoi corsi da farti pensare “questo è sprecato qui dentro?” Parlando con altra gente che tiene corsi di scrittura quello che è venuto a galla molte volte, paradossalmente, è che questo tipo di esperienze sostanziano l’abitudine alla lettura. Concordi, oppure no?
Partiamo dalla prima domanda. Una lezione-tipo non esiste. I contenuti che possono entrare in un laboratorio di scrittura e narrazione sono tantissimi: e per ogni contenuto c’è un diverso lavoro del conduttore del laboratorio. Posso dire che ho alcuni principi di metodo. Ad esempio: l’esercizio non serve per esercitarsi a fare ciò che il conduttore ha appena spiegato; l’esercizio serve a mettere in difficoltà il partecipante, a fargli vedere le difficoltà, ad addestrarlo ad affrontarle anziché, come spesso avviene, ad ignorarle. Certo che mi è successo di incontrare “talenti puri”: e il primo nome che posso fare è quello di Umberto Casadei, autore del “Suicidio di Angela B.”, pubblicato nel 2003 dalla casa editrice per la quale lavoro, Sironi. Ma avere un “talento puro” non significa non aver bisogno d’imparare nulla. Il talento di Umberto è una cosa sua, una sua virtù nei confronti della quale io non ho alcun merito; ma questo talento Umberto l’ha sviluppato in tanti modi, studiando, conversando, cimentandosi nella scrittura, discutendo i suoi testi con altri; e anche, mi auguro, partecipando ad alcuni laboratori. Che poi la ragione per cui molti si iscrivono a un laboratorio sia il desiderio di diventare lettori più esperti: su questo non c’è dubbio.
Narratore, insegnante di scrittura e direttore editoriale della casa editrice Sironi. È inutile dire che grazie al tuo certosino lavoro editoriale numerosi ottimi narratori sono usciti fuori. Faccio soltanto qualche nome, da Umberto Casadei, appunto,  a Giorgio Falco, da Massimiliano Nuzzolo a Vitaliano Trevisan, senza dimenticare i pugliesi Elio Paoloni, Livio Romano, Cosimo Argentina, sino ad arrivare a Leonardo Colombati, autore del tanto discusso romanzo eroicomico “Perceber”. Giulio, tre caratteristiche che deve avere un libro per attirare la tua attenzione.
Be’: uno, deve essere un “libro” (cioè deve avere, per così dire, una spiccata individualità e una tenace coerenza); due, deve mostrare un immaginario organizzato e coerente; tre, deve avere una scrittura (quello che sto per dire è paradossale, lo so) che si sorregga da sé, che non abbia bisogno del contenuto. Ma la scelta di proporre la pubblicazione, cioè la “trasformazione in libro”, di un dattiloscritto non è mai, per me, una scelta “analitica”. E’ piuttosto una scelta “sintetica”. Mi è successo di telefonare all’autore di un testo avendone lette solo poche pagine, o addirittura avendolo solo sfogliato. Non voglio dire che io sia una sorta di rabdomante: è che la qualità, il più delle volte, si mostra con evidenza. Certo: posso sbagliarmi; e ho le prove di essermi, in diversi casi, sbagliato. Mi sono passati sotto il naso testi belli o assai belli, della cui bellezza non mi sono accorto. Questo dipende anche dalla fatica: non è semplice affrontare ogni giorno la visione di due, tre, quattro nuovi dattiloscritti. Non mi è ancora successo, però, mi pare, di caldeggiare la pubblicazione di un libro brutto. E ne sono felice.
Il dibattito letterario, i tormentoni editoriali, le querelle critiche si consumano da qualche anno oramai in rete. Hai da poco chiuso il tuo blog, ma continui ad essere presente in rete con la tua rivista vibrisse (www.vibrissebollettino.net) e con la tua partecipazione nel progetto collettivo nazione indiana (www.nazioneindiana.com), che in questo periodo sta attraversamento momenti di riassestamento e ripensamenti. Quale valore aggiunto può dare la rete alla letteratura e quale possono essere i limiti di una intromissione massiccia del letterario nel virtuale?
La rete (come l’invenzione dei servizi postali, delle ferrovie e del telefono) facilita gli incontri e le conversazioni: e questo mi pare importante. Poi: la rete offre la possibilità di produrre pubblicazioni facilmente consultabili con costi bassissimi. Se io avessi voluto fare con la carta stampata ciò che ho fatto con il bollettino “vibrisse” (prima distribuito via email, ora pubblicato in rete), avrei dovuto investire una quantità di quattrini – che non ho: e comunque sarebbe stato più difficile incontrare i lettori. Infine: sulla rete si fanno un sacco di discorsi mitologici. A me, semplicemente, danno fastidio.

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poesia

di vertigine (04/08/2005 - 18:17)

Pubblicato da LietoColle la raccolta di versi del poeta di Noci Vittorino Curci

“La stanchezza della specie”, visioni squarciate del contemporaneo

 

di Rossano Astremo

 

 

 

Vittorino Curci, musicista jazz e poeta di Noci, dopo aver diffuso le sue prime raccolte utilizzando la via alternativa dell’autoproduzione, ha da poco pubblicato “La stanchezza della specie” con la casa editrice LietoColle. Curci è poeta navigato, tra le voci più autentiche della poesia pugliese, già vincitore nel ’97 del Premio Bodini e nel ’99 del Premio Montale per la sezione “Inediti”. Con “La stanchezza della specie” raggiunge risultati di estrema potenza visionaria, consegnandoci una realtà squarciata e infetta, attraverso un dettato linguistico mai sproporzionato, ma sempre ben levigato e razionale, nell’utilizzo dell’analogia non come semplice orpello manierista, ma come occhio che squaderna il contemporaneo, abbracciando il cosmo minimo del privato, con incursioni serrate nel macrocosmo rappresentato dal mondo che fuori si agita: “con espressioni garbate ma ferme / ci inviteranno a lasciare il paese / le persone che amiamo / i rancori di una vita / ci impunteremo per nulla / non era questo il mondo che avevamo in mente”. Se di Montale Curci conserva un certo amore per accostamenti atipici che producono significazioni oscure, è grazie all’affezione per i versi di Vittorio Bodini e Rocco Scotellaro che si può comprendere la cifra stilistica del poetare di Curci. Bodini, con il suo sud che deborda dal reale grazie all’insegnamento del surrealismo della poesia iberica, Scotellaro, con la sua disposizione naturale verso una contabilità ariosa, mossa da fresca spinta vitale, del mondo rurale a cui appartiene, sembrano essere per Curci  padri putativi della sua scrittura: “un giorno o mille anni, che cambia? / di qui non passa mai nessuno / la moglie del fornaio si gratta il culo / i ragazzi guardano”. È al su sud che Curci guarda, al sud che è stato e che tutt’ora è, visto dal poeta con le sue lenti spinose e lisergiche tanto da trasformarlo nella parte di un tutto in liquefazione: “prendiamo atto di quel che succede là fuori / mai più ambizioni e vestiti bianchi / futurismi che non è facile raccontare / a volte anche noi ci rassegniamo al peggio / riconosciamo il tatto il passo / la lezione sui tempi / l’inabissarsi / in una terra nera / questo no, non si può tacere / si sono estinti in silenzio”. Quando la poesia abbandona incursioni forzatamente sperimentali e tematiche personali per farsi marchingegno epico, detonatore narrativo del proprio tempo, allora ci si trova davanti ad opere che resisteranno all’usura del tempo. “La stanchezza della specie” ha tutte le caratteristiche per farsi beffa del tempo.

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poesia

di vertigine (04/08/2005 - 11:15)

FESTIVAL  DI POESIA  A  PUTIGNANO

 

 

Milo De Angelis, vincitore quest’anno del premio Viareggio per la poesia, aprirà la prima edizione di “VOI CH’ASCOLTATE”, un festival di poesia promosso e organizzato dal comune di Putignano in provincia di Bari. La manifestazione si svolgerà nei giorni 9 e 10 settembre presso la masseria Monterosso (strada provinciale Putignano-Conversano km 1+400). La direzione artistica è di Vittorino Curci.

Al festival, oltre a De Angelis, prenderanno parte i poeti Mario Benedetti, Franco Buffoni, Silvia Bre, Biancamaria Frabotta, Enzo Mansueto, Mario Santagostini e Michelangelo Zizzi. Nel corso delle due serate, che avranno inizio alle ore 21, sono previsti interventi musicali di Roberto Ottaviano, Felice Mezzina e Nicola Pisani. Sabato 10, in chiusura, un “Omaggio a Claudia Ruggeri” a cura di Mario Desiati, redattore della rivista Nuovi Argomenti, e dell’attrice Mirella Mastronardi.

Info: culturaturismo@media.it - tel. 080.4056239.

 

 

 

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