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Mauro Marino
Chi ha paura della pizzica? |
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Ho scelto un´estate di "basso profilo", al riparo. Letture, lavori di scrittura, poco impegno mondano, poche feste, poco lavoro organizzativo. Era da molto che non capitava di sottrarmi al rito quotidiano dell´operare culturale, del dover fare i conti con le repentine modificazioni della scena salentina con le sue impennate creative, con le necessità, con le polemiche, le critiche, le rivendicazioni ormai cononiche e stagionali. Scelgo, un po´ sto a guardare e nelle visite, nei solitari pellegrinaggi che mi capita fare, non ho mai incontrato la pizzica ma ho letto di molti che la odiano. Esagerati cultori del non so, o del so solo io di cosa ha bisogno la Terra Salentina. Pontificano che no, adesso basta, pensiamo alle cose serie! Come se la pizzica non fosse una cosa molto seria, come se la pizzica nella sua autonomia non sia stato il motore che ha portato la Terra Salentina al riparo dall´eterna soggezione della provincia incolta e poppeta, "reclusa nell´eterno purgatorio del ritardo". Come se la pizzica fosse uno scarto, un resto di cui vergognarsi, questo sì atteggiamento da parvenu, di persone rifatte che nel salotto buono non vogliono sentir parlare di popolo, di sudore e di passioni. La pizzica intanto continua il suo cammino pervasivo, s´è fatta elettrica. Elaborata già lo era nelle modificazioni - colte e lovely, tecno ed etnojazz, rock e in ecm version - in cui è stata cucinata dalla ricerca, in questi anni di reinesance, patrimonio di gruppi che considero d´eccellenza nel panorama musicale italiano ed internazionale. S´è fatta elettrica ha preso il posto di romagna mia, è materia di festa, quella seria con le luminarie, le nocciole, i fuochi d´artificio. Elettrica, portata in quattro quarti da voci brillanti di signori e signorine, con giri di basso e di chitarra, fisarmonica, sax contralti e clarinetti. Gioia del popolo col vestito nuovo in parata di santi, in processione di bande che presto la suoneranno per accompagnare il patrono. Adesso non è più materia di cultori, è roba consueta, segno e lingua, impastata alla terra ancora una volta. Allora mi chiedo chi ha paura della pizzica? Perché esserne ossessionati, il Salento che elabora che scrive atti culturali, che è in cerca, che ha certamente lavorato per la rinascita cavalcando una moto che andava a sibili di tamburrello, continua il suo lavoro produce, guarda, propone. Dal mio riparo posso scegliere. A luglio Oronzo! E Irene? kermesse di artisti, operatori, politici e liberi pensatori che si sono confrontati con la necessità di dare luoghi alla cultura allestendo a Lecce una grossa collettiva di opere e relazioni all´interno dell´ex Convitto Palmieri. Neanche una pizzica suonata. Poi ho scelto il Progetto Egnatia. Lì era tutto trans-nazionale. S´è partiti il primo giorno in nave da Gallipoli, rotta verso Otranto. Il desiderio volto all´Albania che è comparsa nelle sale e nel giardino di palazzo De Donno a Cursi, in tracciati di diari video, in canti (melodie e ritmi anche salentini) con testimonianze di greci sefarditi, di curdi, di rom, di griki nostrani. L´oriente a noi prossimo, evocato in immagini e in racconti di vite che hanno richiamato la necessità di scorticare il filo delle unicità identitarie, per costruire un cortocircuito culturale capace di integrare esperienze, di segnare una lingua unica per comprendere il valore di una comune appartenenza mediterranea, materia sensibile volta alla bellezza, al rigore, alla umiltà e all´ascolto reciproco. Poi a Galatone è venuto il Cinema del Reale, c´era tutto un parterre di cineasti militanti, quelli che, come il maestro De Seta, macchina in spalla vanno a guardare da vicino storie, conflitti e incanti, per farne film che poca occasione hanno di farsi guardare. Negli intermezzi tra un documentario e l´altro la musica era la voce di Billie Holiday. In questi primi giorni di agosto ho scelto il Lua, il laboratorio urbano aperto che per il terzo anno si tiene a San Cassiano, un officina di progetto animata da architetti, urbanisti, agronomi, designer, videomaker, scrittori che si confronta in questa edizione con l´immensità dei Paduli, una zona di bonifica che si estende per km nel cuore del basso Salento, abitata da pastori e da ulivi secolari, da piante tipiche delle zone umide e da foraggio. Km. di natura segreta e magica. Qui la pizzica la senti archetipa nel riverbero continuo delle cicale che stordiscono, lasciando alla sera il canto ai grilli e a piccoli fuochi che sì, la pizzica la possono portare, con sbuffi di polvere sull´aia in contese amorose che mai osano mani. Adesso il tempo matura e l´ubriacatura può concedere spazio alla "frenesia del piede che batte", si fa Notte e i canti son mesi che provano anche loro al riparo sotto l´attento sguardo di mastro Ambrogio. Melpignano 27 agosto l´appuntamento! E mi chiedo chi e perché ha paura della pizzica? Chi ha paura di un evento che finalmente per la prima volta si pone il problema di non essere semplicemente un evento, che costruisce l´occasione di crescita per un ensemble di musicisti responsabile e capace che affina esperienze e vocazioni, che cresce le sensibilità e le capacità tecniche dei nostri interpreti, che elabora repertorio. La Fondazione che verrà a dare forma nuova alla Notte della Taranta, per la continuità che auspico è una delle stanze di un processo di crescita culturale che certamente ha bisogno di sedimentare pensiero, riflessioni e pratiche, incontrando e concertando differenze per concretizzare la sua valenza di leva culturale ed insieme politica che disegna sviluppo, benessere e qualità. Vi garantisco non c´è d´aver paura, basta scegliere, la Terra Salentina è di molte cose insieme.
tre di tre
Rossano Astremo Passeggiata paranoica tra le orbite narrative di Tommaso Pincio 
Sino ad arrivare, poi, al recente La ragazza che non era lei, nel quale tutti gli elementi della produzione precedente di Pincio continuano ad essere presenti, dalla derealtà del binomio spazio-tempo, alla catatonia sfibrante che vessa i suoi protagonisti, sempre troppo impegnati a rimuginare pensieri arzigogolati che inibiscono l’azione, ma con l’aggiunta di una costruzione narrativa più complessa, con la creazione di un intreccio a più livelli, mai lineare, sia ben inteso, ma totalmente e potentemente anfetaminico. Con La ragazza che non era lei Pincio costruisce un mondo possibile dove reale e irreale si interrano tra loro generando un’unica sostanza inseparabile, dove spazio e tempo abbandonano la loro architettura cronotopica, che nella consuetudine fa da ratio allo sviluppo dell’intreccio, dando vita ad uno spazio-tempo lisergico e omogeneo, nel quale si sublima a lettere cubitali il male oscuro che muove un nugolo variegato di figure attanziali disincarnate. Laika Orbit, ventiquattrenne dotata di grande fascino, beve tranquillamente la sua Coca Cola in un fast food. Le si avvicina uno strano tipo, con un ciondolo da far rabbrividire anche i peggiori denigratori del buon gusto e una maglietta con una complicata geometria che vortica su uno sfondo dai colori insopportabili alla vista. Laika accetta di salire sulla macchina dello sconosciuto e di fuggire con lui. Poi qualcosa si spegne. Laika è trasportata in una realtà bizzarra, nella quale tutto è ricoperto da una polvere che se leccata ti fa sballare all’inverosimile. Il tipo si dimostra più strano del previsto. È un uomo ossessionato dai calcoli matematici, che parla senza pronunciare le vocali, perché ritiene che sia più stimolante produrre nuovi lessemi staccandosi dalla consuetudine di una grammatica orticante. Poi arriva in un hotel, in una strana città, chiamata Cloaca Maxima, nella quale si produce solo merda. L’uomo ossessionato dalla matematica scompare, così, all’improvviso, senza una ragione, Laika senza di lui si sente persa, è l’unico legame che ha con quella realtà che non le appartiene, perché lei non si chiama Laika, perché lei non ricorda un cazzo del passato: "Per un attimo le è sembrato che la loro macchina fosse il centro dell’universo sconosciuto, il solo luogo localizzabile, l’unica cosa al suo posto, mentre fuori dell’abitacolo un’umanità intera non faceva che brancolare sena rendersene conto in un deserto buio dove tutto è sottosopra. Non è incredibile il senso di sicurezza che possono infondere la notte, una macchina in movimento, due fasci di luce puntati contro il buio e un po’ di silenzio tra due persone?". Ma il suo vero nome? Era felice? La sua famiglia? I suoi amici? Non ricorda un cazzo di niente. Laika senza il matematico che le fornisce il denaro non può pagare la sua camera d’albergo. Paga con il proprio corpo. Si fa stuprare da un dipendente dell’albergo e da un suo amico. Lei osserva tutto da una crepa del soffitto. Laika ha leccato la polvere rossa, quella che ti fa sballare come matti. Poi viene scagliata fuori, nei pressi dello studio di William Burroughs, investigatore psichiatrico, specialista in pedinamenti psicosomatici e ritrovamenti degli stati di coscienza. Ancora una volta Pincio utilizza il suo amato Burroughs, derealizzandolo (Burroughs scrittore nella realtà diviene Burroughs investigatore psichiatrico nel romanzo). Procedimento utilizzato per tutti i personaggi di Lo spazio sfinito. Burroughs è l’hombre invisible che mai compare nel testo. Aleggia la sua cattiva fama. Si dice che abbia voluto fare il figo mettendo una mela in testa alla moglie con l’intenzione di imitare Guglielmo Tell. Risultato: moglie colpita in pieno cranio con pistola di grosso calibro. In questo il Burroughs reale viene a coincidere con il Burroughs fittizio. Interpretano se stessi nel romanzo altri due mitici esponenti della Beat Generation. Ad un certo punto della narrazione si fa un salto nel passato, si parla di Kinky Baboosian, siamo in pieni anni Sessanta, movimento hippy al culmine del suo potenziale utopico. Kinky altro non è che la madre del folle matematico mangiatore di vocali. Lei, ribelle e libertina come molti in quegli anni, si ritrova vestita da coniglietta di Playboy lunga le strade del continente americano. E chi ti va a beccare? Ken e Neal e altri sballatoni, su uno strano furgoncino multicolore. Ken è Ken Kesey, che con le sue indigestioni pilotate di Lsd, psicolocibina, mescalina, peyote, e gli happening organizzati ovunque, apre la strada alla generazione hippy. Neal è proprio lui, Neal Cassady, il Dean Moriarty di On the road, chiamato da Kesey a guidare il furgone dei Merry Punkresters per migliaia e migliaia di chilometri nella ricerca spasmodica di un’esistenza più autentica. Cosa cazzo c’entrano Ken e Neal in tutto questo? Bene, a quanto pare ci sono buone probabilità che il padre del matematico con problemi di linguaggio sia proprio Ken Kesey. Ma visto tutti gli uomini che la madre Kinky si è scopata nella comune nella quale vivevano tutto assume la prospettiva nebulosa dell’incerto. E Laika che fine ha fatto? La narrazione, ad un certo punto, per analessi si volge indietro. Dalla terza persona iniziale che si sofferma sulle sofferenze inspiegabili di Laika Orbit, si passa alla prima persona, che altro non è che il matematico morto. Dall’oltretomba il matematico Zxyz, dal nome più simile ad un codice fiscale che ad altro, racconta la sua storia, la sua infanzia passata in una comune californiana, la sua passione per i calcoli impossibili, lo spostamento ad Amsterdam, la fine progressiva e inevitabile della chimera hippy, l’abbandono dalla madre, l’ossessivo infittirsi di numeri nel suo cranio, il ritorno della madre a distanza di anni, il sesso incestuoso che consumano, l’autoconvincersi che un senso di follia sembra impossessarsi di lui, anzi no, l’immedesimarsi con le vicende esistenziali di un certo K, matematico incarcerato per atti di terrorismo, che altro non era il primo ragazzo ad avere infilato le mani tra le cosce della madre molti anni prima, poi il precipitarsi degli eventi sino al congegno esplosivo che invade il finale. La scena del fast food iniziale ricompare. Laika Orbit, seduta. L’uomo che indossa la strana maglietta ora è steso per terra, colpito da un proiettile dietro la schiena. Un sogno, tutto un fottutissimo sogno. Per comprendere il salto in avanti compiuto da Pincio con il suo ultimo romanzo, consideriamo queste parole scritte da Giuseppe Genna, in un suo intervento apparso su I Miserabili: "In tempi di chiusura minimalista o intimistica, in epoca di sfiducia totale nelle storie e di ricognizione nella realtà supposta "oggettiva" per evitare di inventare, la fantascienza viveva di massimalismo, metafisica, assenza di lingua intesa secondo canoni esclusivamente stilistici, viveva della grammatica dell’invenzione dei possibili. Noi, ora, veniamo da quella. Non dal noir o dal thriller: Dalla fantascienza. Essa ha rodato l'armamentario per un passaggio di livello della narrazione: dalla storia alle potenzialità di ogni storia. Il cronosisma accettabile della finzione ucronica permette di giungere a un livello che tutta la letteratura degli anni minimi non si è mai sognata di raggiungere: è lo shakespearismo. La storia come occasione di altre storie. La grave meditazione sull'instabilità delle cose umane, della storia cosmica. La passione di Riccardo III per il potere, ma non secondo le modalità di un'equazione (Riccardo III = ogni potente): qualcosa manca sempre o eccede o è di troppo o arriverà chissà quando. Le possibilità rimangono aperte. Le porte restano spalancate: l'ultimo a uscire non le ha chiuse. È l’allegoria vuota e aperta che nel suo Dramma barocco tedesco prefigurava Benjamin. Due erano le strade: una l'ha percorsa Uwe Johnson, in quegli Jahrestage che, più passeranno gli anni, più risulteranno il Moby Dick europeo della letteratura che sta per sommergerci - e si tratta dell'impossibilità della ricognizione storica totale, nella scansione di continui buchi neri del racconto; l'altra strada la aprono gli italiani oggi e ha in Pincio (ma non solo in lui) un vertice impressionante - e si tratta dell’ ucronia realizzata nel disinteresse di quale tempo sia reale, concreto e storico. In ogni caso viene pattuita nuovamente l'alleanza tra lettore e scrittore: io, lettore, ti credo, nonostante quello che mi racconti sia incredibile. Il parallelo più naturale che mi viene da fare è questo: se siamo aborigeni australiani, di notte nel deserto, fuori, al freddo, tra animali aggressivi che ci puntano nel buio, e intorno a un fuoco c'è un anziano che stimiamo e che è l'unico del nostro branco capace di raccontare storie, pretendiamo a ogni costo che i suoi racconti abbiano un capo e un apice e una coda? Oppure ci va bene quello che ci racconta e ci incantiamo al suo racconto che, guarda caso, fa incantare davvero?". L’abbandono della determinazione di storie potenziali e il passaggio alla creazione di narrazioni in grado di contenere la potenzialità di ogni storia è certamente il contributo più innovativo che Pincio ha dato alla letteratura contemporanea. Non ci resta che attendere la sua quinta prova narrativa che, secondo quanto rilasciato in una recente intervista dallo stesso autore, parlerà di alieni. Sua terribile ossessione.
fine
due di tre
Rossano Astremo Passeggiata paranoica tra le orbite narrative di Tommaso Pincio
"Salito a bordo della minuscola navetta di controllore orbitale, Jack diede quindi inizio a un periodo della sua vita in cui avrebbe passato nove settimane a non far niente, se non starsene solo a guardare lo spazio dall’oblò per arrivare a capire che il Vuoto che gli era sembrato di riconoscere nella sua solitudine era, di fatto, il Vuoto là fuori e che lui non era andato avanti e indietro per niente, perché in realtà lui non era molto diverso da quelle Stelle che si sarebbero spente proprio come si sarebbe spento anche lui… un giorno, lontano da tutti, dal Vuoto". Siamo immersi nelle prime pagine di Lo spazio sfinito, il secondo libro di Tommaso Pincio, dove il Jack di cui parla il narratore onnisciente di terza persona altro non è che Jack Kerouac. Non, però, il Kerouac che tutti conosciamo, l’autore di Sulla strada e di I sotterranei. Lo spazio sfinito inizia con una dichiarazione non richiesta: "Questo libro è il frutto dell’immaginaria manipolazione di una storia mai accaduta", quella che vede Jack Kerouac andare in orbita nello spazio per conto della Coca-Cola Enterprise Inc., il suo amico Neal Cassady cerca di baciare Marilyn Monroe che fa la commessa in una libreria, e poi le succinte dichiarazioni d’amore al telefono a Norma Jean Mortensen, che vive nella celebre casa sulla cascata, moglie di Arthur Miller. Deliziose le incursioni di Neal Cassady con le sue chiamate negli orari più insoliti a Norma Jean, scambiata per Marylin, la donna dalla bocca specchiante. Ma questi personaggi dell’immaginario contemporaneo non rappresentano loro stessi, ma sono marionette svuotate del loro codice esistenziale realistico nelle mani dell’autore del testo che tutto proietta nel suo mondo dilatato. Ha scritto Marco Belpoliti: "Lo spazio sfinito è un libro autistico, la messa in scena di una storia che non ha nessun capo né coda, da parte di un narratore che per raccontare ha voluto munirsi di uno pseudonimo, darsi un’altra identità, proprio come si fa da bambini quando si gioca da soli e si dà voce ai personaggi della propria messa in scena: ai soldatini, alle bambole, agli oggetti. E questo è anche il tono di Pincio, che fa parlare i suoi eroi, le sue icone, per raccontare una storia intima nel modo più oggettivo possibile. È un libro che racconta i sentimenti, senza mai essere sentimentale, nell’impersonalità di un mondo popolato di manichini, esseri di carta bidimensionali che la voce del narratore, ventriloquo di grande bravura, trasforma invece in persone. Assomiglia a un lungo film, dove al posto delle immagini ci sono le parole, e i tempi verbali imperfetto, futuro anteriore, condizionale funzionano da motore delle vicende, fanno viaggiare nel tempo e nello spazio una storia perfettamente immobile. La grande capacità del narratore è qui: ha inventato una lingua per dipanare una storia-che-non-c’è". Tommaso Pincio purifica i nostri sentimenti, "passando dallo stato solido a quello gassoso senza transitare per il liquido", virgolettato ancora di Belpoliti. Ha realizzato così la resa narrativa del Vuoto Assoluto in cui si muove instabile la bolla gassosa della nostra sentimentalità. "Tutti sanno che il Vuoto Spaziale è muto. È un nero immenso di inconcepibile silenzio e la moltitudine delle Stelle, per quanto numerosa, non ce la fa a portare oltre i limiti dell’ineludibile il crepitare della luce".
Con il terzo romanzo, Un amore dell’altro mondo, Tommaso Pincio abbandona le platee minime di attenzione per raggiungere un numero di lettori cospicuo e degno di nota. Un amore dell’altro mondo è il romanzo che ha dato vita una volta per sempre al fantasma di Kurt Cobain. Attraverso la sconvolgente vicenda dell’amico immaginario del leader dei Nirvana, Homer B. Alienson, ci tuffiamo come in un caleidoscopio nella fine di un’epoca, con conseguente liberazione finale, lasciando che tutto passi via, con il suo carico di morte e di speranze perdute. Homer è uno sfigato che prima di conoscere Kurt, aveva deciso di non cedere alle lusinghe del sonno per un tempo smisuratamente lungo. Per diciotto anni Homer non ha dormito, per paura di essere rapito dagli ultracorpi. Tutto questo sino all’incontro con Kurt che gli ha offerto la possibilità di uscire dal tunnel asfittico della sua esistenza per abbracciare a piene mani il sistema. Il sistema salvifico offerto da Kurt a Homer è l’eroina: "Ma non fu così fin da subito. L’inizio fu blando, impalpabile, diffuso. Un sottofondo di paradiso. Un inizio tanto dolce ed evanescente da fargli sembrare che un inizio vero e proprio non ci fosse mai stato. Ripensò molte volte, in seguito, agli sfuggenti momenti degli albori, a quegli attimi pneumatici e dilatati in cui qualsiasi cosa, a cominciare dal tavolino davanti al divano, assumeva la consistenza di una forma di gommapiuma. Vedeva il mondo trasformarsi in gommapiuma dalla cima del mondo e tra il mondo di gommapiuma e la cima da cui lui la guardava, l’aria sembrava condensarsi in una pellicola protettiva che attutiva o ovattava l’offensiva solidità degli oggetti e la minacciosa ostilità del genere umano. Se mai era stato destinato a vivere momenti di felicità, quei momenti dovevano essere i primi tempi del sistema. Furono la sua età dell’oro, il suo paradiso perduto, il suo nirvana prima della morte". L’immobilismo della narrazione di Pincio, ossia la descrizione del nulla che è la vita di Homer soffocata dalla sua tossicodipendenza, è strattonato dal comparire larvale di una domanda: "E l’amore?". È proprio la ricerca dell’amore che condurrà Homer in un viaggio alla ricerca della propria donna, sino a giungere in una cittadina, Rachel, abitata da un numero finito di umani e indefinito di alieni, nella quale diviene l’attrazione principale grazie alle sue narrazioni sull’infanzia segnata a causa della sua paura di incontri ravvicinati con vite non di questa terra, sino al momento in cui Homer finisce le scorte di eroina conservate nella sua palla da baseball ed incontra Molly Resident, il suo amore dell’altro mondo, della quale s’innamora perdutamente. Ma le leggi dell’amore sono meccanismi complessi irrazionali, che sfuggono alle logiche di poveri tossici in preda a crisi irreversibili d’astinenza. Scrive Gabrielle Pedullà nel suo saggio su Un amore dell’altro mondo dal titolo L’amore ai tempi di Twin Peaks: "Persino la definizione di anti-eroe sembra troppo impegnativa per un personaggio come lui. In fondo gli anti-eroi della tradizione otto-novecentesca pativano soprattutto dell’incapacità costitutiva di raggiungere i propri obiettivi, ma anche se non riuscivano a realizzare i propri desideri, questi erano tuttavia ben presenti e la loro disamina occupava una parte consistente del racconto. Accogliendo la suddivisione aristotelica della volontà in scelta del fine (boulesis) e scelta dei mezzi (proairesis), si potrebbe dire che la malattia storica del "personaggio uomo" si sia accanita in un primo tempo soprattutto contro questa seconda, e che anche quando invece ha preso di mira la rettilinea logica sottesa al romanzo realistico, lo ha fatto prevalentemente per eccesso e non per difetto, accumulando desideri così confusi e molteplici da non poter essere in alcun modo soddisfatti. Per sottolineare meglio la sua indolenza e il suo rifiuto di partecipare, Boda/Kurt dovrebbe essere definito piuttosto un a-eroe. Nell’epoca del trionfo della psicoanalisi gli anti-eroi novecenteschi si distinguevano soprattutto per i loro atti mancati: il corpo non rispondeva più agli ordini impartitigli e sembrava andare per conto suo, le azioni sfuggivano a un disegno preordinato, lungo una traiettoria di cui gli atti gratuiti dei romanzi di Camus non erano che il necessario, estremo complemento. In entrambi i casi ad essere messa in crisi era la stessa relazione di causa e di effetto tra desiderio e azione, ma è significativo come questa crisi si traducesse sempre in una sorta di iperattività, in un sistema di gesti slegati o addirittura contraddittori rispetto alla volontà cosciente dei personaggi. Con un gioco di parole potremmo dire allora che gli a-eroi di Pincio si definiscono invece per i loro atti mancanti: per il rifiuto di fare questo o quello, per la risolutezza con cui non si lasciano integrare nell’azione narrativa, per la caparbietà con cui non accettano di condurre docilmente per mano il racconto, come qualsiasi lettore si attende da loro". Il lettore che si muove tra gli interstizi cadaverici delle pagine del romanzo non potrà far altro che provare strazio e dolore per la nullità d’intenti che struttura l’impalcatura narrativa, il lettore avrà un forte disagio nel poltrire in costrutti sintattici dove nulla succede, dove un uomo dal nome da cartone animato, dopo non aver chiuso occhio per diciotto anni, si droga per tutto il giorno fissando la televisione, il lettore avrà la mesta sensazione di essersi perso nel vuoto più assoluto, sì, ancora una volta lo spazio-tempo dei romanzi di Pincio, le coordinate cronotopiche che fanno da contenitore al ricamo della storia sembrano crollare su se stesse, generando una sorta di azzeramento del tutto. Scrive Christian Raimo in proposito: "Pincio si muove nella dialettica che è familiare a chiunque bazzichi qualche tipo di racconto: la dialettica apparenza-verità, con tutte le sue versioni (intreccio-disvelamento, convenzioni sociali-autenticità dell’individuo, coerenza di comportamenti-psicopatologia nascosta, società dell’immagine-realtà di tutti i giorni) e gli attribuisce quella nuova figura non più sperimentale, ma normale di dissociazione all’interno della mente: immagino un mondo che a sua volta mi contempla nella sua esistenza. Nel momento in cui si rompe l’incantesimo, apparenza e verità ricadono una sull’altra, distruggendo il senso della dialettica e se stesse, e cosicché non resta più nulla se non (si potrebbe dire) un vuoto zen. È questo ciò a cui in qualche modo aspira Pincio. Se il vuoto deve essere che sia un vuoto consolante, che sia per questo un vuoto raccontabile".
continua
uno di tre
Rossano Astremo
Passeggiata paranoica tra le orbite narrative di Tommaso Pincio

Aprile 1999. La GraficArte di Calvizzano, paese della provincia di Napoli, stampa M., il romanzo d’esordio dello scrittore romano Tommaso Pincio, per conto della casa editrice Cronopio. Sarà l’inizio di un percorso che da lì a qualche anno vedrà Pincio affermarsi come una delle voci più originali della letteratura italiana contemporanea, grazie alla produzione di quattro bizzarri oggetti narrativi (oltre al succitato M., Lo spazio sfinito, Fanucci, 2000; Un amore dell’altro mondo, Einaudi, 2002; La ragazza che non era lei, Einaudi, 2005) nei quali l’azzeramento della tradizione narrativa italiana a lui antecedente, unito ad un culto feroce per la letteratura americana, dai folli viaggi reali e psichedelici degli scrittori della Beat Generation alle nervature scoperte della fantascienza di Philip K. Dick, passando per l’orditura totale delle strutture narrative postmoderne di Thomas Pynchon (dal quale lo pseudonimo dello scrittore romano) , e mixato con la passione per la musica rock (il grunge di Kurt Cobain, le sperimentazioni dei Radiohead di Thom Yorke, e, andando a ritroso, il demonico stridere della new wave targata Joy Division o le partiture acide dei migliori Pink Floyd) saranno i tratti distintivi di una poetica sui generis.
Partiamo da una premessa. Ogni costruzione narrativa cerca di tracciare un mondo possibile che rispetti le caratteristiche della coerenza e della coesione e che presenti una condizione oscillante di minima o massima dissomiglianza rispetto al mondo reale. Ora, soffermandosi sulla narrativa italiana contemporanea, i romanzi di Marco Philopat, autore della trilogia sulla controcultura italiana, Costretti a sanguinare, La banda Bellini e I viaggi di Mel, tutti editi da Shake, sono cortocircuiti semiotici plasmati in una quasi perfetta sintonia con il mondo reale. L’utilizzo delle registrazioni, il lavoro di sbobinatura successivo e il conseguente lavoro di montaggio e riscrittura producono una sorta di specchio che riflette le storie e vicende reali, alla base del lavoro narrativo dello scrittore. Tommaso Pincio, invece, prende la realtà, la capovolge, la shakera, generando mondi possibili alterati e tossici, entrando nei quali il lettore dovrà necessariamente scendere a patti con l’autore fidandosi totalmente di lui, facendosi trasportare per mano e sospendendo inevitabilmente l’incredulità. Scrive a questo proposito Gabriele Pedullà su Il Riformista del 18 maggio: "Ci sono parecchi motivi per assegnare a Pincio un posto di tutto rilievo nel panorama letterario contemporaneo, ma qui mi preme segnalarne soprattutto uno, il fatto cioè che i suoi romanzi si presentino come delle macchine verbali ostinatamente intraducibili in termini di esperienza vissuta. Cercherò di spiegare attraverso un esempio celebre, Il giro di vite, cosa intendo con questa virtuosa intraducibilità, che in nessun modo deve essere confusa con quella della poesia lirica e in genere delle opere che fanno fatica a trovare un corrispettivo in un’altra lingua. Sappiamo dire con esattezza che cosa succede realmente nel racconto di Henry James? Che cosa hanno visto per esempio i bambini? E come bisogna giudicare la testimonianza della governante? Tutti i lettori di James prima o poi si sono posti questo genere di domande. Tuttavia ogni tentativo di riassumere gli eventi optando per una soluzione piuttosto che per un’altra (l’esistenza di fantasmi, la "colpevolezza" dei bambini, la malattia mentale della voce narrante…) implica di "completarlo" con un’interpretazione che si impone dall’esterno, introducendo nel racconto una serie di elementi a esso estranei. Per quanto insomma possa essere divertente e persino istruttivo vedere dove ci conduce ciascuna di queste soluzioni, Il giro di vite vive soltanto nell’indecidibilità costitutiva tra le diverse ipotesi. Da cui il malessere e lo smarrimento, ma anche il fascino, di quelle pagine.
Per Pincio, il quale verosimilmente condivide con James l’idea che il romanzo sia anzitutto una finzione verbale pensata per porre delle domande assai più che per offrire delle risposte, si può affermare qualcosa di molto simile. Con gli anni la propensione onirica dei suoi intrecci è andata crescendo — a patto però di alludere con questo aggettivo agli interrogativi che i sogni ci costringono a porci sulla verità delle nostre esperienze diurne (Cartesio docet) e non a un universo separato in cui dominano le libere associazioni".
In principio fu M., quindi. Ore 00.57 del 22 giugno 1969, nella futuribile Neu-Berlin, metropoli interamente ricoperta da un Grande Vetro che la isola da resto del mondo, Ricard De Kaard, cacciatore di "stencil", ossia di particolari esseri umani, sosia quasi perfetti di altre persone, inconsapevolmente riprogrammati per uccidere, sta per incontrare il suo destino. Nell’intervallo di tempo di un minuto dovrà prendere la decisione più importante della sua vita, perché lo stencil che dovrà eliminare questa volta è la replica della donna che ama, Infrarot. E se sbagliasse uccidendo la vera Infrarot? Poi dovrà partire subito per Roma: il suo prossimo compito è l'eliminazione di un "pre-stencil", cioè di una persona il cui codice genetico risulta perfettamente congruo a una futura "stencilizzazione". Il nome del pre-stencil è Tommaso Pincio. Ha scritto Andrea Cortellessa, in una recensione apparsa su L’Indice: "Basti dire che il piano temporale datato 1969 si intreccia - nell'arco del testo, tutto compresso entro un malinconico Aleph, la "sfinita estensione" del minuto cruciale in cui De Kaard dovrà prendere la sua micidiale decisione - con almeno due altri intrecci, datati rispettivamente al 1928 e al 1957. Piani temporali analogamente deformati, naturalmente, rispetto alla realtà storica. Molti di quelli che hanno durato la fatica di seguirmi fino a questo punto avranno già del resto riconosciuto le trame, intrecciate fra loro, di due classici di Philip K. Dick: l'ucronia esistenzialisteggiante e hippy di La svastica sul sole e il neopirandellismo, glamourosamente high tech e gnosticamente patetico, di Cacciatore di androidi, da cui naturalmente Blade Runner di Ridley Scott, 1982 (…) Ma il modello più ravvicinato è il magistrale V. (di Thomas Pynchon, nda) echeggiato sin dal titolo (il quale richiama però anche la "sostanza M", il mortale allucinogeno di Scrutare nel buio di Dick". Un nugolo nutrito di citazioni, per la costruzione di un mondo alternativo, dove i piani temporali s’incrociano e si risolvono come nella migliore fantascienza americana, nel quale il lettore potrà individuare le schegge taglienti del nostro mondo e del nostro oggi. Un edificio scritturale complesso, un puzzle impazzito nel quale Pincio, attraverso un metodico proiettarsi tra i pensieri del protagonista Ricard De Kaard, innalza geometrie perfettamente incastonabili, dove a rifluire sono le voci di autori da lui tanto amati: "Un tempo ero giovane e incerto e facevo enormi preamboli e parlavo in continuazione e avevo buone ragioni per tutto, ma non mi decidevo mai in niente. Insomma: arabescheggiavo". Queste parole, attribuite a Ricard De Kaard, altro non sono che le prime righe di I sotterranei, secondo romanzo di Jack Kerouac, scelto da Pincio come protagonista di Lo spazio sfinito, il suo romanzo successivo.
continua







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