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"questa cosa che non è un racconto"

di vertigine (18/08/2005 - 11:58)

 Rossano Astremo

La poltiglia

 

(L’idea di “questa cosa che non vuole essere un racconto” per rispetto della forma narrativa breve è nata domenica 7 agosto durante l’incontro pubblico tenuto dal sottoscritto insieme a Giulio Mozzi all’interno della rassegna “Quattro passi dietro al toro” organizzata da Livio Romano. Mozzi, parlando dei dattiloscritti che gli giungono in lettura per Sironi si è soffermato su una cospicua percentuale di testi che iniziano con questa scena del risveglio. Io, che sono un narratore discontinuo e poco originale, non avevo mi pensato ad un incipit del genere. E quindi ecco qua “ questa cosa che non vuole essere un racconto”)

nota dell’autore

“Questa cosa che non vuole essere un racconto” è opera di fantasia. Nomi, personaggi, luoghi e avvenimenti sono il prodotto dell’immaginazione dell’autore o, se reali, sono utilizzati in modo fittizio. Ogni riferimento a fatti realmente accaduti o a persone viventi e scomparse è del tutto casuale

“Ti inculo?”
“Sì”
William Burroughs, Il biglietto che è esploso, Sugarco, 1991, pag. 109

Bagliori di luce entrano attraverso le piccole fessure di persiane sfuocate dall’usura del tempo. Oltre il vuoto che s’apre all’esterno, nell’organica muratura che struttura la piccola stanza, macchie solari s’adagiano in proiezione d’apertura nella totalità dello spazio. Gli occhi di Giulio sono cementati da quello schifo appiccicoso che si forma lungo la linea il cui slargarsi offre il dono della vista. Giulio percorre la fase più tormentata del suo lungo sonno. Con il volto proiettato nel centro molle di un cuscino dal sapore di bile canina, Giulio è nell’oltretempo, nell’oltrespazio, in quella zona della mente dove gli accadimenti sono piume che s’incrociano in un preciso meccanismo di causalità sfangante, nella terra incolta dell’onirismo più spinto, quello che ti attanaglia nelle ore che precedono il trauma colloso della levata obbligatoria. Giulio è seduto su una poltrona in pelle rossa, ha le gambe divaricate, il pene in erezione, lungo l’estensione arcuate dei suoi arti inferiori è genuflessa una mora niente male, con tutti gli attributi al suo posto, culo sodo, tette soffici, fica avvolta da peluria folta e arruffata, chioma fluente che s’adagia su una spalla spigolosa, lineamenti morbidi che, riflessi attraverso lo specchio posto affianco l’armadio in legno misero, sembrano riecheggiare poster che campeggiano in riviste patinate. La situazione è allettante. Il pene di Giulio si trova a pochi centimetri dal volto della ragazza. È eretto, sodo, lungo. Traspira un odore acido e caldo. La punta è arrossata. La ragazza è di poche parole. Se lo appoggia sulle labbra, inizia a leccarlo in punta, poi scende ingoiandolo quasi completamente. Sale e scende con le labbra incollate succhiando, Giulio geme mentre le preme la testa contro l’ammasso sbilenco di tessuto organico. Pochi istanti, un fiotto di sperma caldissimo sta risalendo da un punto sconosciuto posto all’interno di Giulio. Pochi istanti ancora e gli angoli della bocca della mora saranno smarginati dallo sperma di Giulio. Suoni devastanti che incutono timori notturni, tensioni del corpo in anelli genitali, vibrazioni smorzate come di panni bisbiglianti si levano dalla forma ammucchiata, il sogno rabbrividisce ancora nella luce lattiginosa dell’alba, la camera si riempie di fiocchi bianchi di cuscino soffiati fuori da un nido d’insetti conico di gesso, Giulio rotola in una palla fetale di sonno, larvale faccia erogena che spruzza fuori attraverso l’orgasmo, odore spettrale di nuda gente fantasma, giustapposizioni di luce che flettono il sogno, ritorno di suoni stridenti, bolle di memoria subacquea gli esplodono nel cervello, la sveglia divampa nel suo ticchettio anale, Giulio si proietta nel budello viscerale che separa il conscio dall’inconscio, “La sveglia!” borbotta, dolce mora sparapompini svanisce e sanguina sull’ultimo terrazzo del giardino della mente, “La sveglia!” e poi imprecazioni, si tocca il pacco, nascosto dietro l’esile tessuto di un pigiama eroso dall’accumulo del tempo, si muove alla cieca alla ricerca della causa che disperde l’impero dei sensi, mani cavalcano vuoti cubi di spazio, mani si proiettano verso il basso, parola che cade, tempo che cade, foto che cade, sveglia che cade, cessa il ticchettio anale, cessa il contagio improvviso di voci che urlano in un torrente continuo. Giulio è ancora  a letto. Cerca di aprire gli occhi. Una poltiglia giallastra che gli sutura gli occhi gli impedisce di scorgere le ascisse e le ordinate lungo cui si struttura la bolla nera della sua camera. “Ancora questa poltiglia del cazzo!”, esclama Giulio. Malattia della sequenza di immagini.

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di vertigine (18/08/2005 - 11:55)

“Nelle utopie del Sud e del Cinema”, recente pubblicazione di Vincenzo Camerino

Cinema, ossessione meridiana

di Rossano Astremo

Il cinema come esperienza, totale, come ossessione che stana i mali dell’esistere, come cortocircuito che scoperchia logiche di potere che dovrebbero essere estranee al meccanismo della creatività. Leggendo l’ultimo libro di Vincenzo Camerino, “Nelle utopie del Sud e del Cinema – La vita, le passioni, le speranze”, edito dalla nascente casa editrice Libreria Icaro Editore, si rimane spiazzati. Per delle ragioni semplici, oltretutto, perché ciò che spiazza è la purezza del sentire con cui Camerino, critico cinematografico e docente di Semiologia e storia del cinema presso l’Università di Lecce, comunica la sua vita donata al cinema e, nel contempo, il suo aperto dissentire, contro ogni logica del politically correct,  verso tutti coloro i quali cercano di gambizzare il sogno del vivere facendo cultura. Camerino unisce questa purezza del sentire ad una prosa difficile, magmatica, barocca, cifra stilistica della sua scrittura, che sovraccarica la lettura, ma che a tratti affascina per la sua estraneità alla norma: “Effusioni filmiche che si incrociano a getto inesplorato “nella circolarità” della new wave salentina; più volte, però, senza un minimo di adempiuta programmazione. Alla selvaggia rincorsa di un “posto al sole” più per insulse apparizioni con aggiustato presenzialismo mediatico che non per un sentito approdo d’insieme. Ci si avvicina ad una kermesse informativo - consumistica che non ad una razionale prestazione espositiva per il pubblico. Confusioni, sovrapposizioni, calendarizzazione babelica si addicono più al pendio dell’impatto con il musicale (cult rock, e diramazioni) che non con il cinematografico”. Perché di una cosa Camerino è sicuro, ossia delle potenzialità che il cinema e la cultura del Salento e dell’intero Sud stanno producendo in questi ultimi anni. E quindi si sofferma con analitica visionarietà su Cirasola, Pozzarese, Rubini, Placido, ma anche sulle esperienza più recenti di Edoardo Winspeare, Alessandro Piva e del collettivo Fluid Video Crew, autori nel 2003 di Italian Sud Est : “Elementare, caro Watson! Nostra Signora dei Turchi del compianto e geniale Carmelo Bene, Sangue vivo del giovanile Edoardo Winspeare e Italian Sud Est del fluidificante e videante equipaggio: tre filmazioni, pur con disparità sintattiche, di considerevole fattura artistica. L’ultima, in ordine cronologico, riassesta e risana parecchi organi dell’essere ancora vivente, avvolge e riveste il cinema italiano di popolare (e militante) spiritualità, ormai negletta e dissipata nelle maglie del servaggio (piccolo o meno che sia) e del mancamento pulsionale”. Camerino, in questa sua discesa negli inferi della creatività meridiana non lesina nomi, navigate e nascenti compagnie teatrali, scrittori in erba e scrittori sugli allori, videomaker, musicisti ed artisti, tutti sono chiamati in causa nel tentativo di dimostrare che si può parlare davvero di “rinascita culturale”, ma con le dovute attenzioni: “In molteplici “paesi” del Sud si prende nota della mancanza di una direzione programmatica delle ideazioni e del consequenziale a gire. Nella leggiadra Lecce, poi, la su indicata carenza è visibile subitamente, pur nell’ambito di una fioritura di iniziative. Si registra un lauto dinamismo, tuttavia non coordinato e organico, né da parte dell’associazionismo di base e universitario, né (colpa maggiore) dall’ente locale”. Camerino non risparmia frecciate agli enti locali. Il suo timore è che una organizzazione non puntuale e un utilizzo non programmatico delle risorse da destinarsi alle attività culturali possano gettare polvere sul movimento creativo presente nel nostro territorio. “Nelle Utopie del Sud e del Cinema” è un testo di critica militante, nonostante il fatto che Camerino sia un docente universitario, a tratti imperfetto, a causa di alcune digressioni debordanti dell’autore, ma certamente un buon vademecum per chiunque voglia farsi un’idea sullo stato attuale del cinema, e non solo, nel nostro Sud.

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