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di vertigine (08/11/2005 - 18:37)

I top 100 blog italiani secondo Technorati

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maneggiare con cautela

di vertigine (08/11/2005 - 10:29)

Note inedite su copyright e copyleft (2005)

di Wu Ming (*)

1. I due corni del falso dilemma
2. Nascita del copyright e censura: contro il "mito delle origini" liberista
3. Google Print e affini: rete, gratuità e battaglie di retroguardia


1. I due corni del falso dilemma

Partiamo dalla fine: il copyleft si basa sulla necessità di coniugare due esigenze primarie, diremmo due condizioni irrinunciabili del convivere civile. Se smettiamo di lottare perché si soddisfino questi bisogni, smettiamo di auspicarci che il mondo migliori.
Non vi è dubbio che la cultura e i saperi debbano circolare il più liberamente possibile e l'accesso alle idee dev'essere facile e paritario, senza discriminazioni di censo, classe, nazionalità etc. Le "opere dell'ingegno" non sono soltanto prodotte dall'ingegno, devono a loro volta produrne, disseminare idee e concetti, concimare le menti, far nascere nuove piante del pensiero e dell'immaginazione. Questo è il primo caposaldo.
Il secondo è che il lavoro deve essere retribuito, compreso il lavoro dell'artista o del narratore. Chiunque ha il diritto di poter fare dell'arte e della narrazione il proprio mestiere, e ha il diritto di trarne sostentamento in un modo non lesivo della propria dignità. Ovviamente, siamo sempre nel campo delle condizioni auspicabili.
E' un atteggiamento conservatore pensare a queste due esigenze come ai corni di un dilemma insolubile. "La coperta è corta", dicono i difensori del copyright come lo abbiamo conosciuto. Libertà di copia, per costoro, può significare solo "pirateria", "furto", "plagio", e tanti saluti alla remunerazione dell'autore. Più l'opera circola gratis, meno copie vende, più soldi perde l'autore. Bizzarro sillogismo, a guardarlo da vicino.

La sequenza più logica sarebbe: l'opera circola gratis, il gradimento si trasforma in passaparola, ne traggono beneficio la celebrità e la reputazione dell'autore, quindi aumenta il suo spazio di manovra all'interno dell'industria culturale e non solo. E' un circolo virtuoso.
Un autore rinomato viene chiamato più spesso per presentazioni (a rimborso spese) e conferenze (pagate); viene interpellato dai media (gratis ma è tutto grasso che cola); gli si propongono docenze (pagate), consulenze (pagate), corsi di scrittura creativa (pagati); ha la possibilità di dettare agli editori condizioni più vantaggiose. Come può tutto questo... danneggiare le vendite dei suoi libri?
Parliamo ora del musicista/compositore: la musica circola, piace, intriga, intrattiene; chi l'ha scritta o chi la esegue ne ha un "ritorno d'immagine", e se sa come approfittarne viene chiamato a esibirsi più spesso e in più occasioni (pagato), ha la possibilità di incontrare più persone e quindi più committenti, se "si fa un nome" gli si propongono colonne sonore di film (pagate), serate come DJ (pagate), "sonorizzazioni" (pagate) di eventi, feste, mostre, sfilate; può addirittura trovarsi a dirigere (pagato) un festival, una rassegna annuale, cose del genere; se parliamo di artisti pop, mettiamoci anche i proventi del merchandising, come le T-shirt vendute via web o ai concerti...
Ecco il "dilemma" risolto nei fatti: si sono rispettate le esigenze dei lettori (che hanno avuto accesso a un'opera), degli autori/compositori (che ne hanno avuto ritorni e tornaconti) e di tutto l'indotto della cultura (editori, promoter, istituzioni etc.).
Cos'è successo? Perché il sillogismo è franato in modo tanto repentino sotto i colpi degli esempi? Perché tale sillogismo non mette in conto la complessità e la ricchezza delle reti e degli scambi, il passaparola incessante da un medium all'altro senza soluzione di continuità, le possibilità di diversificazione dell'offerta, il fatto che il "ritorno economico" per l'autore può percorrere diversi tragitti, alcuni (apparentemente) tortuosi.
E' a causa di questa incapacità di figurarsi la complessità che l'industria culturale (soprattutto quella discografica) ha perso i primi cinquanta treni dell'innovazione telematica, vivendo le nuove opportunità tecnologiche come minacce anziché come sfide, reagendo in modo scomposto a Napster e a tutto quello che è seguito. Cominciano a muoversi adesso, a cavalcare la tigre dopo che Steve Jobs ha dimostrato che si può fare, ma nel frattempo sono andati allo scontro con eserciti di potenziali clienti, la cui fiducia è persa per sempre. Anti-marketing.
Qual è l'ultima cosa che dovrebbe fare uno che produce e vende musica? Sicuramente criminalizzare chi li ascolta, trascinare in tribunale chi la ama etc. Ne valeva la pena? Secondo noi no.
Il "diritto d'autore" (attenzione, però, a non prendere sul serio quest'espressione semi-truffaldina!) come lo abbiamo conosciuto è ormai un freno al mercato.
Al contrario, il copyleft (che non è un movimento né una "ideologia", è semplicemente il vocabolo-ombrello per una serie di pratiche, istanze e licenze commerciali) incarna tutte le esigenze di riforma e adeguamento delle leggi sul copyright, in direzione di uno "sviluppo sostenibile". La "pirateria" è endemica, è irreprimibile, è marea montante portata dal vento dell'innovazione tecnologica.
Certo, i potentati dell'industria dell'intrattenimento possono continuare a far finta di niente, come la Casa Bianca ha fatto finta che non ci fossero effetto-serra, riscaldamento globale e sconvolgimenti climatici in corso. In entrambi i casi, chi nega la realtà verrà travolto. Ostìnati a non ratificare il Protocollo di Kyoto, ostìnati a non investire su fonti energetiche rinnovabili e alternative al petrolio, ostìnati a non voler risolvere i problemi ambientali, e prima o poi t'arriva tra capo e collo l'uragano Katrina (e ce n'est qu'un debut!).


2. Nascita del copyright e censura: contro il "mito delle origini" liberista


Torniamo all'ABC, mettendo in fila fatti noti e più volte ricordati. La storia del copyright comincia in Inghilterra nel XVI° secolo. La diffusione della stampa, la possibilità di distribuire tante copie di uno scritto, galvanizza chiunque abbia qualcosa da dire, soprattutto di politico. C'è un boom di pamphlet e giornali. La Corona teme la diffusione di idee sovversive e decide di affidare a qualcuno il controllo di quel che si stampa.
Nel 1556 nasce l'ordine degli Stationers [editori-tipografi-librai], casta professionale a cui viene concesso in esclusiva il "diritto di copia" [copy right], quindi ha il monopolio delle tecnologie di stampa. Chiunque voglia stampare qualcosa deve passare al loro vaglio. Fino a quel momento era diverso, chiunque poteva farsi stampare copie di un'opera letteraria o teatrale, l'autore non si preoccupava perché non deteneva i diritti (che non esistevano), la cosa importante era che le opere circolassero e aumentassero la fama dell'autore, che in quel modo avrebbe intercettato i desideri di più committenti (mecenati privati, enti culturali di vario genere come teatri etc.) Da lì in poi, invece, un'opera potrà andare in stampa solo se otterrà il visto (in pratica, il placet della censura di stato) e sarà segnata sul registro ufficiale - attenzione a questo dettaglio! - a nome di uno stationer. Quest'ultimo diverrà il proprietario dell'opera nell'interesse dello stato.
Tutta la mitologia "liberista" sul copyright come diritto naturale, che nasce spontaneamente grazie alla crescita e alle dinamiche del mercato... sono tutte fandonie! L'origine remota del copyright sta nella censura preventiva e nella necessità di restringere l'accesso ai mezzi di produzione della cultura (leggi: restringere la circolazione delle idee).
Trascorre un secolo e mezzo e in questo periodo l'autorità della Corona subisce attacchi inauditi: la ribellione scozzese del 1638, la "Grande Rimostranza" parlamentare del 1641, lo scoppio della guerra civile nell'anno successivo, la rivoluzione di Cromwell con tanto di decapitazione del re... Alla fine degli anni cinquanta del XVII° secolo nel Paese torna la monarchia, ma la situazione rimane instabile e finalmente il Parlamento riesce a imporre alla Corona una Dichiarazione dei diritti. Da quel momento, la monarchia inglese sarà una "monarchia costituzionale".
Era necessario elencare questi eventi per far capire quanto si modifichi, in centocinquant'anni, l'atteggiamento nei confronti del sovrano, quindi anche della censura preventiva, e di conseguenza anche del potere degli stationers. Nei confronti di questi ultimi c'è sempre più insofferenza, così si decide di abolire il monopolio sul diritto di stampa.
Gli stationers verrebbero colpiti dove fa più male, cioè nel portafogli, quindi reagiscono con rabbia. Iniziano a fare pressioni perché l'imminente nuova legge riconosca i loro legittimi interessi e si volga comunque a loro vantaggio. Ecco la nuova argomentazione: il copyright appartiene all'autore; l'autore, però, non possiede macchine tipografiche; tali macchine le possiede lo stationer; ergo: l'autore deve comunque passare attraverso lo stationer. Come regolare tale "passaggio"? Semplice semplice: l'autore, nel proprio interesse a che l'opera venga stampata, cederà il copyright allo stationer per un periodo da stabilirsi.
Alla foce, la situazione resta più o meno invariata. A cambiare è la sorgente, il presupposto giuridico. La giustificazione ideologica non si basa più sulla censura, ma sulle necessità del mercato. Tutte le conseguenti mitologie sul diritto d'autore derivano dallo stratagemma argomentativo della lobby degli stationers: l'autore è di fatto costretto a cedere i diritti, ma è costretto... per il proprio bene.
I contraccolpi psicologici saranno devastanti, si arriverà a una variante della "Sindrome di Stoccolma" (l'amore del sequestrato per il proprio rapitore), autori che si mobilitano in difesa di uno statu quo che si fonda sul loro stare ai piedi del tavolo in attesa degli avanzi e di una carezza sulla testa, pat! pat! wuf!
La legge è il celebre "Statute of Anne" - capostipite di tutte le leggi e gli accordi internazionali sul diritto d'autore, fino alla Convenzione di Berna del 1971, al Digital Millennium Copyright Act, al Decreto Urbani et cetera - ed entra in vigore nel 1710. E' la prima definizione legale del copyright come si è continuato a intenderlo fino a oggi, o meglio, fino a stamattina, perché dopo mezzogiorno qualcuno ha cominciato ad avere dei dubbi.
I dubbi derivano dal fatto che oggi la "copia" è possibile a molte più persone, forse a quasi tutti.
Buona parte di noi ha in casa gli eredi domestici delle tecnologie di cui gli stationers avevano il monopolio. Per fare la copia di un'opera non è più necessario passare attraverso un ordine professionale. Gli eredi degli stationers vengono scalzati dalla rivoluzione microelettronica iniziata negli anni Settanta, dall'avvento del digitale, dalla "democratizzazione" dell'accesso al computing. Prima la fotocopiatrice e l'audiocassetta, poi il videoregistratore e il campionatore, poi il masterizzatore cd e il peer-to-peer, infine le memorie portatili tipo i-Pod... Come si può pensare che sia ancora valida la giustificazione ideologica del copyright, quella che diede forma allo Statute of Anne?
E' chiaro che va tutto rivisto, questo processo cambia faccia, cervello e cuore dell'intera industria culturale! Occorrono nuove definizioni dei diritti di chi crea, di chi produce, di chi mette a disposizione.
Se una "opera dell'ingegno" può giungere al pubblico senza la mediazione di un editore, di un discografico, di produttori televisivi o cinematografici, sono questi ultimi a dover interrogarsi su come proseguire, a dover inventarsi qualcosa, a dover ridefinire il proprio ruolo imprenditoriale e la propria ragione sociale. Cercare di mantenere con la minaccia della galera un monopolio che non ha più basi significa imbucarsi in un vicolo cieco, è un comportamento da Ancien Régime, da autocrazia zarista. Per fortuna qualcuno comincia a rendersene conto.


3. Google Print e affini: rete, gratuità e battaglie di retroguardia

Google Print, Creative Commons, copyleft etc. sono progetti e concetti diversi, ma in realtà vanno tutti nella stessa direzione, come vanno nella stessa direzione biblioteche e librerie. Nelle prime si accede al libro gratuitamente, nelle seconda lo si acquista, ma non c'è scontro tra le due opzioni: i paesi dove si vendono più libri sono anche quelli in cui più si frequentano le biblioteche. E' normale: più il libro circola, più lo si legge, più ritorno positivo c'è per l'editoria.
La parola-chiave è proprio "biblioteche". si parla di una lunga tradizione di gratuità dell'accesso, soltanto di recente messa in discussione (e la battaglia è ancora in corso). Che si parli di biblioteche di mattoni o biblioteche di elettroni, sempre biblioteche sono. Se invece il download è a pagamento, allora si tratta di librerie, su per giù come quelle che siamo abituati a conoscere, non è difficile immaginare la modalità di prelievo del diritto d'autore, è una cosa piuttosto semplice. Detto questo: Seth Godin, uno dei più grandi filosofi del marketing, dice che se un e-book a pagamento viene comprato da tot persone, lo stesso e-book, reso gratuito, verrà scaricato da tot moltiplicato per quaranta.
L'informazione utile si ottiene invertendo il dato: su quaranta persone che scaricano un e-book gratis, ce n'è una disposta a comprarlo. La somma di quegli "uno su quaranta" corrisponde allo "zoccolo duro" dei lettori, quelli che comprano per primi, che fanno partire il passaparola. Sono i connettori, gli "evangelisti", i buzzers. Ogni mossa va fatta avendo in testa questo insieme di persone. Godin, poi, fa così: le nuove uscite (elettroniche e cartacee) sono a pagamento. Poco prima di una nuova pubblicazione, mette scaricabile gratis quella precedente. E' una strategia di lancio formidabile.
Il download libero e gratuito di un testo e la sua "navigabilità" in stile Google Print hanno una finalità comune e ambiscono allo stesso risultato: entrambi vogliono rendere i prodotti culturali accessibili on line, e questo può favorire la vendita di libri.
Gli editori che si oppongono a Google Print sono come quegli studios cinematografici che, venticinque anni fa, denunciarono i produttori di videoregistratori e videocassette, dicendo che la registrazione domestica violava il copyright. Il famoso caso "Universal contro Betamax".
La Universal arrivò fino alla Corte Suprema e perse... per fortuna sua. Negli anni a seguire, l'industria cinematografica ha realizzato la maggior parte dei suoi profitti non nelle sale ma grazie all'home video. E' sopravvissuta alla crisi delle sale grazie al VHS e poi al DVD. Se Universal e compagnia avessero vinto, a quest'ora sarebbero morti e sepolti. Ma hanno perso, e quindi si sono salvati.
Si potrebbe citare anche l'assurda battaglia dei discografici contro l'introduzione sul mercato delle musicassette, negli anni '70, preludio alla guerra senza quartiere contro il download, quando (iTunes lo ha dimostrato) bastava fornire agli utenti un canale di accesso legale a questa risorsa.
Anche questa degli editori è una battaglia suicida contro un'innovazione potenzialmente vantaggiosa. Per il loro bene, gli editori devono perdere. Vincendo, si assesterebbero una formidabile martellata nei cosiddetti.

*stralci di corrispondenza privata e risposte a interviste inedite in italiano.

www.wumingfoundation.com

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di vertigine (08/11/2005 - 10:25)

LOREDANA LIPPERINI

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CRONACHE DA BARI

Avvertenza preliminare

Quando ieri ho definito Passaparola, il secondo forum del libro e della promozione della  lettura, una delle esperienze più interessanti degli ultimi tempi pensavo non tanto agli esiti finali (iniziative, eventi in cantiere e quant’altro possa derivare da occasioni di incontro di questa natura), bensì all’atmosfera e alle modalità in cui l’incontro stesso si è svolto.

Prima notazione. A differenza di quanto avviene in convegni, raduni, dibattiti, dove d’abitudine i singoli relatori giungono con il proprio intervento scritto o meditato, lo enunciano all’uditorio e vanno a prendersi un caffè, qui si è ascoltato. Ovvero: la stragrande maggioranza degli intervenuti riprendeva, citava, analizzava le osservazioni, i dati, le riflessioni dei partecipanti che lo avevano preceduto. Non è poco e non è frequente. Soprattutto se si considera che lo stesso Giuseppe Laterza, in apertura, aveva sottolineato che proprio nella mancanza di ascolto reciproco sta uno dei problemi cardine della comunità dei libri.

Seconda notazione. Pensando a come definire le due giornate, mi viene in mente l’aggettivo concrete. Non perché mancassero approfondimenti e teorizzazioni. Mancava, invece, l’ideologia della teorizzazione stessa. Nessuno ha pontificato sulla fine delle narrazioni, la morte del romanzo e la crisi della critica. Prevaleva il corrispettivo libresco di Medici senza frontiere: bibliotecari che si arrampicano sulle scale di casermoni periferici con un libro in mano e cominciano a leggere per chi capita, organizzatori di festival in Barbagia, giornalisti che aprono presidi libreschi a Scampia . Non che mancassero studiosi, scrittori e critici: mancava, per una volta,  l’autoreferenzialità. Perché? Non ho la risposta in tasca (oltre a quella che riguarda la cura con cui il forum è stato organizzato e la perizia con cui è stato condotto: Marino è stato sinceramente strepitoso). Mi viene però in mente che la struttura dei presidi, che ha influito non poco sulle modalità della discussione, è quanto abbia trovato di più somigliante ad un’idea di web. Rete è stata la parola più gettonata delle quarantotto ore, peraltro.

I dati

Conoscete già quelli esposti da Giuseppe Laterza. In sintesi estrema (ma rileggete la relazione): i paesi con più lettori sono quelli più capaci di innovazione (ma anche più efficienti nelle infrastrutture, più economicamente creativi, la cui corruzione è meno avvertita, più attenti alla parità uomo-donna).

Altri dati sono venuti da Gian Arturo Ferrari, direttore generale della divisione libri del gruppo Mondadori, e dalla ricerca Ipsos su quanto si è letto e comprato nel 2005. In sintesi estrema. Si legge di più.  Ma leggono di più i lettori che già leggono, il corpo medio dei lettori (attenzione, medio: i lettori fortissimi non sono affatto cresciuti).  Insomma, leggono  i già interessati. I lettori deboli arretrano. Il termine “reading divide” è già stato evocato.

Numeri. Più 7% in due anni, pari al  45 per cento degli italiani che legge almeno un libro ogni 12 mesi, contro il 39 del 2003. Particolari prevedibili: leggono di più le donne, si legge più al Nord, nella fascia socioeconomica alta. Particolare su cui riflettere: esiste una fascia di persone (3%, circa quattro milioni e mezzo di individui) che compra libri senza leggerli, per lo più genitori che impinguano gli scaffali dei figli.

Ancora. I libri in allegato ai quotidiani sono, immagino, uno dei traini dell’aumento: siamo passati dalle 39.731 copie del 2002 alle quasi 70.000 del 2004 (valore in milioni di euro: da 212 circa a 574 circa). Ma: in questo caso la capillarità della distribuzione porta ad appiattire l’area geografica. Il Sud vende quanto il  Centro e poco meno del Nord (le edicole sono ovunque, le librerie no).

Download ricerca_ipsos.ppt

Frasi sparse

Tullio De Mauro 1: “L’uso di Internet comporta l’abitudine alla lettura, comunque. Il punto è che ancora i due terzi degli italiani non è in grado di accedervi correttamente”.

Tullio De Mauro 2: “Gli scrittori italiani devono imparare a leggere ad alta voce” (su questo punto, quello della lettura ad alta voce, gli interventi sono stati molto numerosi).

Tullio De Mauro  durante pausa sigaretta, sul copyleft. “Quando l’Oxford si è messo su Internet a pagamento non ha aumentato le vendite di una sola copia. Quando il Webster si è messo gratuitamente on line, le vendite sono volate. Vorrà pur dire qualcosa”.

Carmine Donzelli: “Non esiste un sistema a somma zero per cui se va male da una parte va bene dall’altra!” (in riferimento a chi ancora vede un antagonismo fra media: chi guarda tv non legge libri etc.)

Maria Stella Rasetti (Biblioteca Comunale di Empoli): “Le biblioteche devono uscire. Devono essere nei saloni delle parrucchiere, nelle sale d’attesa, nei supermercati, nelle pinete, nelle discoteche”.

Conclusioni?

Non ci sono. Non perché non ci siano materialmente state, ovviamente. Ma perché in casi simili le conclusioni stanno all’operatività dei singoli.

Per esempio. Posso fornire una semplice informazione: la sottoscritta ha parlato di lit-blog e soprattutto di copyleft. Non sono state poche le persone che mi hanno avvicinato per discutere, poi, su questo ultimo punto: anche perché, come scriveva ieri Wu Ming, “che si parli di biblioteche di mattoni o biblioteche di elettroni, sempre biblioteche sono”. Per quel che riguarda Internet, i buoni e anche ottimi propositi mi sembrano in crescita: staremo a vedere

Post scriptum

Gianarturo Ferrari, al termine del suo intervento, ha detto queste tre cose:

- nella società letteraria italiana prevale l’ideologia dei pochi ma buoni (“meno siamo e meglio è”) e del piccolo mondo antico (“com’era bello quando c’erano X Y e Z”)

- si continua ad identificare la funzione della critica con quella di un clero laico che indichi al volgo i libri buoni, da leggere, e quelli da deprecare.

- non si può essere contro il best-seller e contemporaneamente per la diffusione della lettura

(testualmente, su Dan Brown: “non è un libro di qualità. Ma il segmento più forte dei 3.300.000 lettori italiani del Codice da Vinci sono i lettori forti, non i deboli”).

Da diverse strade e con diversissimi intenti, mi sento di dargli ragione.

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l'anno luce project

di vertigine (08/11/2005 - 10:11)

michaeljackson12.jpg

Sto leggendo L'anno luce di Giuseppe Genna. Un testo che ti spacca le cervella, cercherò di parlarne in seguito. Ecco un estratto:

IL MENTE: "SOLO MICHAEL JACKSON PUÒ CAPIRMI..."

"Era dunque entrato in un cocktail bar, a cento metri da casa sua, lasciata l'automobile al solito garage. Tardo pomeriggio. Rilassarsi, perdere un po' di tempo per sé. Aveva ordinato un Daiquiri Iced e si era incantato nello schermo liquido dell'ultrapiatto appoggiato proprio sotto il soffitto. Era presto, ancora, per l'happy hour. Si sentiva in un hard boiled. Guardava il tv. Nel tg dei comunisti si vedeva Michael Jackson, raggiungeva in pigiama il tribunale americano. L'unico al mondo a capire il Mente poteva essere Michael Jackson. Il regno incantato della villa di Jacko, la sua industria spettacolare che aveva macinato perfino i diritti dei Beatles, l'infanzia povera riscattata dal Moonwalking, tutto a repentaglio per incresciosi fatti privati: si era scopato un bambino, più bambini, dicevano. Fine dei sogni al ranch di Michael Jackson a Los Olivos, Neverland per il pianeta intero, dove Jacko manteneva a sue spese un lama che sputava sui prati rasati all'inglese, poiché accarezzare il pelo di un lama trasmette sensazioni impagabili alle terminazioni nervose dei palmi della mano e ha un risaputo effetto antidepressivo. Una sera a casa tua arriva Liz Taylor in carrozzella, con i capelli a chiazze, il cuoio capelluto nelle chiazze è rosastro, per la chemioterapia. E' come una madre per te ed è Liz Taylor. Il Jacko che si vedeva nella prosaiche immagini del tg comunista indossava un pigiama biancazzurro entrando in tribunale, la solita mascherina antibatterica. Si era sporto da una finestra tenendo nel vuoto un neonato, suo figlio. Dormiva in una camera iperbarica, si lavava con acqua demineralizzata - e ora era sull'orlo della bancarotta. Al processo il suo avvocato lo difendeva dall'accusa di complotto ai fini di rapimento: Jacko voleva fare fuori il ragazzino che lo accusava, Gavin Arvizo. Gavin diceva di essere stato toccato, dopo un grave tumore, da Michael Jackson, ospite nel suo fantastico letto sotto la cupola iperbarica, dopo che Jacko aveva navigato siti porno per tutta notte: lo masturbava lievemente, l'epidermide setosa e artificiata dell'ex negro stupefatto, che aveva stupefatto il mondo, il lento dondolio dei genitali immaturi del piccolo Arvizo delicatamente sfregati dal palmo della mano di Jack, che aveva accarezzato il lama fuori nel parco all'inglese. "Ha la capacità di spendere di un miliardario, ma le entrate di un milionario!" aveva tuonato a processo il procuratore, per difendere Michael, "E' uno spendaholic !". Avevano usato parte dell'orecchio per plasmargli il naso, ora non c'era più tessuto disponibile e stava crollando in bancarotta e il Mente si diceva: Jacko è l'unico che può capire questo mio momento."

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