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di vertigine (02/11/2005 - 10:47)

E' vero si richiamava al passato, ma non era un reazionario. Era la sua arma contro il presente
Petrolio, visioni del nuovo impero
di Carla Benedetti



Solo oggi si incomincia a capire appieno l’ultima produzione di Pasolini. Non negli anni ‘70 quando fu ucciso. E nemmeno negli anni ‘80, quando si è diffusa un’idea di letteratura e di espressione artistica tutta ripiegata manieristicamente dentro alla propria sfera specializzata, destinata alla produzione di “esperienza estetica”, o di narrazioni mimetico-sociologiche della “realtà”. Per quell’arte recintata, privata quasi per statuto della possibilità di aprire altri sguardi sul mondo, Pasolini incominciò a sentire, negli ultimi anni della sua vita, una profonda avversione, tanto da dichiarare di non essere più un letterato e di scrivere fuori della Letteratura. E infatti quell’ideologia l’ha espulso. Nei suoi circuiti convenzionali non c’era posto per un artista che addirittura pretendeva, con il suo stesso atto di scrittura, di “agire nel mondo” e di modificarlo. Queste sue “anomalie estetiche” si incominciano invece a capire e a apprezzare oggi.
Ma anche la sua opposizione alla società del tardo capitalismo e le sue analisi del potere (da cui quelle anomalie estetiche non sono del resto separabili), mi pare che rivelino solo oggi tutto il loro potenziale critico. Compresa la sua colluttazione con l’Italia, paese caratterizzato da un mescolanza micidiale di conformismo e di politica criminale, di cinismo e di blocchi di potere, di connivenza di chi dovrebbe fare indagini e non le fa, e di intellettuali che non vogliono vedere o sono pronti a tacere.
Negli ultimi anni della sua vita, mentre scriveva Petrolio e i noti articoli sul Corriere della sera, i contemporanei continuavano a considerarlo un “romantico”, un apocalittico nostalgico innamorato di un passato che non c’era più. E furono anche gli intellettuali di sinistra a leggerlo in quel modo, a volte dandogli addirittura del “reazionario”, in quanto detestava lo sviluppo e tutto ciò che era espressione di un mondo tecnologicamente avanzato. Queste etichette sono state usate contro di lui anche in tempi recenti. Persino Toni Negri, in un’intervista di qualche anno fa, gli rimprovera di rimpiangere il mondo contadino, e di andarlo a cercare nei paesi del Terzo mondo. E' vero che Pasolini si richiamava al passato. Nella nota poesia che fa leggere a Orson Welles nel film La ricotta dice addirittura di essere “una forza del passato”. Ma è anche vero che il passato è stato la sua arma critica contro il presente. Alla stessa maniera in cui è il passato a dare forza critica alle visioni che ancora ci giungono dalle culture distrutte dall’Occidente, dalle narrazioni luttuose degli aborigeni d’Australia, degli indiani d’America, e da tante altre postazioni perdenti della Storia. Il fatto di aver perso non diminuisce la forza critica del loro sguardo “altro”. E Pasolini è stato forse l’unico intellettuale italiano a inserire questo punto di vista radicalmente antropologico nella critica dell’assetto del mondo cosiddetto (forse impropriamente) “postcoloniale”. Pasolini aveva una concezione adialettica e antiilluminista della storia, fondata sull’idea, per molti suoi contemporanei inaccettabile, che tutto si stratifica e niente si cancella.
Anche di questo noi possiamo oggi misurare la verità. La realtà odierna non ha mai “superato” né i miti né gli strati preilluministici della civiltà. Lo vediamo ogni giorno nella capacità incredibile che la società occidentale dimostra di potersi intrecciare con l’arcaico, con ciò che pretendeva di aver oltrepassato e che invece sopravvive, e su cui oggi vanno a innestarsi nuovi e più terribili poteri. Persino la schiavitù è ricomparsa di colpo, quasi miticamente, nelle strade delle nostre città, nella prostituzione, nel commercio di bambini e di organi, nel lavoro nero. Il mondo occidentale, che alcuni continuano a considerare democratico e avanzato, fondato sui diritti della persona, è un coacervo di tecnologia sofisticata e di violenza brutale, persino sui corpi, soprattutto sui corpi, e sulla vita.
Da questo punto di vista si può dire che Pasolini sia stato uno dei critici più acuti delle illusioni della modernità occidentale, delle sue ideologie, delle sue costruzioni e, soprattutto, delle sue distruzioni. I suoi contemporanei non lo seguivano su questo. Ma oggi i nuovi movimenti gli danno ragione. La moltitudine che manifesta per le strade e nei social forum si trova in sintonia persino con le armi di Pasolini: insubordinate, dirette, quasi infantili («col mondo del potere non ho avuto che vincoli puerili» - recita l’esergo di Petrolio). Armi che rifiutano le mediazioni ideologiche a cui le grandi narrazioni del Novecento ci avevano abituati. La situazione nel mondo che si descrive come “globalizzato” è tale da richiedere un’opposizione immediata, mentre il potere si insinua direttamente nella vita degli individui, nel loro spazio vitale, nel bios, nell’ambiente, nel clima. Il parresiasta Pasolini, che sceglie il rischio di dire la verità rifiutando di sottomettersi al criterio dell’opportunità politica, ci mostra, con la sua stessa parola, la forza che può esserci in ogni individuo, che è sempre in grado di fare la differenza.
Perciò oggi possiamo capire meglio anche quel Nuovo Potere di cui egli parlava. La vulgata su Pasolini ricorda solo la nota tesi sulla distruzione antropologica, riassumendola nello slogan dell’omologazione. Ma l’omologazione fotografa solamente, e in maniera un po’ rozza, il risultato dell’azione di quel potere, senza dirci nulla su come esso agisca. Invece la “novità” di questo potere, che Pasolini ha colto in modo più profondo di quanto lasci immaginare quella formula semplificata, sta proprio nel tipo di azione che esso esercita e nel livello che raggiunge: le zone più intime degli individui, i loro desideri, le loro strutture emotive e di pensiero. Usando i termini di Foucault si potrebbe dire che ciò che Pasolini ha intuito e descritto è un potere disciplinare e un biopotere. Esso non solo costruisce individui così come si coniano le monete, imponendo degli stili di vita da imitare, ma li raggiunge in zone della vita mai toccate prima con tanta efficacia e estensione da nessun’altra forma di potere. Per omologare i corpi occorre farli diventare corpi docili, cioè sottrarre loro il “Peso”. Amputare gli individui di tutto ciò che sta radicato altrove, che non è solo la tradizione, o l’antica cultura contadina, ma anche la comunità e soprattutto la propria irriducibile singolarità. Ma forse nemmeno l’apparato concettuale di Foucault è alla fine adeguato a descrivere fino in fondo l’azione di questo potere, perché gli toglie pur sempre una qualità fondamentale: il prezzo che pagano gli individui in termini di sofferenza, infelicità, disagio mentale e fisico, che Pasolini riesce invece a farci percepire in modo conflittuale, tragico.
Ma oltre a questo, ci sono altri aspetti del potere che Pasolini ha “visto” (tanto che a volte gli si affibbia un nome speciale, chiamandolo “profeta”: definizione infelice). Petrolio, secondo me, è una serie di “visioni del potere”, che aprono una prospettiva non semplificante sui conflitti e sulle lacerazioni provocate dal tardo capitalismo, e quindi più radicale di quella che ci hanno consegnato Adorno, Debord, Foucault e altri pensatori del Novecento. Gli altri aspetti del potere che Pasolini mette a fuoco in Petrolio sono:
- il nuovo impero (con Roma spostata a New York, come si legge nel San Paolo), che si muove all’insegna del nuovo vello d’oro (il petrolio), il quale non è solo economia ma anche mito (mito della potenza che si estrinseca) e che ha le “fondamenta nel sogno”.
- la collusione innocente con il potere. Questa forma di potere di solito resta invisibile, non perché segreta come i complotti che il potere costruisce, ma perché quotidiana, banale. Qualcosa che entra nelle formae mentis, nell’ethos, producendo la sua stessa “innocenza”. Pasolini la chiama infatti “collusione innocente”, ma la potremmo anche chiamare, riprendendo un’espressione di Hannah Arendt, la “banalità del potere”. Può coinvolgere non solo le forze politiche ma anche gli individui, e persino gli intellettuali («si specializzava in quella particolare scienza italianistica che è la partecipazione al potere», si legge nell’Appunto 5 di Petrolio, riferito al protagonista). Questo aspetto di solito sfugge alle analisi del potere, perché ne è appunto la faccia banale. Eppure è proprio questa struttura diffusa, che agisce a livello micrologico, nella forma di vincoli introiettati, a permettere il funzionamento del potere, anche di quello delle “trame”.
- infine, le “trame” del potere, il “segreto” nel cuore degli stati democratici, e in particolar modo in Italia. Mattei, De Mauro, Feltrinelli, Dalla Chiesa, Falcone, Borsellino (li sto elencando senza un criterio, come mi vengono in mente), Rostagno, Ilaria Alpi, D’Antona, Biagi, Michele Landi, tutti i testimoni di Ustica... Una lista impressionante. Bombe, attentati, omicidi, finti suicidi, finti incidenti, finti delitti omosessuali.... Spia di una struttura sotterranea di potere che mette i brividi, sottratta non solo ai tribunali ma anche al discorso pubblico. Da ognuno di questi nomi, ai quali dobbiamo aggiungere quello di Pasolini stesso, potrebbe cominciare un romanzo intricatissimo. Il nostro paese potrebbe essere il paradiso per i romanzieri odierni affascinati dai complotti: un serbatoio di “trame” già pronte. Eppure Pasolini rifiuta di costruire una struttura romanzesca di questo tipo, che per lui sarebbe semplificante e, in ultima analisi, consolatoria.
E invece di scrivere il “romanzo delle stragi”, si inventa una strada nuova, quella di Petrolio, appunto. Una serie di visioni del potere, che tengono assieme, senza separarle, l’alterità di un passato distrutto con il biopotere, l’impero, il mito, le lacerazioni, e persino con quella “collusione innocente” che di solito non si vede, mantenendo su tutto ciò un punto di vista conflittuale, non conciliato, anche narrativamente insubordinato. 


 Liberazione 30 ottobre 2005, Inserto Speciale Pasolini, Queer

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di vertigine (02/11/2005 - 10:41)

Pasolini e i ragazzi di vita della letteratura

di Flavio Santi


[Questo articolo di Flavio Santi è apparso il 30 ottobre su Liberazione]


Avevano al massimo una decina d'anni quando morì. O non erano neppure nati. I nuovi scrittori, quelli trenta e quarantenni, quelli cosiddetti "giovani", che rapporto hanno con Pasolini?
Mentre in altri campi il debito è molto forte (registi teatrali come Serena Sinigaglia o cinematografici come Garrone, Sorrentino, Papi Corsicato sviluppano varie ipotesi pasoliniane), nella narrativa e poesia di questi anni si può parlare di influenze dirette? Con la consueta sincerità guascona Marco Drago confessa: «Non ho mai letto una riga della sua poesia né dei suoi romanzi né ho mai visto uno dei suoi film. E così il 90% degli italiani». Tocca un tasto dolente Drago: purtroppo è vero che soprattutto la scuola (superiori e, turpe dictu, università!) ha fatto un pessimo servizio a Pasolini, relegandolo ai margini. Non lo si legge, né tanto meno lo si studia.

Ma se per molti è così, non lo è per tutti, e se si ha la caparbietà d'insistere un po', si scopre che le nuove leve Pasolini l'hanno letto. E soprattutto amato. Cogliendone le molteplici sfaccettature. In ognuno di loro parla un Pasolini diverso, o per usare le parole di Tiziano Scarpa: «Si dice che oggi un Pasolini non c'è più. Ma invece c'è. E' disseminato in alcuni intellettuali e scrittori». Tommaso Pincio lo considera «il più grande libero pensatore del Novecento». Roberto Bui, alias Wu Ming 1, alza il tiro riflettendo sulla reattività pasoliniana: «Questo trentennio ci ha restituito un Pasolini troppo ingentilito. Lui invece era uno cui saltava la mosca al naso, uno che poteva pure menarti, nulla da invidiare a Hemingway o Norman Mailer. Poteva inseguire un fascista per oltre un chilometro, prendere un tram al volo». «È stato l'autore inevitabile», chiosa Lorenzo Pavolini, fresco del secondo romanzo (Essere pronto, PeQuod), nonché coordinatore artistico del Progetto Petrolio di Mario Martone. Intere notti, interi anni ha passato Andrea Bajani (Cordiali saluti, Einaudi) a compulsarlo con avidità, «come sigarette fumate furiosamente». Ci spiega: «Mi ha insegnato a sconfinare, esorbitare da un ambito consentito, quello delle lettere, per provare a sporcarsi, a uscire dal consigliato agli addetti alle parole». Ancora Tiziano Scarpa: «Mi ha comunicato un'idea di scrittura totale che trova ogni volta la sua forma o addirittura la inventa. Oggi la sua idea di letteratura mi serve per attaccare l'alleanza ferale tra populismo e mercato».

Molto amate Le ceneri di Gramsci. «Ne esco pazza», ci racconta Valeria Parrella centrando il cuore pulsante della poesia pasoliniana: «Non perché mi sembrino poesia alta o buona nel senso ortodosso, ma perché trasmettono il senso di spreco dell'uomo e del cittadino, riferito ai tempi suoi e ahimè nostri». Poesia in forma di rosa e Trasumanar e organizzar sono altri due libri imprescindibili. «Raccontano l'impossibile modernizzazione di questo paese - nota Mario Desiati (Neppure quando è notte, PeQuod) -. Ci insegnano a sporcarci le mani con le borgate, la povertà. Ancora oggi la sua disperata vitalità viene vista con sospetto moralistico». È la «delicatezza nello strazio», come la chiama la poeta Elisa Biagini, che a Pasolini è arrivata dal cinema (La ricotta). Tragitto, quello attraverso i film, fatto da molti altri. Dalla stessa Parrella: «Nei film mitici come Edipo re, oppure in Uccellacci uccellini sa ridiscutere temi antichi e viscerali». O da Piersandro Pallavicini: «L'ho inseguito per anni, quando mi è stato possibile vederlo, a metà anni '70 sulle tv private, confuso coi decameroni da due soldi, nelle sale d'essai, nelle prime videocassette, carissime». Molto meno battuti i romanzi romani, per i quali «vengono in mente autori più degli anni '80 e '90» rileva il critico Andrea Cortellessa, che aggiunge: «Mentre gli abbozzi dei romanzi "friulani", molto più interessanti pur nei loro squilibri, sono pochissimo letti». Petrolio è un discorso a parte: «Pochi scrittori hanno scritto il Libro come ha fatto Pasolini» (Scarpa); «Libro insopportabile e affascinante. E pericoloso. Mi sconvolse, dandomi un nuovo sistema di visione» (Leonardo Colombati).

Qualcuno ha talmente introiettato Pasolini da farne personaggio dei suoi libri. E' il caso di Alberto Garlini che in Fútbol bailado (Sironi) immagina uno scenario alternativo per la morte del poeta. «La scoperta di Pasolini - ci racconta - risale alla sua morte, quando avevo sei anni. Ricordo benissimo la notizia, lo sgomento per i modi, indicibili a un bambino, della mattanza. Quella morte rappresenta l'archetipo dell'artista sacrificato alle leggi mimetiche del gruppo. A sei anni mi è rimasta dentro un'impressione forte, un corpo straziato, per la prima volta mi sono sentito in pericolo: è passato tanto tempo e continuo a sentirmi in pericolo». 2 novembre 1975: quella data ha segnato anche Piersandro Pallavicini: «Ne fui sconvolto e angosciato, mi sentii male, con il germe di pensiero, che razionalizzo solo adesso, che quel destino me lo sarei meritato anch'io».

Che poi la Sinistra l'abbia avversato, usato, mollato e riusato a scadenze varie (celebrazioni, decennali ecc.), spesso senza capirlo e assorbirlo davvero, ce lo dice Christian Raimo, mettendo l'accento sulle contraddizioni: «Pasolini è il feticcio dell'Italia sinistrorsa, la pietra dello scandalo in vendita alla coop, la faccia asciutta di un proletariato assorbito solo in foto di palestre». Gli fa eco Nicola Lagioia: «Attenzione! È la figura più facilmente strumentalizzabile di tutto il secondo 900». Ancora più duro Antonio Scurati: «La sua figura va sottratta a qualsiasi monumentalizzazione. Facciamone un uso selvaggio, persino violento. Continuiamo a essere con lui ragazzi di vita, almeno un giorno la settimana, un giorno all'anno».

Da questa veloce campionatura una cosa emerge, prepotente: che Pasolini è tornato a essere qualcosa di importante. Di fondamentale. Lo si chiami poi come si vuole, un «faro» (Pallavicini), un «uomo che ha vissuto sul serio» (Colombati), «imprescindibile» (Lagioia), un fatto è certo: è un punto di riferimento insostituibile. Giorni fa, da questo stesso giornale, Franco Berardi Bifo riconosceva che la sua generazione non seppe cogliere subito la forza dirompente di Pasolini. Ebbene, forse questa nuova generazione di scrittori è la prima, dopo lo stallo degli anni '80 e '90, a confrontarsi in maniera frontale e totale con la sua opera. Di buon auspicio per le sorti non tanto o solo della letteratura, ma soprattutto della società italiana.

Liberazione 30 ottobre 2005, Inserto Speciale Pasolini, Queer

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cronaca

di vertigine (02/11/2005 - 10:35)

La cintura

Un lunedì come tanti altri. Noiosi. Senza soldi per andare al cinema o per comprarsi una bottiglia di whisky dignitosa. Immboile davanti alla tv 17 pollici a trangugiare un telefilm che non so per quale ragione riesce a tenermi incollato come un idiota davanti alla scansione dei suoi pixel degeneri. Un romanzo che ho cominciato e che non mi prende come si deve posato per terra, a completare il quadro di un realismo castrante, tra le pantofole blu avute in regalo dalla nonna anni prima. Un lunedì come tanti altri, in compagnia di arachidi e vino rancido, mentre, a pochi centimetri da me, separati solo da un'esile parete, un uomo di 38 anni decide di porre fine alla sua esistenza legandosi al collo una cintura sino alla tragica definitiva asfissia.

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pasolini

di vertigine (02/11/2005 - 10:15)

flash political poetry mob

ore 18,30

galleria piazza mazzini lecce

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