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tratto da vertigine 5

di vertigine (26/08/2005 - 11:56)

attendendo il sesto numero di Vertigine posto questo racconto di Claudio Morici uscito nel precedente numero

Claudio Morici

Copisteria

Prima di darlo al pubblico, prima di darlo al giornalista o al critico ammanicato, prima ancora di darlo agli editori, o meglio agli stagisti degli editori, e ancor prima di darlo all’amico, all’amica, alla donna o all’uomo che ti ha salvato la vita, al collega bravo, a quello meno bravo che però può apprezzare, addirittura prima di darlo alla mamma, al papà, alla professoressa di lettere delle medie, all’impiegata della Siae… Prima di darlo a chiunque altro, ogni scrittore dà il proprio libro alla copisteria. Per fare le fotocopie. È una regola, non si scappa. Altro che caffè letterari: gli scrittori, che siano bravi o meno bravi, frequentano le copisterie. Io non faccio eccezione, anzi. Prima di pubblicare, ho scritto quattro romanzi illeggibili e un saggio sulle droghe psichedeliche, li ho spediti ognuno a una media di tredici editori, per non contare le persone a cui l’ho fatti leggere. Una cosa è certa: finora ho speso più soldi in fotocopie di quanti ne abbia guadagnati con i miei libri. Molti di più. In compenso ora so il fatto mio in campo di copisterie, almeno nell’area romana. San Lorenzo, Piazza Bologna, San Paolo, ecc… Sempre vicino alle Università, costa di meno, questo lo sanno tutti. Ma se cominci a frequentarle per i tuoi scritti, e se ti guardi un attimo intorno, voglio dire, se consideri le copisterie non come uno spazio di passaggio tra un romanzo e l’altro ma come un luogo in cui si sta, come un pub, una libreria, un posto di lavoro, ecc.., non solo ti accorgi di certe cose, ma ti succedono certe cose. Le copisterie sono posti strani. Molto strani. A me un giorno è accaduto un episodio incredibile. Non so neanche come raccontarlo. Credo che tutto è nato dal fatto che, uno come me, a fare le fotocopie c’è andato prima come studente e poi da scrittore di merda. Non è stato facile tornare ad aspettare in fila. Accanto a universitari del cazzo (proprio come lo ero io), a leggere annunci di camere in affitto, corsi di inglese, cellulari di studenti giapponesi che vogliono fare conversazione, pacchetti di sbobinature già sottolineate, motorini mezzi rubati e full immersion di Didgeridoo in provincia di Arezzo. Ma anche nei quartieri universitari le copisterie possono essere molto diverse tra loro. Ci sono le copisterie stile "laboratorio di analisi", bianche, nuove con la tipa bionda che indossa il camice e sorride solo alla fine. Quelle "a batteria di polli", dove una decina formazioni macchina- studente risparmiano 0,005 euro a foglio, con il proprietario che contratta per una tesi di contrabbando. L’opposto di quelle "ho aperto ieri" dove il tipo inserisce di persona una fotocopia alla volta perché ha paura che zompi tutto. Le copisterie "underground", invece, sono sempre più diffuse: prendi una cantina che dà sulla strada, ci metti le scale, dipingi i muri, paghi un albanese metallaro ed è fatta. Le più istruttive sono quelle "che hanno fatto i soldi", forse per l’avveniristica tecnologia delle macchine, forse perché puoi chiacchierare col proprietario, ammirare la sua Fiat coupé, innamorarti di sua moglie, notare che viene solo mezza giornata e prenderlo come modello di vita. Ma anche questi sono aspetti superficiali. Niente a che vedere con il segreto di ogni copisteria: quel qualcosa che riguarda il copiare, il ripetere, l’essere uguali ma diversi. Sono convinto, perché l’ho visto con i miei occhi, che la gente che lavora da anni in copisteria ha acquisito una sensibilità fuori dal normale. Quello che mi è successo lo dimostra, tutto è nel raccontarlo, nel raccontarlo bene. Ma non è così facile. Probabilmente questa sensibilità dipende dal fatto che fotocopiano anche romanzi inediti. Migliaia, milioni di romanzi, almeno mille volte più di quanti ne vedono le tipografie, no? Per uno che lavora in copisteria fotocopiare un romanzo è come, per un creativo della Saatchi & Saatchi, fare una campagna pubblicitaria per i bambini massacrati in Ruanda. Si sente buono, bravo, creativo. Quando gli consegni la tua opera, colui che lavora in copisteria fa finta di niente ma sbircia. Eh sì, sbircia e si sente complice. Una volta una ragazza del tipo "laboratorio di analisi" mi ha detto di tornare dopo due ore. Torno e mi consegna le copie del mio romanzo aggiungendo: "forse l’incipit è troppo autoreferenziale, ma il resto va bene". Non sapevo se essere contento o denunciarla per qualche reato. Un’altra volta, vicino al De Lollis, mi hanno fatto una specie di interrogatorio: "A chi lo devi spedire? Per posta? Lo deve leggere più di una persona? Di che parla?", come se il loro intervento tecnico fosse determinante per la pubblicazione. Per non parlare di quel ragazzo che lavora alla copisteria di via degli Apuli. Ha preso il mio blocco di fogli e l’ha messo in una macchina enorme: "Senti? Lo senti?" e io: "Che?", e lui: "Ta, ta, tata, ta ta tata. E’ un 3/4". Aveva ragione, la macchina teneva il tempo perfettamente:"E’ un tempo fusion, te lo stampo così perché si sposa bene con il tuo ritmo narrativo". Fosse solo questo. In copisteria si giocano problematiche e competenze ancora più strane, quasi esoteriche. Se ci pensi, loro moltiplicano il pane e il pesce. E sono tutte illegali, sebbene continuino a esistere, come le sette sataniche. Tutto ciò me l’ha fatto capire quell’episodio a cui ho solo accennato. Impossibile da raccontare, come ogni esperienza di un certo tipo. Bisognerebbe trovarsi lì, in quel momento. E non sarebbe nemmeno lo stesso. Comunque voglio provarci. Dunque, mentre sceglievo la copisteria più adatta a Matti Slegati, il romanzo che poi mi hanno pubblicato (non deve essere una coincidenza), incappo in un posticino della tipologia "ho aperto ieri" vicino viale Marconi. Penso che va bene, così fa tutto lui. Entro e consegno le fotocopie a un uomo normalissimo. Lo vedo e non ha nulla di particolare. Pensandoci ora, proprio questo avrebbe dovuto insospettirmi. Gli do il mio scritto, col quel brivido che conosce chi scrive: "è passato una altro anno. Ancora mio padre mi paga l’assicurazione della macchina, ecc..". A questo punto vedo lui. Ha sotto braccio un libro e sta raccogliendo le fotocopie. Avrà 19 anni, capelli lunghi legati col codino, giacca di pelle nera, pantaloni rossi. E soprattutto sguardo assonnato, come se si fosse alzato ora, come se dicesse: "non ci capisco un cazzo di quello che mi dici ma sono un artista". Insomma, giuro, è identico a me dieci anni fa. C’ha pure il pizzetto. E’ spiccicato, una fotocopia. Istintivamente mi avvicino. In preda a una tempesta emotiva, penso che devo dirgli moltissime cose. "Scappa, scappa! Lascia stare ‘sta nazione di merda, ‘sta città di merda, ‘sta letteratura di merda, scappa, hai diciannove anni e sei ancora in tempo…Ecco guarda me. Vuoi diventare come me? Guardami in faccia e renditi conto". Per un attimo penso quasi che gliel’ho detto, mi sto commuovendo, sembra uno psicodramma. Lui apre il portafoglio. Un flash dalla fotocopiatrice accanto mi acceca, l’hanno fatta partire senza abbassare il sopra. Cazzo è il mio, quel portafoglio è il mio indistruttibile Invicta blu. C’è pure la tessera dell’IDISU, le Rizla e la montagna di scontrini che non butti mai. Il ragazzo comincia a rovistare. Lo vedo leggermente preoccupato. Finalmente mi guarda.

"Scusa non è che mi presti dodici euro?"

"Dodici euro?"

"Sì, pensavo di averceli e ormai ho fatto le fotocopie. Centocinquanta pagine, dodici euro".

"Chiedilo al tipo della copisteria, no?"

"Sì, capirai!"

"E perché te li devo prestare io?"

"Dai, te li ridò, è matematico".

"…Che libro è?"

Mi dice il titolo. Una minchiata, uno di quei libri sconvolgenti che mi hanno rovinato la vita.

"Fammi vedere quanto ho".

Non voglio darglieli. Gli farò il pezzo che non ce l’ho neanche per me. Apro il mio portafoglio, con un certo orgoglio: quello di ora è più bello, nero, di pelle. Me l’ha regalato la mia ex ragazza, una che ha capito tutto della vita. Conto i soldi: dieci, dieci e cinquanta… La fotocopiatrice davanti a me lampeggia, deve essere andato in riserva l’inchiostro. Undici, unici e diedi…Dodici. Con gli spicci sono esattamente 12 euro, proprio quanti me ne ha chiesti. Glieli do spaventato, veramente spaventato.

"Grazie, tanto te li restituisco, no?"

Se ne va con la busta di plastica bianca. Mettendosi le cuffiette mentre attraversa la strada, proprio come facevo io.

Arriva il tipo della copisteria, mi guarda e fa:

"Dunque, per lei sono…."

Prende il blocco dei fogli e gli da’ due botte per lato, sul tavolo, come un mago con la bacchetta magica. Un altro lampo della fotocopiatrice.

"Anche per lei dodici euro. Gliele rilego a spirale?"

Gli dà due botte per lato, sul tavolo, come un mago con la bacchetta magica.

Un altro lampo della fotocopiatrice.

"Anche per lei dodici euro. Gliele rilego a spirale?"

Come un mago con la bacchetta magica. Un altro lampo della fotocopiatrice.

"Anche per lei dodici euro. Gliele rilego a spirale?"

Claudio Morici ha pubblicato Matti Slegati (Stampa Alternativa, 2003), Derrumbe. Il fungo ha magiato me (Valter Casini Editore, 2004) assieme a Claudio Parentela. Sempre nel 2004 per Valter Casini editore ha curato l’antologia Teoria e tecnica dell’artista di merda

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