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un grande

di vertigine (31/08/2005 - 10:56)

Però tornare

di Emilio Villa (1914-2003)

tratto da www.nazioneindiana.com

Però tornare a casa soltanto per pietà,
andare e ritornare per civile sollecitudine,
quasi per sola cortesia, e riudire in strada
la giovinezza, o nella mente, che esclama
«dammi una libertà, dammi anche tu
la pace, dammi la pace che non posso»

e dunque ricordi, a ricordare con l’usato
strepito della polvere sui frasconi, odore di barzuola
sulla pelle del taxì, e ricordare
il palpito vano di strade orbe di bambini perché piove,
e il fiato speciale di ciascuna donna, quando
torna su in gola, e sempre il palpito

degli anni difficili, e l’opera segreta
nei baleni del polso, ed i veleni nella brezza
dei colori in città

e dunque molto ricordare in questo modo
come tu sei solo, il grande confidente, e una semenza,
una parvenza alitante a titolo d’insensata tenerezza
sui girasoli di celluloide o in mezzo a civiche
sollecitudini, tra un pensiero e l’altro,

uno che cammina per la strada solo, e sente
la giovinezza che gli esclama : «dammi la libertà»
e questa sorte chiusa nel gran lume della sorte,
e «per te, per il tuo corpo, ormai non c’è già più sviluppo»

e rispondere : «libertà, spendimi, spreca,
sprecami tutto, libertà, che forse
i nostri defunti di lassù lavorano
guadagnano risparmiano per noi,
i nostri defunti di lassù»

e credo di ricordare
così le nostre navigazioni nel corso della polvere,
e il lenzuolo che sbatte sopra gli altipiani…

Quaggiù presto finisce, e il vivere
comune naviga a galla, così usato,
e che una vita sopra la bilancia
delle due mani pesa appena appena,
quasi niente, come una mancia onesta
e misurata, e a me mi pare

a volte quella polvere sui fari poco accesi
negli scali o nei pubblici posteggi
alla nebbia dei piazzali, quale inane
e fiera libertà!

Tra vivi e morti siamo ancora
in molti, qui, e siamo il docile
pane per tutte le moderne fantasie del millesimo,
almeno quelle tante che mirano alla caligine
blu delle nostre quotidiane navigazioni;
e tale gente

ospite di riguardi e d’irruenze, tale gente,
a furia di pensieri di pane di saliva,
chiudendo e spalancando porte e porte
sull’orlo delle ringhiere popolari;

tale gente chiedeva ai calendari le domeniche
e i rossori, domeniche e scalogne, tale gente
chiedeva alle sue tempie

quell’ozio che consuma piano,
e le sue varie conseguenze; e tale gente,
così viva, e c’è chi dice : «la conocchia

la conocchia con un fil di lana, e con la frusta
usino i governi al giorno d’oggi, e labili
e labili promesse in vario elenco e tono assurdo
e labili promesse ben nutrite sopra l’orlo
delle ringhiere ruggini, come rapaci
come rapaci cavallette…»

ma un posto sottovoce anche per me in questa magra
generazione degli uomini naturali, o dove possa
carezzare la testa dei pedoni milanesi
in una volta sola, prima che colmi
la sua ringhiera e affolli, un posto qualunque,
un posto a occhio guercio, un posto in croce

e tra le donne : forse conosco poco
quello che giova, il prezzo, la roba, e nutro
con me solo questo braccio e questa bocca

spensieratamente; a titolo d’insensata
tenerezza. Ebbene, anche se non mi tocca,

ebbene, guardami per ora nella polvere
tenera dei capelli : la primavera è lunga
meno di uno sguardo adorabile, e farò pasqua
con una musica americana, farò i miei fatti,

farò : celebrando magari gli uccelli intristiti
che non possono tornare, nemmeno per cortesia,
nemmeno per fedeltà tornare verso il nord, e qualche
povera legislazione che ritarda
da tanto tempo, che trafela.

[tratto da Oramai (1947), in Giacinto Spagnoletti (a cura di), Omaggio a Emilio Villa, Roma, Fondazione Piazzolla, 1998, fuori commercio]

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