l'anno luce project
"L'ANNO LUCE DI GENNA"
di DAVIDE BREGOLA
da STILOS
[particolari su Stilos, splendido bisettimanale letterario diretto da Gianni Bonina, a questa url]
8 novembre 2005


Il Mente è un dirigente della Komtel Italia, una società di telecomunicazioni. Gli vogliono fare le scarpe, per questo gli scorazzano contro agenti segreti inglesi. La moglie Maura non riesce ad avere figli anche se tenta più volte la fecondazione artificiale. Mentre il protagonista sta preparando materiale per la riunione più importante della sua vita lei cade in coma e verrà inseminata da un maniaco. Nel frattempo il suo amante sta compiendo un atto riprovevole e Il Faccendiere, un ex agente segreto, pensa a quando B.B. alla fine degli anni '60 sulla spiaggia di Saint Tropez conquistava il play boy Gigi Rizzi e l'Avvocato sbarcava al Papagayo con un due alberi a vele spiegate. L'atmosfera del romanzo è tutta pervasa da colpi di scena e senso di minaccia; ambientazione da tragedia classica, uomini e donne senza morale, decadenza e situazioni squallide: le nostre. L'anno luce è una rappresentazione credibile del mondo in cui tutti noi stiamo vivendo. Oggi.
Stilos ha intervistato Giuseppe Genna sul romanzo L'anno luce e sulla condizione della narrativa italiana contemporanea.
Le prime pagine del tuo nuovo romanzo sembrano un trattato contro gli editor di casa editrice: avverbi, ripetizioni cacofoniche, lessico e sintassi sciatta come quella dei quotidiani italiani. C'è intenzionalità? E' anche questo un correlativo della nostra epoca?
In realtà, la lingua del Prequel - una scena che mette in rappresentazione una convention aziendale - è piuttosto elaborata dal punto di vista retorico e metrico. Sono invece presumibilmente kitsch le microsituazioni in platea, dove si mangiano molti wuberoni, e sul palco, dove domina la scena la gigantesca figura dell'amministratore delegato, detto il Profeta, alle cui spalle sono proiettate, su un colossale videofonino, icone tv come il Capitano Kirk e GeiAr.
Il tuo romanzo L'anno luce è definito in seconda di copertina "Il primo romanzo neoborghese italiano". Sembrava che sul finire del 20°secolo fossero sparite le classi sociali. Cosa è successo in poco più di un lustro?
Chi ha detto che le classi sociali erano sparite? Per come la penso io, la lotta di classe è una costante storica, una potenza umana metastorica. Nell'Anno Luce cerco di disgiungere la lotta di classe dalla lotta per un'idea del potere che proprio l'illusione della fine del conflitto di classe ha reso ologrammatica. Il potere è nel romanzo l'evasione dalla lotta di classe, la Tozeur da cui non passa più alcun treno popolato da diseredati. Qui emerge un conflitto non di classe, ma tra generazioni: c'è una generazione (quella del Profeta e del Faccendiere) che usa il potere come canalizzazione del desiderio, e una generazione, che io definisco "quaranta-cinquantenne", che è in preda all'automatismo della conquista del potere - la conquista essendo l'unica e meccanica libido che conduce a un risultato privo di libido.
Tutti i personaggi del romanzo, a partire dal protagonista chiamato Il Mente, sembrano essere pedine di qualcosa più grande e pericoloso di loro. L'industria italiana ha un'organizzazione familistica, è ancora legata a un'idea aristocratica dell'imprenditorialità. Eppure il resto del mondo sembra andare da un'altra parte. Sembra che tutte le pedine che costituiscono il romanzo non si accorgano di questo. Sono degli sprovveduti o i poteri forti esistono veramente?
In realtà nell'Anno Luce qualunque personaggio si muova in azienda è con evidenza rappresentato secondo gestualità e prossemiche marionettistiche, proprio perché il gioco multinazionale è ben più ampio delle beghe di ufficio o perfino di un'OPA. La situazione dei poteri forti, tuttavia, viene descritta come un flusso, non come una gerarchia statica che dall'Olimpo invia folgori decisionali e decisive. Il gioco è molto aperto e la posizione del romanziere è che si tratti di un gioco che fa schifo e che solo degli idioti, che rasentano il disumano, possono permettersi di giocare.
I contenuti della tua narrazione sembrano ricordare battaglie epiche, medievali, ma l'epoca in cui hai ambientato il romanzo è la nostra. Siamo in un nuovo Medio Evo? Se sì, è già caduto l'Impero Romano d'Occidente rappresentato dall'America?
L'America è per me un gigante dai piedi di argilla. Non lo dico solo da un punto di vista materiale, pur confortato dai tre giorni post-Kathrina a New Orleans, quando gli Usa sono stati costretti financo a intaccare le riserve petrolifere nazionali. Non lo dico nemmeno osservando il fatto che, essendo in guerra in Afghanistan e in Iraq, continuano a combattere in quei Paesi da anni, senza che si prospetti una via d'uscita. La mia è piuttosto una sensazione personale: l'America ha esaurito la sua potenza di colonizzazione dell'immaginario. Non propaga più né cultura né sottocultura. Sta diffondendo solo gli ultimi barlumi di un sistema di comodità materiali che si pagano e pagheranno a caro prezzo, anzitutto Oltreoceano. Prendiamo il caso della letteratura: fatti salvi i grandi vecchi, nessun cinquantenne americano è all'altezza dell'europeo Houellebecq. E' finita.
Diversi registri, diversi codici mescolati in un romanzo italiano contemporaneo, il tuo. Siamo ancora nel postmoderno? E' interdisciplinarità? Siamo nell'avantpop italiano?
Rifiuto queste etichette in toto. Il sistema retorico con cui L'Anno Luce viene realizzato fa perno sull'epica della decadenza, soprattutto quella dei nòstoi post-omerici, e la sua figura centrale è la digressione. La digressione sembra aprire la materia della narrazione a tematiche altre, ad altre discipline, ma la verità è che essa viene utilizzata in funzione di antitrama, di opposizione interna alla dittatura del plot, questa palta cristallizzata che viene irradiata da tutte le fiction sugli schermi tv italiani. Che appaiano gigantesche digressioni su Gigi Rizzi che conquista la Bardot, su Laika e la razza canina da cui faceva parte, sulla missione Cassini-Huygens su Saturno o sul film Wall Street - tutto ciò non ha a che vedere con una poetica dei generi o tantomeno della contaminazione tra generi. E' l'immaginario che cerca di narrarsi indefinitamente.
Con L'anno luce hai abbandonato il romanzo di genere e il thriller con l'ispettore Guido Lopez per riprendere dove avevi lasciato Assalto a un tempo devastato e vile (Mondadori). Nel 2005 Lopez non riesce a raccontare la realtà contemporanea come invece fa il narratore del nuovo scritto?
Assalto a un tempo devastato e vile era un insieme di racconti e saggi che cercava di realizzare una nube immaginativa e non aveva nulla a che fare con la forma romanzo. Il narratore dell'Anno Luce, poi, è il medesimo narratore di Lopez (che non racconta mai in prima persona). Mi pare, tuttavia, che ultimamente il thriller abbia la pretesa di essere il genere privilegiato nella rappresentazione della realtà. Inoltre volevo sperimentarmi in una sorta di antiromanzo che avesse tonalità rosa schocking. Detto ciò, la pretesa del narratore di questi romanzi non è raccontare la realtà contemporanea, ma scatenare un immaginario dentro cui la realtà contemporanea e storica cade, prima di originarlo.
Dal romanzo si evince che tutte le persone reali del nostro mondo, da Nigel Mansell a Gigi Rizzi passando per il Papa, non sono mai state cosi immaginarie come oggi. Si sono allontanate a tal punto da diventare parte della fiction o Campbell e la sua interpretazione del Mito oggi come non mai è attuale?
Direi che Joseph Campbell, insieme al Victor Hugo del saggio Shakespeare, è il teorico a cui ho guardato di più prima e durante la stesura dell'Anno luce. Non ho alcuna inibizione verso l'immaginario, mentre ne nutro parecchie (fino a pesanti nevrosi) nei confronti della realtà se intesa come unico e assoluto livello di manifestazione della storia umana. Il mito è lo scardinamento collettivo, in forma di favola e allegoria infinita, che inietta ambiguità in questa cieca fede nella realtà come realtà ultima.
Nel romanzo ci si riferisce ai lettori trattandoli senza pietà, paragonandoli al Mente, al Profeta, a Maura, al Faccendiere... Non si salva più nessuno? Tutti e tutto è ormai corrotto irreversibilmente?
Nessuno dei personaggi dell'Anno Luce è condannato. Se è condannabile, lo è a partire da una prospettiva moralistica di cui il lettore deve farsi responsabile portatore. Questo moralismo peloso corre carsico sotto molta lettura, anche critica, anche apparentemente eminente, oggidì. Il lettore non viene trattato male nell'Anno Luce: viene chiamato "mentitore almeno quanto il Mente" e penso che non ci sia obiezione possibile. Ma a quale menzogna sto alludendo, nel momento in cui scrivo (o leggo) una finzione? La finzione è menzogna?
Nelle discussioni letterarie contemporanee si parla di Restaurazione, di incapacità a raccontare la Realtà, di romanzi popolari e romanzi letterari... Sembra esserci grande vitalità, salvo poi leggere necrologi che annunciano la morte del romanzo. Romero col suo La notte dei morti viventi è stato un profeta o tutti i critici e gli scrittori che parlano in verità fanno operazioni apotropaiche?
La discussione sulla Restaurazione è a mio modesto parere il punto più basso toccato dalla cosiddetta intellettualità italiana negli ultimi vent'anni. Trabocca di insipienza, è fitta di richiami a letture superficiali e, soprattutto, pretendendo di interpretare il presente, è totalmente irrealistica, perché rappresenta un presente che sta solo nella testa di chi formula una simile critica, che è fuori tempo massimo e priva di qualunque appiglio con la complessità delle questioni, anche di quelle mondane. Apparentemente (ma solo apparentemente) sembra di rileggersi certi passi della Verifica dei poteri di Fortini, che è del '63, ma chi parla di Restaurazione non è certo Fortini e per di più siamo nel 2005, cioè 42 anni dopo l'analisi fortiniana, che era peraltro ben più profonda.
Ci salveremo dai "commerciali" delle telecomunicazioni oppure la saga dei Mente è una cosmogonia, e lui rappresenta l'origine di un dio cui farà seguito una conoscenza, un linguaggio codificato, una morale?
La telecom per cui lavora il Mente è una metafora: la telecomunicazione qui sta per la letteratura e per il pensiero, cioè per forme umane di comunicazione che si appoggiano a medium biologici o arcaici. Il male della letteratura, il male del pensiero non mi sembrano forme meno innocenti delle saghe dei "commerciali" a cui fai riferimento. Il seguito a cui alludi è già qui e ora: la saga, la conoscenza, il linguaggio codificato, la morale senza morale - tutto ciò è il mito che veicoliamo instancabilmente, il genoma invisibile della nostra specie.
recensione
Esordio narrativo del tarantino Maurizio Cotrona
Vite di trentenni piene di dolore

“Ho sognato che qualcuno mi amava”, titolo suggestivo del romanzo di esordio del tarantino Maurizio Cotrona, edito nella collana Cromosoma Y della Palomar di Bari, altro non è che la traduzione di un verso di un testo degli Smiths, gruppo culto della “nuova ondata musicale” degli anni Ottanta. Della musica degli Smiths, infatti, il romanzo di Cotrona conserva la stessa pulsione decadente che contraddistingue i tre esili protagonisti della storia, Gabriele, Lisa e Roberto, trentenni disperati che si muovono in una Taranto mai descritta con dovizia di particolari, ma della quale si respira a pieni polmoni l’aria fetida del Moloch industriale dell’Ilva che tutto macina, inevitabilmente. Il romanzo si apre e si chiude con la descrizione del gioco del nascondino che vede protagonisti Gabriele, Lisa e Roberto. Poi un salto temporale notevole. Il tutto si svolge nel presente. Gabriele incontra in un pub Lisa. I due si scambiano i numeri di telefono. L’apatia della quotidianità di Gabriele viene sconvolta dalla comparsa improvvisa di Lisa. Gabriele la tormenta, s’innamora follemente. Lisa progressivamente scompare. È sconvolta dall’ossessione con la quale Gabriele la cerca. Il finale di questa storia non vissuta è tragico. Gabriele si lancia nel vuoto. Vuole farla finita, senza riuscirci. Mentre Gabriele è in coma, Lisa s’innamora di Luca e quando crede di aver raggiunto la felicità si ammala terribilmente. Roberto vive a Roma. La madre di Gabriele lo chiama perché è l’unico amico che potrebbe parlargli e magari destarlo dallo stato comatoso. L’incontro con il corpo immobile di Gabriele per Roberto sarà l’inizio di una sorta di meditazione sul senso della morte. Al di là del groviglio sincopato dell’intreccio, ciò che emerge con forza dalle pagine di Cotrona è il dolore che accompagna le vite di questa generazione di trentenni. Un precariato che non è solo lavorativo, ma anche sentimentale e spirituale. La lettura del romanzo è scorrevole. Ottima la capacità di Cotrona di rendere in prosa le pieghe minime dei pensieri che ossessionano i protagonisti. Punti di debolezza quando Cotrona si perde in disquisizioni filosofiche che snaturano la coesione del testo. Un altro tassello dell’ottimo lavoro che Michele Trecca, curatore della collana, sta facendo per la letteratura meridionale.
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giuseppe genna
L'ANTIMONDO TUMORALE
"I processi degenerativi avanzavano, nemmeno più un'insidia, ma uno sconfinamento conclamato. E la paura di finire demente non era per lei più forte delle metastasi: la paura non tutela la vita, la paura è più della vita. L'inferno in terra: un annuncio. Come possono non rendersi conto di un'ovvietà così evidente, i medici e gli ospedali? Pazzi scientifici. Il loro delirio riduzionista. Le loro tragiche misinterpretazioni dei fatti. I loro bilanci da laboratorio. La ricerca dei fondi. A scavare, sotto qualunque azione, ci trovi questo: diplomazia, compromesso, il sottobanco accessorio. Il sale del divenire. L'aceto dato da bere al Cristo. Lo scandalo.
Insorge, si muore. E' così. Un giorno una cellula devia, attiva nere potenzialità che ha proprie, in istato latente. Le potenze delle cellule: stando alle potenze, potrebbe esistere un antimondo cancerogeno, nero, che vuole fortemente prolificare. Un universo in cui una cellula sana sarebbe pronta a corrodere e sarebbe investigata come patologica. Un mondo teratologico, corpi devastati dai bubboni che funzionano armoniosamente, sostanze colloidali, metastasi libere di esprimersi, una creatività divaricata, sovraccarica di speranze, intimamente diretta alla sopravvivenza dell'equilibrio - di un equilibrio diverso. Recentemente certi scienziati avevano identificato quello che gli organi di stampa avevano battezzato "il vagito dell'universo": era un tumore sonoro. Lo si poteva ascoltare in Rete (Anthony e Antonya l'avevano ascoltato insieme, e lei sorrideva dolcemente, pazientemente): il suono primario, ultraprimordiale, la prima frequenza emessa dall'immenso bambino universale, lo stridio impressionante era alla fine un salto di ottave, anonimo e perciò ancora più bestiale, freddissimo. L'espandersi organico di un grande animale cosmico, intessuto di materia e di pensiero, che divora ciò che gli è esterno, portando esso stesso il verbo dello spazio nelle regioni non fatte di spazio, che lo contengono, esplodendo nei quark e nei mesoni e nei muoni, facendo impazzire le stringhe, le teorie, la fervida immaginazione compressa nello stato potenziale, che al suo interno si sarebbe manifestata in forma di carne umana. La vita come tumore che va in metastasi, conquista lo spazio silenzioso e pacifico."
recensione
Esordio narrativo di Pierfrancesco Majorino
Dopo i lampi vengono gli abeti: confessioni oniriche di un recluso

Partiamo dal risvolto di copertina firmato da Giuseppe Genna: “Questo non è un romanzo, ma un magnete che attrae con potenza linguistica e immaginifica: e noi, italiani che vivono questo presente lacerocontuso, siamo i frammenti metallici che vengono risucchiati dal vortice di questa storia di storie, dove carcere famiglia lavoro amore sesso morte (cioè: lo sfondo di ogni letteratura autentica) lottano per appropriarsi dei nostri riconoscimenti”. Al di là della scrittura critica genniana, fatta di pulsioni visionarie volte ad introiettare il tutto dentro dell’esistenza, in una sorta di osmosi carnale tra letteratura e vita, ciò che è certo è che “Dopo i lampi vengono gli abeti”, l’esordio narrativo di Pierfrancesco Majorino, più noto al pubblico come segretario cittadino dei Democratici di Sinistra di Milano, è un testo spiazzante se inserito nella massiccia produzione narrativa italiana. È un romanzo che nega se stesso, che possiede le caratteristiche basilari del genere, ossia coerenza e coesione, ma tagliate e incollate in una sorta di patchwork sensoriale nel quale il protagonista Riccardo Filippucci, detto Jason, si perde, dando vita ai 130 frammenti (pagine di diario ritrovate dopo la sua “morte necessaria”) che strutturano la storia. Il nucleo centrale della narrazione, quindi, è determinato dalla confessione che il detenuto Jason fa alla psicologa Pinardi prima del suo ennesimo processo d'accusa per l’omicidio di Toni, dal quale emerge la mente di un uomo costretto a scavare nei meandri della propria memoria in un estenuante corpo a corpo tra i ricordi immersi nella coscienza. Nel silenzio della cella ripensa al passato, all'infanzia, all'adolescenza, a emozioni, scelte, amori e rimpianti di tutta una vita: “Riaffiora, a volte il volto di Toni nelle mie giornate. Succede specialmente quando tiro fuori la sua fotografia, quella che tengo in fondo alle scarpe, appiccicata tra la colla e nelle pieghe della tomaia. Così il suo sorriso banale me lo trovo davanti, sul viso, in mezzo alle dite e lo tengo guardando in rigoroso silenzio, arrivando a sperare di liberarmi l’orizzonte dal suo corpo per terra, dalle pitre nere, tonde, perfette, di cui in tanti facevamo collezione e dai giorni venuti dopo, dalle parole del padre e dal corteo sincero di sguardi vuoti che lo hanno accompagnato lungo i viali che dal campo portano alla chiesa”. La morte di Toni, la causa della reclusione forzata di Jason, è l’elemento generatore delle oniriche riflessioni dell’io narrante. Attraverso l´esperienza individuale, però, il narratore, e con esso l’autore, s´interroga sui cambiamenti sociali degli ultimi decenni, sulla memoria partecipata e comune dei trentenni e sulle proprie influenze culturali.
rossano astremo






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