Ciao sono vertigine
Vedi il mio profilo


Co-autori

Ciao sono manduria

Novembre 2005

DLMM GVS
1 2 3 4 5
6 7 8 9 10 11 12
13 14 15 16 17 18 19
20 21 22 23 24 25 26
27 28 29 30

Tag

Ultimi commenti

Nuovi post

Diffondi i contenuti

Aggiungi al mio Dada

Aggiungi al mio Dada

Condividi i contenuti

De.licio.us
Archivio Novembre 2005

estratto

di vertigine (22/11/2005 - 11:57)

EMANUELE TREVI

L'ONDA DEL PORTO

LATERZA_CONTROMANO

 



"Dormivo vestito, e spesso non mi toglievo nemmeno la sciarpa e le scarpe. Guardavo la tv con il cappotto. Non mi facevo scappare nessuna opportunità di uscire da casa per spostarmi in un ambiente più caldo. Partecipavo assiduamente a inaugurazioni di mostre di artisti contemporanei, feste di compleanno, presentazioni di libri, spettacoli teatrali, cene di lavoro. Tutte le opportunità di stringere relazioni umane ed arricchire lo spirito offerte da una grande città, ma considerate ed apprezzate da un punto di vista strettamente termico. Purché confortata da un ambiente ben caldo, avrei preso parte volentieri anche a una veglia funebre. Se per caso conoscevo una ragazza, badando a nascondere la mia sospetta ansietà, cercavo di informarmi il più possibile sul suo impianto di riscaldamento. Autonomo? Centralizzato? Nessun problema, in questo periodo dell’anno? La pioggia scomponeva le decorazioni di Natale in una miriade di prismi giallastri e azzurrini, frantumi di un benessere di altri mondi sparpagliati nella desolazione della notte. La processione degli esperti al capezzale della mia caldaia proseguiva ininterrotta. Chiedevano una scala, e iniziavano ad armeggiare con aria perplessa, scuotendo la testa ed evitando (così almeno mi sembrava) di incrociare il mio sguardo preoccupato. La caldaia era nuova, non mancavano di constatare, e inoltre – affermazione questa decisamente paradossale, eppure, sotto un certo profilo, incontestabile – funzionava perfettamente. Ed era vero: una volta avviata e regolata, iniziava a ronfare come un gattone castrato, spandendo per la casa un primo velo di tepore. Ma dopo una ventina di minuti, ecco che si rifiutava di esistere: all’improvviso, e senza spiegazioni. La piccola spia rossa, la Stella dello Sconforto, ritornava a brillare fiocamente, mentre l’ultima vibrazione degli ingranaggi veniva riassorbita e si perdeva nel silenzio disperato del cortile condominiale.

Tra quei filmetti amatoriali trasformati dal destino in servizi televisivi in diretta sul maremoto, i telegiornali ne facevano spesso vedere uno molto meno drammatico degli altri. Credo che provenisse da Patong, in Tailandia, una cittadina dell’isola di Phuket famosa per i bar affollati da centinaia di puttane, tutte giovani e in genere bellissime. Proprio in questa cittadina di desolante squallore, pochi mesi appena prima del disastro, avevo fatto amicizia con uno strano tipo dell’Italia del nord, non ricordo più se trentino o friulano, che aveva rilevato un ristorante proprio in centro, con annesse una decina di stanze da affittare a ore o a notti. Questo tizio, veramente molto simpatico, aveva avuto qualche guaio con il fisco in Italia, a seguito di non so quali attività imprenditoriali. Aveva divorziato dalla moglie («una stronza di Rovigo»), aveva speso i suoi ultimi risparmi nel ristorante, nella corruzione di qualche funzionario, nell’assunzione di un cuoco bravo a fare le pizze. Si era risposato presto con una puttana di lì, ben lieta di gestire un ristorante e il giro collaterale di traffici legato alle stanzette da affittare. Era una donna di una bellezza prodigiosa, coperta di gioielli e con i lineamenti duri e perfetti, come quelli delle dee dell’arte khmer, madri e regine severe e vendicative dai fianchi stretti e i seni rotondi. Ci teneva a dire che prima di sposare l’italiano faceva la hostess, ma era il suo unico tallone d’Achille. Insieme, ci raccontò il tizio, lui e la sua nuova moglie facevano un vero e proprio santo mestiere, quello di rimediare ragazze abbastanza pulite e una stanza decente agli italiani che passavano dal loro ristorante. Perché soprattutto gli anziani, il preservativo non c’è verso che lo usino. E tu come lo sai che una ragazza è pulita, gli avevo chiesto. È una cosa che si capisce, mi ha risposto tranquillamente il tipo. Ma il guaio peggiore non è l’igiene, te lo assicuro, è che quando sono anziani, e soli, si innamorano fatalmente, e cominciano a spendere tantissimi soldi in regali: orecchini, orologi, braccialetti d’oro... Mentre parlava, mi aveva indicato con un lievissimo cenno della testa un tavolo in fondo al locale, occupato da un signore dai capelli candidi, sulla sessantina, che coi suoi occhi grigi e acquosi contemplava la sua compagna, una brunetta di nemmeno vent’anni con due tette grandi e perfette sostenute da un leggerissimo top di seta scura. Lei addentava con gusto un’enorme pizza capricciosa, traboccante di peperoni e cipolle, mentre lui, sorseggiando una bottiglietta di vino bianco, la guardava sottomesso, stupefatto, estatico. Una storia triste, mi aveva detto il tizio, avrà già speso duemila dollari di regali... Perché triste, non è detto, avevo pensato tornando al mio albergo, poco a nord di Patong, che dì lì a poche settimane si sarebbe trasformato in un cumulo di macerie, seppelliti e distrutti per sempre anche gli orrendi quadri di batik che adornavano le stanze, tramonti tropicali in giallo, indaco e verde squillante. Non è detto che sia triste la storia di quel vecchio bavoso, il patetico Vedovo Veneziano, come l’avevo ribattezzato (il padrone del locale mi aveva detto che aveva un’autorimessa a Mestre). Non è affatto triste che la vita possa finire così, a bocca aperta, in adorazione, nell’intensità di un amore disperato."

Vota questo post

orgia

di vertigine (22/11/2005 - 10:29)

Omaggio della compagnia bolognese Teatri di vita a Pier Paolo Pasolini. Dal 22 al 25 novembre.

Quattro giorni con Orgia

Continuano le iniziative volte ad omaggiare Pier Paolo Pasolini a trent’anni dalla sua scomparsa. La compagnia bolognese Teatri di vita mette in scena, dal 22 al 25 novembre, presso i Cantieri Teatrali Koreja, lo spettacolo Orgia, diretto da Andrea Adriatico, tratto dal dramma scritto da Pasolini nel 1968. Poco conosciuta l’opera teatrale di Pasolini, autore non solo di Orgia, ma anche di Bestia da stile, Pilade, Calderon, Affabulazione, Porcile e Friuli.  Pasolini teorizzò il “teatro di Parola” in un suo intervento apparso nel 1968 su “Nuovi Argomenti” dal titolo “Manifesto per un nuovo teatro”.  Il “teatro di Parola” si proponeva di rinunciare all'intero apparato del teatro “naturalistico” - scenografie, costumi, musiche, azione scenica - per rimettere al centro come cuore pulsante la parola, ormai elusa nella chiacchiera o nell'urlo. Pasolini non nascondeva di rifarsi esplicitamente “con candore neofitico”, alla tragedia greca, “il teatro della democrazia ateniese”, eclissando l'intera tradizione del teatro borghese. Orgia è un dramma teatrale in un prologo e sei episodi. Pasolini ne diresse la prima presso il Teatro Stabile di Torino, ma la rappresentazione raccolse derisione, o nel migliore dei casi indifferenza, di pubblico e critica. Il poeta dichiarò: “Un’esperienza sbagliata per colpa mia perché ho tentato, appunto, di raggiungere con il teatro quel famoso decentramento che scavalcasse gli obblighi, ovvero le direzioni obbligate della cultura di massa. Ma per questo bisognerebbe decidere di dedicarsi al teatro, come dei pionieri, per tutta la vita, oppure è meglio rinunciare. Ho intuito che al teatro bisognava dedicarcisi una vita, altrimenti non vuol dire nulla”. Orgia è la  tragedia pasoliniana più astratta e forse la più emozionante e poetica. È un’orgia di parole, di passioni, di ricordi, che travolgono i due protagonisti, un Uomo e una Donna che si torturano a vicenda come in un sacrificio rituale. Ma è anche la denuncia dello sradicamento di una società lanciata verso un abbagliante e infido progresso. Sono proprio quelle radici di “un passato felice che ha prodotto persone infelici” a portare verso la fine i due protagonisti, schiacciati dalla memoria di un tempo perduto e sincero. Fino a una conclusione che conduce inesorabilmente verso una prevedibile sconfitta, che però assume genialmente i caratteri di una rivoluzione. La rivoluzione del Diverso, ultima incarnazione possibile per resistere, inutilmente, all'omologazione, alla nuova barbarie che avanza. Lo spettacolo è una vera e propria esperienza di intenso contatto ravvicinato con la poesia di Pasolini e con la sua disperata denuncia di una società incapace di comprendere il proprio passato e quindi il proprio futuro. A ridare vita alle parole aspre e dolci, logiche e visionarie di Pasolini sono tre attori in una coraggiosa interpretazione: Francesca Ballico (la Donna), Maurizio Patella (l'Uomo) e Rossella Dassu (la Ragazza). . Nella giornata del 22 novembre lo spettacolo sarà preceduto, a partire dalle ore 18,  da un dibattito sulla figura di Peir Paolo Pasolini, nel quale interverranno Nichi Vendola, Giovanni Pellegrino e Nico Naldini.  Lo spettacolo è a posti limitati ed è sconsigliato ai minori di 18 anni. Sipario ore 20.45. Ingresso 10 euro. Ridotto under 25 e over 60 7 euro. Cantieri Teatrali Koreja 0832.24.2000 .

Vota questo post

VERTIGINE 6_POLITICAMENTE SCORRETTO_ESTRATTO

di vertigine (22/11/2005 - 10:11)

Flavio Santi

Breve confessione di un terrorista potenziale e provvisiorio

 

Come la lettera rubata di Poe, forse a dirlo chiaramente si rimane più nascosti e si rischia meno. A metterlo sotto il naso di tutti. Comunque senza giri di parole posso dire di avere partecipato a un piano per eliminare il presidente del governo signor Silvio Berlusconi. In me il lato oscuro e quello raziocinante convivono a fatica, come due boxeur incarogniti, mi sento anarchico nelle ossa ma riconosco la necessità di uno stato, di alcune strutture che reggano la macchina sociale. Forse le riconosco perché so quanto sia facile passare il guado e spaccare tutto. Non so fino a che punto sia vera la storia che i Sant vengono dall’est ed erano zingari o che, sta di fatto che io mi sono sempre sentito del sangue slavo nelle vene, sangue di gente bellicosa, incazzata col mondo, il sangue grumoso degli ustascia, di Gavrilo Princip il regicida di Sarajevo. Una parola e un concetto che amo molto è dissipare, dissipazione, dissipamento. Che è un disperde ma con coscienza, con una tetra allegria. Comunque questa oscillazione alla fine mi ha portato a cercare di conoscere qualcuno o qualcosa che potesse soddisfare il mio desiderio di uccidere quell’uomo. Possibile che a Milano non ci siano delle cellule, magari piccole, piccolissime, che non stiano pensando a qualcosa del genere, mi dicevo quando capitavo là per andare al cinema o al ristorante indiano. E quando seduti davanti a un pollo tandori ben rosolato e profumato, gli amici mi chiedevano “Si può sapere a cosa pensi?”, allora staccavo l’interruttore e cercavo di non pensare più a commando scelti che fanno irruzione ad Arcore, entrano nel megasalone, rovesciano il tavolo di marmo, catturano il Berluska, gli puntano la pistola alla tempia e con un solo colpo fanno schizzare parti della pregiatissima materia grigia del premier su un piatto di ostriche del Morbihan. Ma mi restava per tutta la serata quella sensazione, che qualcosa o qualcuno stesse lavorando proprio in quel momento a quel piano di eliminazione cruenta, e che anzi telepaticamente stesse comunicando con me. Solo che io non conoscevo ancora il codice di decriptazione. Nei romanzi a questo punto si dovrebbe dire “ma quel codice non tardò a concretizzarsi...”, invece nella realtà quel codice tardò molto a concretizzarsi, e io passai mesi e mesi a farneticare, a imprecare e invocare un qualche segno, un indizio. Alla luce del sole non c’era niente che ci assomigliasse neppure lontanamente: i centri sociali erano diventati praticamente delle oppierie, dove la responsabilità civile a forza di farsi di marjuana o di popper era diventata più sottile di una cartina per le canne. I gruppi marxisti-leninisti, manco a parlarne: la rivoluzione si va a fare con le cravatte? I ragazzini che portavano le magliette con quel superfusto della guerriglia di Che Guevara non sapevano nemmeno chi era. Il codice si concretizzò un pomeriggio di aprile dello scorso anno, quando nell’atrio dell’università incrociai il senegalese che vendeva i libri delle Edizioni dell’Arco. Era molto incazzato. Parlava velocemente in un suo dialetto africanoide, scuotendo le mascelle e lanciando sputi grandi come grani di pepe.

“Ahmed che c’è?”

Suoni sconnessi.

“Ahmed, dai, che è successo?”

“Ahmed incazzato”.

“Sì, l’ho capito”.

“Italia paese di merda”.

“Sì, Ahmed, ma perché?”

“Italiani merda” e giù una cascata di rumori in cui l’unica cosa che si distingueva era l’arrotare dei denti superiori sugli inferiori, e ogni tanto ci infilava in mezzo la sua lingua rossissima, che gli sfuggiva come fosse un toro inferocito.

“Italiani merda, merda. Berlusconi merda, ma finito...”

Non capivo “finito”: era riferito ad Ahmed, agli italiani o a Berlusconi? o a tutti e tre?

Il permesso di soggiorno non era stato rinnovato, ma Ahmed aveva in serbo una sorpresa.

“Vendetta”.

Il bello degli africani è che si aprono con grandissima facilità, come un fiore di orchidea in una serra ipersolarizzata. Ahmed conosceva dei tipi a Osnago, a nord di Milano, oltre Arcore, che stavano progettando qualcosa. Le resistenze di Ahmed erano molto deboli, bastò che gli comprassi tutti i libricini che aveva in mano, erano sei, e per 37 euro e 20 (ogni volumetto costa 6 euro e 20) comprai con i libricini anche il suo segreto. Quei tipi di Osnago erano una cellula autonoma di sette persone, cinque italiani e due islamici che stavano progettando qualcosa contro qualcuno. Lui li conosceva perché Wahid, uno dei due islamici, che aveva conosciuto anni fa al dormitorio di via Calvino a Milano, e con cui allora capitava qualche volta di masturbarsi insieme, questo Wahid poi si era messo con sua sorella Yasmine che lo teneva informato di tutto. Eccoci, mi dissi. Per altri 20 euro (gli ho fatto la spesa per una settimana in pratica) ho avuto il cellulare di uno degli italiani, Poison (era evidentemente un nome in codice): **********. La notte stessa, dopo aver passato una serata in uno stato di eccitazione estrema, verso l’una, faccio il numero. **********. Uno squillo solo, poi una voce. Profonda. Sento la turbina impazzita del mio cuore. Non si presenta, mi chiede solo chi mi ha dato il numero. “Ahmed” dico io. “Bene, domani a Osnago, alle dieci di mattina. Fiat bravo nera. Non un minuto di più”. E stacca. La notte sogno una donna enorme, altissima, avvolta in una cappa nera, una specie di grandissimo cono, assomiglia a Belfagor, il fantasma del Louvre, ha il volto coperto da una maschera d’oro e a un certo punto apre la bocca, ma non escono parole, solo dei fortissimi ticchettii di sveglia, toc toc toc, pesanti e inesorabili. Mi svegli sudato. Le tre. Il buio mi avvolge come una camera iperbarica. Un po’ di vento tiene sveglie anche le tapparelle. Mi riaddormento. Secondo sogno: un uomo magro, sì lo riconosco, è quell’impiegato della biblioteca dal volto quadrato, maglione nero a collo alto, è filonazista, l’ho visto io una volta fare il saluto, adesso marcia per strada con un gruppo di altri vestiti in nero, si sente il rombo cadenzato degli stivali: tum tum tum. Sono sconvolto. Marciano e nessuno dice niente. Anzi gli fanno strada. Tum tum tum. Passo dal sogno al dormiveglia. Ho la sensazione di non aver dormito. Ma sono già le sei e mezzo. Mi devo alzare. Prendo la bici. Arrivo in stazione. Faccio i biglietti. Salgo sul treno. Mezz’ora. Milano. Metro. Porta Garibaldi. Salgo un altro treno. Dieci minuti. Venti minuti. Mezz’ora. Scendo dal treno. Sono a Osnago. Guardo l’orologio: 9 e 24, dieci minuti di ritardo. Prendo un caffè. Mi metto in sala d’aspetto. Mi manca il fiato. Fuori c’è un’aria primaverile. Non c’è tempo per i dubbi. Cancellarli. Dovevo pensarci prima. Eccoci. C’è una normalissima Fiat bravo nera, per non dare nell’occhio. Gli insospettabili, gli insospettabili, mi ripeto nella testa. Se qualcosa verrà, sarà dagli insospettabili, dal tuo vicino di casa, dal postino, da quel ragazzo sorridente amico di tua figlia. Sarà dietro la maschera tranquillizzante dell’anonimato che esploderà qualcosa. Guardatevi dagli insospettabili... Mi mettono in testa la federa di un cuscino. Dieci minuti di spinterogeno, poi sfiata. Si sono fermati. Mi fanno scendere. Mi tolgono il cappuccio. Siamo dentro un capannone. Eccoli, sparsi nell’ampio spazio dell’hangar i sette uomini che passeranno alla storia come coloro che uccisero Berlusconi: tutti maschi, sui quarant’anni, facce normali da impiegati, qualcuno anche ben pettinato, penso che nella vita di tutti i giorni siano persone gentili e anche un po’ fragili. Eccoli, gli insospettabili [pezzo sul muro e i topi]. Hanno nomi epici: Poison, Hateful, Apice, Scheggia, Khomeini, Wahid e Ihab. Per le armi ci si appoggia a gruppi islamici, e qui Wahid e Ihab sono i contatti. Armi che comunque transitano di solito dalla ex Jugoslavia. Il piano è in via di definizione, a loro serve un insospettabile, preferibilmente giovane e incensurato, da collocare in una città come tante, to’ Pavia, soprattutto per smistare o nascondere il materiale. Benissimo. L’incontro dura poco, dieci minuti al massimo. Di nuovo federa in testa. Non ci salutiamo neppure. Percorro quattro, cinque metri, non so, inciampo su una specie di zoccoletto, lo evito, capisco che sto uscendo, sento l’aria nelle mani, risalgo in macchina. Dopo dieci minuti circa, via il cappuccio. Stazione di Osnago. Non ci salutiamo neppure questa volta. Il treno arriva quasi subito, come se si fosse messo d’accordo. C’è una precisione nelle azioni di ogni cosa che è agghiacciante se non fosse casuale. Casuale? Il controllore che mi timbra il biglietto ha uno strano sorriso. Consegnandomi il biglietto mi dice, quasi sussurrando: “Fatto esami?”. Farfuglio qualcosa e ringrazio. Fatto esami? Cazzo significa? Sì, in un certo senso, sì, gli esami della storia. Ma il candidato vero, oh sì cazzo, quello deve ancora presentarsi alla commissione esaminatrice. Aspettando a Milano il treno per Pavia, mi proietto già il film dell’attentato: la macchina del presidente del consiglio tampona una Fiat bravo nera, dalla Fiat scendono quattro uomini in passamontagna, hanno delle mitragliette in mano, ma questa volta non sbaglieranno, mi dico, l’errore è già stato fatto in passato, questa volta sceglieranno bene, e infatti uno dei quattro sfonda il parabrezza col calcio della mitraglietta xxxx, è una giornata di sole, così serena da contrastare con la violenza che si sta consumando. Il signor Berlusconi è senza guardie del corpo, guida il suo autista, che non è armato, è in incognita, sta andando da una supersquillo nei pressi di Olgiate. È da anni che lo fa, in grandissimo segreto, ma finalmente si è saputo. È stato smascherato. Qualcuno è stato pagato per parlare. Macchina tamponata, autista immobilizzato (sugli altri niente violenza, per carità!), lui rannicchiato sul sedile posteriore, tenta di chiamare qualcuno al cellulare. Aprono la portiera, lui farfuglia qualcosa del tipo “Ma insomma, cos’è? Eh, ho capito, dai, siete di “Scherzi a parte”, va bene, va bene”, ma dagli strattoni capisce che no, non è su “Scherzi a parte”, e allora cambia registro: “Non vedi chi sono io, comunista bastardo! quanto vuoi? sì, ti do tutto, quanto vuoi?”. Lo gettano sulla strada a corpo morto. Un solo colpo chirurgico sulla nuca. Addio signor presidente del consiglio. Ero abbastanza soddisfatto della regia, certo ci avremmo lavorato in queste settimane in sala montaggio, ma le scene c’erano tutte e grondavano rabbia e violenza. Ma anche, quello che era essenziale, giustizia.

Finalmente.

Finalmente?

In fondo, mi dicevo tentando di autoconvincermi (la morte non è mai bella, è sempre una bestia nera, una manciata di sale sul cuore), è quello che vogliono molti italiani, li sento cosa dicono negli uffici, nei bar, per strada, cosa sussurrano. Cosa si dicono nell’angolo più nascosto della loro coscienza, in fondo agli occhi, nel ripostiglio più remoto della loro anima, lo dicono, se ne pentono, ma poi se lo ridicono. Che sia un incubo o un sogno a occhi aperti se lo ripassano spesso. Lo so. Sì, lo so ma io chi sono per decidere della vita di un altro uomo? per quanto detestabile, è lecito ucciderlo? sto cedendo, no, devo uscire da questo rovo della coscienza, ma sì, concèntrati, una via d’uscita ci dev’essere. Una soluzione. Ecco: perfino Gesù disse di portare la spada, la guerra, e non la pace. Insomma lo faccio per gli altri, per la comunità, per il paese... Alzai la testa in cerca di una conferma. Nuvole grigie in cielo. Tutto taceva. E tu, passeggero che condividevi il mio stesso binario e forse aspettavi il mio stesso treno, tu che avevi l’aria saggia e serena, che rappresentavi l’opinione comune, la persona incrociata casualmente, tu che avresti fatto? Ma anche tu tacevi inerte…

Mi avrebbero richiamato loro. Ancora oggi aspetto. È passata un’estate, un autunno, e un inverno sta per finire. I primi giorni di marzo lambiscono i nuovi germogli sugli alberi, dopo la pausa invernale la vita sta rinascendo. Fra un po’ il ciliegio fiorirà di nuovo. Ogni volta che squilla il telefono mi dico che è la volta buona, cerco con la forza del pensiero di modificare la curvatura degli eventi, in qualche modo. Mi ripeto “Sì, sì”. Ma all’altro capo della cornetta c’è sempre qualcun’altro, che ingombra, impaccia, occupa immeritevolmente la linea telefonica. Cerco di starci e usarlo il meno possibile e sollecito a fare altrettanto. Uso la scusa delle bollette sempre più care. Niente. Cerco di tenermi informato sui tigì e sui giornali per vedere se magari un gruppo di Osnago o dintorni è stato catturato, se fra gli islamici sospettati di attività terroristiche c’è anche Wahid (ma il cognome non lo so!) e quell’altro, Ihab. Niente. Forse non si sono fidati, certo con la faccia che ho: dovevo togliermi gli occhiali. Non si fidano di quelli con gli occhiali, dovevo immaginarlo. Ma poi per farmi coraggio mi dico: ma no, anzi, quelli con gli occhiali sono più insospettabili ancora. A Osnago a cercarli non ci torno, non erano questi gli accordi, e poi se fossi in prova e loro mi stessero spiando per vedere fino a che punto sono affidabile? ma sì, forse è come se fossi congelato, mi hanno messo nel loro freezer e aspettano l’occasione buona per scongelarmi come fossi mezzo coniglio ghiacciato. A volte li sento anche questi brividi di ghiaccio.

Sarà la storia a resistere alla violenza o la violenza a resistere alla storia?

Flavio Santi è critico, poeta e narratore. Ha pubblicato diverse raccolte di poesia in lingua e dialetto, tra cui Viticci (Stamperia dell’Arancio, 1998), Rimis te sachete (Marsilio, 2000), Aset (Circolo Culturale di Medino, 2003), Il ragazzo X (Ed. Atelier, 2004). Ha scritto il romanzo Diario di bordo della rosa (peQuod)

PER RICEVERE POLITICAMENTE SCORRETTO

Vota questo post