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di vertigine (24/11/2005 - 17:35)

copertina32.jpeg

Il numero 32 di Nuovi Argomenti (ottobre-dicembre 2005) sarà in tutte le librerie a partire dal 29 novembre.


“Io so. Ma non ho le prove. Non ho nemmeno indizi. Io so perché sono un intellettuale, uno scrittore…” Con queste parole sul Corriere della Sera del 14 novembre 1974, Pier Paolo Pasolini rivendicò l’importanza capitale di uno scrittore, la potenza che ha la letteratura di raccontare quello che i giornali, le inchieste giudiziarie, gli immediati processi storici non possono fare.

Dopo trent’anni la sua rivista non dedica requiem e commemorazioni, ma qualcosa di diverso. Una sezione di giovani autori chiamata IO SO.

Roberto Saviano, Helena Janeczeck, Alessandro Leogrande, Marco di Porto, Osvaldo Capraro, Davide Bregola e Babsi Jones affrontano 7 diversi problemi con piglio “corsaro”: i nuovi avventurieri dell’economia italiana, il multiculturalismo ai tempi del terrorismo, la criminalità organizzata e l’uso dei minori, l’antisemitismo di sinistra, la pedofilia nella Chiesa cattolica, lo stragismo vent’anni dopo, la percezione della guerra nei Balcani…

Nuovi Argomenti propone anche I nitidi “trulli” di Alberobello di Pier Paolo Pasolini,un articolo mai apparso in volume e individuato nel fondo del Gabinetto Scientifico Letterario G.P. Vieusseux.

Il numero è completato da pezzi di Alessandro Piperno, Leonardo Colombati, Lorenzo Pavolini, Massimo Onofri, Flavio Santi e tanti altri…


Da Io so e ho le prove di Roberto Saviano

Io so e ho le prove. Io so come hanno origine le economie e dove prendono l’odore. L’odore dell’affermazione e della vittoria. Io so cosa trasuda il profitto. Io so. E La verità della parola non fa prigionieri perché tutto divora e di tutto fa prova. E non deve trascinare controprove e imbastire istruttorie. Osserva, soppesa, guarda, ascolta. Sa. Non condanna in nessun gabbio e i testimoni non ritrattano. Nessuno si pente. Io so e ho le prove. Io so dove le pagine dei manuali d’economia si dileguano mutando i loro frattali in materia, cose, ferro, tempo e contratti. Io so. E lo sanno le mie prove…

SOMMARIO

DIARIO di Enzo Siciliano

INEDITO di Pier Paolo Pasolini, I “nitidi” trulli di Alberobello

IO SO
Roberto Saviano, Io so e ho le prove
Helena Janeczek, Umma di Gallarate
Alessandro Leogrande, Ragazzi di mafia
Marco Di Porto, Cromosomi di sinistra
Osvaldo Capraro, Cavalli a San Pietro
Davide Bregola, Se le porte della percezione fossero pulite tutte le cose sembrerebbero finite
Babsi Jones, Cantico del dopoguerra nei Balcani

RIVISTA
Angelo Ferracuti e Ennio Brilli, Storie dell’altro mondo
Carlo Carabba, Rassegna dell’ultima poesia italiana
Eugenio De Signoribus, Poesie
Leonardo Colombati, La “cattolicissima” Spagna
Guido Mazzoni, Dearborn Bridge
6 poeti francesi della modernità (Viton, Houquard, Portugal, Tarkos, Dubois, Suchère)
Rossano Astremo, Bodini e le struggenti inchieste
Alessandro Piperno, E se tutte le famiglie fossero infelici?
Lorenzo Pavolini, A casa di Rahis
Matteo Fantuzzi, Ode al Lexotan
Riccardo D’Anna,Iron Man
Flavio Santi, Moravia lettore di Stendhal
Massimo Onofri, Ottiero Ottieri all’assalto
Angelika Riganatou, Itinerari per runner contemplativi
Anna Maria Sciascia, Accanto a un uomo straordinario
Gabriella Palli Baroni, da Attilio Bertolucci ad Alberto Bellocchio
Franco Buffoni, PPP e la sua inchiesta

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l'anno luce project

di vertigine (24/11/2005 - 17:25)

GIUSEPPE GENNA

L'ANNO LUCE (estratto)

"Hai i piedi grandi. Mi repellono. E' perché sei vecchia. Guàrdati le cosce: cadono. Il tuo punto debole sono le cosce. Soffri di ritenzione. Sei vecchia. La tua broda mi disgusta. Credevi fosse facile stare con me?"
"Sei crudele".
"Sono giusto. La tua infatuazione è psicopatologia. La tua è un'infatuazione. Secerni brodaglia. Sei scaduta. Guàrdati, guarda come sei scaduta".
"Sono innamorata. Non è infatuazione. Non è fatuo".
"Non rischieresti nulla. E hai i piedi troppo grandi. Perché me?"
"Sto già rischiando. E' un reato, questo".
"L'infatuazione è sempre un reato. Temi la giurisprudenza. La dice lunga sulla tua infatuazione. Ti appoggi al rischio perché sei vecchia, non hai più niente da inventare. Passiamo queste ore a parlare. Non me ne frega un cazzo".
Lei si alza. Avverte il peso sordo delle sue cosce. "Sei giovane, ma non sei nuovo. Sei vecchio. Sei la reincarnazione di un'anima non saggia, ma antica. Sei imprigionato nel corpo adolescente".
"E' scopare con i tuoi figli?"
"Cosa?"
"Il fascino, dico. Scopi con me perché sono un surrogato del figlio che non hai avuto".
"Non so perché scopo con te. E' necessario. Sei profondo".
"Dopo i quarant'anni si cerca la profondità?"
"E' sbagliato. Si cerca la necessità. Era così tanto tempo che non sentivo la necessità. Tremo quando ti devo incontrare fuori. Il tempo ha un punto di fuga, il momento in cui ti incontro".
"Sono uno psicofarmaco. Gerovital".
"No, sei tu a essere necessario. Mi dimentico di me. Non accadeva da tanto. Non è mai accaduto. Mi scordo di me, finalmente il peso evapora, la stretta si allenta. La calotta evapora, la testa si snebbia. La necessità è benefica, esclude le tue responsabilità".
"Pensi a scoparmi quando sei in classe?"
"Sì".
"Come fai a rimanere impassibile?"
"Non lo so".
"Non sono profondo. Non sono necessario. E' lo stare male. E' il fatto che sono stato sempre male. Sono stati gli psicofarmaci. Avevo tredici anni. Non potevo sopportarli. Mi seccavano la lingua, non c'era più salivazione, il sonno era duro e insensato, avevo come una pietra sulla lingua. E' stato dopo il tentativo di suicidio".
La parola "suicidio" imporrebbe una pausa, un silenzio. Lei non ne è capace, non ne è responsabile, è necessitata. "Non sono mai arrivata a tanto".
"Lo avresti sempre voluto. E' questione di coraggio. Tutti avrebbero sempre voluto. C'è ipocrisia nel non ammetterlo. Se lo sono figuràti tutti, almeno una volta, il proprio suicidio. Una volta vale sempre. Questo è Hellraising".
"Cos'è Hellraising?"
"Non hai presente? Un horror. Ma vecchio, non della mia generazione. Fa paura. Si scatena l'inferno in terra. Da un cubo di Rubik di legno si spalanca una porta, escono demoni punitori. Sono vestiti di nero, essenziali. Scenografici ma non eccessivi. Il più celebre è pelato, il volto bianco, chiodi confitti all'incrocio di meridiani e paralleli sul volto. Memorabile".
"Pensi che sia l'inferno?"
"Il corpo è innaturale, ridicolo, eccessivo. E' un'escrescenza che non mi appartiene. Cosa ci faccio qui? Cos'è quest'aggregato di lardo e calcio? Tubi digerenti che espellono merda. Non mangiamo: vomitiamo al contrario. Il benessere fisico è una chimera, una consolazione, un sollievo momentaneo. Non è la nostra natura. E' come avere il male di testa sempre e dire che è naturale. E' intollerabile e non c'è senso. Nessuno mi capisce".
"Tu capisci gli altri?".
"Vorrei non essere cosciente dell'isolamento. Cosa ci sto a fare qui? Mia madre, mio padre. Gli altri. Sono insensati. Sono estranei. Non ho chiesto di nascere. A un certo punto è come se mi fossi svegliato, mi raccontano che questo è mio padre, quasta è mia madre, ho questo nome, si vive così. E' un brutto film. Cosa ho davvero a che fare io con questo? Certe crisi di ansia, per me, sono spiegabili solo in questo modo. L'ansia è insopportabile. Panico notturno. Vedo stelline nel buio, fotemi. Prendo gli psicofarmaci. Mi scopo una donna vecchia. A volte resistere è impossibile. Gli altri sono ipocriti, lo sanno che è così".
"Sei pessimista. Hai tutta la vita davanti".
"Lo dici come se fosse un premio, prescindi da te nel dirlo. Se ti chiedessi di lasciare tutto?"
"Io sto già lasciando tutto. Mi è chiaro che sto lasciando tutto".
"Anche tuo marito?"
"Scopri, per esempio, che questa cosa fondamentale, questa cosa immensa che pensavi che fosse l'amore - non è così. E' marginale. Pensavi di avere trovato il centro, ti sei illusa, ti scopri ai margini. Lì la velocità centrifuga è fortissima, non puoi più prescinderne. Sei relegata ai margini, costretta a starci. Tutto diventa estraneo. Tutto è prescindibile. E' accaduto gradualmente, così gradualmente che quando te ne rendi conto è un risveglio dolorosissimo. Però non sono mai arrivata a tanto. Il suicidio, dico".
"E' un fallimento".
"No. E' la norma. Ti chiedi cosa devi aspettare, cosa stai aspettando. Cosa vale per te. Cosa vuoi davvero. Speri di dimenticartene. Confidi in eventi abrasivi".
"Come me".
"Non so se è così. Non so se tu sei una cancellatura semplicemente".
"Non c'è futuro per noi. Lo sai e fai finta. Per te dovrebbe essere più accettabile. Per me no: ho più anni davanti. Ho più anni di te. Migliaia di anni più di te. Sei disgustosa".
"Non è detto che non ci sia futuro. Le cose accadono. Il tempo accade. Il mondo accade. Siamo qui e ora, io e te. Non lo senti?". Poi, avvicinandosi: "Sei bellissimo. Rimani così per sempre". Nella luce di taglio, nell'atmosfera quieta, nel disagio espresso, irreale.
"No. Non sento niente. Vattene per favore".

 

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tratto dal numero 18 di musicaos

di vertigine (24/11/2005 - 10:47)

Elisabetta Liguori

Tempo di smettere

Copyright 2003 - FotoArt@GMX.CH

Questa donna non ama le gonne. Lo si può intuire dalle pieghe che di solito si formano sui rettangoli rigidi di lana fredda intorno alle sue gambe, o da come si liscia il ventre stretto dalla zip sul lato, una due volte, sì che scompaia la curva, la malagrazia, le grinze; si liscia anche i fianchi; passa e ripassa con il palmo della mano e stende le pieghe, tira giù, poi muove un po’ le gambe, ma le pieghe ritornano a far suonare la fisarmonica della sua insoddisfazione nello specchio lungo e stretto dell’ascensore che porta al settimo. Dall’avvocato, solitamente.
Ma questa è la volta che succede qualcosa.
Quando entra in studio, la donna con la gonna dice buonasera ad un corridoio, alle quattro riviste in abbonamento sparse sul divano per l’attesa dei clienti, agli ombrelli nel portaombrelli, alla boccia delle liquirizie acquistate, anche loro, per riempire le attese dei pochi senza gastrite, ma con l’ansia da quesito giuridico; dice buonasera al tappeto persiano, al poster di Kandinskij che frastorna l’urgenza cromatica dei clienti. La donna pensa che potrebbe essere tranquillamente lo studio di un dentista quello in cui è entrata. A parte l’odore, l’attesa è la medesima.
Ma questa è la volta che succede qualcosa. Non succede mai nulla di rilevante, ma questa è la volta buona.
Quando si spinge più dentro, una sala è dentro l’altra come in una mastrioska, ci sono sette praticanti a testa bassa intorno al tavolo ovale, gli avvocati, quelli veri per iscrizione all’albo, sono invece in altre stanze; le kenzie fusto dritto si insinuano tra una testa e l’altra dei ragazzi che studiano; in un vano a parte il segretario anziano risponde al telefono. Il pomeriggio che declina dietro le vetrate fa pensare ad una giornata breve, ma unica. Viene voglia di fare in fretta. Gli altri presenti sono categorici nel loro silenzio inerte, nei loro grazie mille, come sta, la prego, sia gentile, mi perdoni, lei dice, lei crede. Meccanici davanti all’avvocato capo, quello che, a giorni, regala alle sue creature l’illusione che lo svezzamento professionale sia ormai prossimo. Il fruscio di carta velina e l’odore dolce della liquirizia le fa venire voglia di avere addosso un tailleur di migliore fattura per offrirsi più salda al suo futuro prossimo. In fretta però, ché sia rapido ed indolore. Per questo ha bisogno di compiere ogni santo giorno gli stessi movimenti rapidi e riconoscerli.
Ma questa è la volta che succede qualcosa.

- Sei sposata tu, mi pare. –
L’uomo, il segretario anziano dell’avvocato, non si fa mai i fatti suoi ed entra a gamba tesa. Sì, la donna è sposata; saranno pure fatti suoi. Perché gli avvocati di quaranta anni non possono avere un marito? E magari dei figli? fatti suoi e basta. Lei parla di figli solo con chi ce l’ha, per non farsi dei nemici. Il segretario pure ha un figlio. Si sta laureando questo figlio unico e dalle descrizioni del padre sembra un predestinato. No, non è un fatto di soldi o di ruoli: cosa vuoi che sia in segretario in uno studio legale? I desideri dei padri partoriscono comunque giganti ad ogni passo. Semmai confondendo le carte in gioco, ma partoriscono sempre. Fanno fantascienza ed hanno fretta anche loro. Così i certificati da fare per l’università, le lunghe file per ottenerli, e tutte le fotocopie, le fa lei, la donna con la gonna, che a giorni sembra più stretta. Che stia ingrassando? Quand’anche. Non si può mica dire di no ai giganti. Va bene, sì, va bene, li fa lei questi certificati per il gigante, anche se dopo non vorrebbe svelarlo a nessuno e se ne torna in studio con le tasche piene di marche da bollo e diritti di copia scollati, che intende riciclare per penitenza con colla e lingua anche per ore, se necessario. Si vergogna di aver fatto questa cortesia al segretario. Non ha voglia di raccontare niente a nessuno. Questo sì: è un dolore concreto. Lei pensa: meglio un dolore concreto, misurabile, che un dolore astratto ed irriconoscibile, ma se avesse voglia di raccontarlo, sarebbe diverso. Diverrebbe utile, ma invece niente. Anche aver voglia di ascoltare, stupirsi magari, sarebbe positivo. L’avvocato, lui parla, parla, parla, come tanti parla, ma non sa farsi ascoltare. Non è un buon segno, per un avvocato. Che sia colpa della professione che fa? Tutti gli avvocati vogliono farsi ascoltare; ci sono quelli che hanno bisogno di altri avvocati per riuscirci. Per questo nel suo studio si compongono e di sfaldano di continuo nuclei provvisori di avvocati in mutuo soccorso, e, tra questi, ci sono quelli più forti, quelli disperati, quelli sparuti, o gli ottimisti. La donna in fondo non è poi così disperata: ha smesso di lasciar credere al suo avvocato che lei lo stia a sentire. Lei ha smesso e lui se ne è accorto. Così non le passa più nessun cliente da mesi e lei non riesce a trovare la sua cuccia sociale. A sentirsi parte di un progetto comune da raccontare. S’annoia. Ha un marito e dei figli: sono fatti solo suoi. Una minoranza ininfluente.
- Vieni al telefono solo un minuto, per cortesia. Mio figlio vuole una cosa. Forse tu sai cosa vuole. Vedi tu, per gentilezza. –
Dio mio, un’altra gentilezza per il segretario? Il figlio del segretario ha la voce vicina vicina. Ha solo 22 anni.
- Sììì? Sono io. Tuo padre mi diceva…uhm, sì. -
- Sì, preparo concorsi. Anzi preparavo, adesso non…–
- Tutti quelli che ci sono. –
- Sul Galli. L’ultima edizione. No, non frequento corsi per ora. Ma ne ho frequentati tanti in passato.–
- Ho studiato sul Mantovani per il penale. –
- Io te lo consiglio, poi però non so…se… –
- No, i quattro volumi del Bianca per il civile. –
- Faccio da sola. –
- Ah, ti manca solo Scienze delle Finanze? Ah, bravo. E poi la tesi, su cosa la dai? Ah! –
- Il Professor Abbraccio a Bari? lo conosco anch’io-
- No,… non personalmente. Ma… -
- I libri? -
- Tutti questi che ti ho detto? –
- Sì. -
- Prego. Figurati. –
Il gigante non vuole fare l’avvocato. L’ha detto chiaramente al telefono. Lo va dicendo anche suo padre e non lo dice come fosse uno spreco. Lui pensa che il gigante sia destinato ad altro e che l’avvocato una testa come quella di suo figlio non se la merita affatto. Non se la merita quella voce.
Poi un giorno quella voce suona al citofono dell’avvocato.
Quel giorno la donna ha i pantaloni blu, ché sapeva di dover restar in studio. Nessuno l’avrebbe vista in giro, fuori dalla mastrioska immobiliare. Così credeva almeno. Non si guarda nella specchiera nel corridoio e va a rispondere. Non è preparata. C’è quel caldo ormonale improvviso e grasso, che la costringe a togliere la giacca e il fard opacizzante non ce la fa più a nascondere le macchie post gravidanza stampigliate sulla pelle della fronte.
La voce dice SALGO.
Sale un ragazzetto nero con una maglietta. Il gigante non sarà più di 1,70. Una voce e l’altra. Sa di cosa parlare. Le parole danno forma alle cose, alle ombre nelle stanze. Dal corridoio ad altri ambienti. Si muovono. Lei tesse la storia della donna laureata, moglie e madre, inserita nel mondo del lavoro, bella storia; è lei, sì, lei; tesse delle civettuole incertezze, giusto qualche accenno al passato e poi lascia che una certa musica, il suono lento delle voci, sottolinei e modelli questa creta preziosa. Futuro, futuro, futuro. E’ gradevole non sapere di cosa si va blaterando. Ci si sente strambamente più intelligenti nell’andare a braccio, senza gonna e senza giacca. Ma non c’è gara: la parole di lui hanno lo zaino pieno di futuro; come pidocchi sulla testa di lei, s’attaccano ovunque. Si moltiplicano a vista d’occhio. Veloci. Più veloci di lei. Per giunta, il ragazzetto ce l’ha per davvero lo zaino, non è tanto per dire. Ed è pieno di cose che lei vorrebbe poter vedere. Cose che lo ingigantiscono. Capita per caso che lei desideri essere lui, e lui pure. Non sapevano di desiderarlo già prima di quel pomeriggio; non hanno inventato nulla che già non ci fosse, in fondo. Non sapevano di aver avuto entrambi tempo sufficiente, benché diverso, per desiderare, né di averlo speso per arrivare fino a qui, ché il tempo a disposizione, quando ripeti gesti identici a se stessi ogni santo giorno, sembra più breve e disonesto.
Comincia sempre così, come per sanatoria.

All’inizio quei due si fanno delle balorde telefonate. Nessuno apparentemente sa nulla dell’altro teatrante. Dopo poco fingono di avere gli stessi gusti cinematografici. Il cinema è un inganno. Come nelle commedie di Billy Wilder, c’è sempre una musica essenziale e superflua, un’orchestrina tzigana che ti insegue ovunque per contratto, persino in una sauna, un esempio come un altro, se hai per caso voglia di farne una. La donna ha l’impressione di aver sbagliato strada; la segnaletica è univoca in questo senso, e lei sembra aspettare solo il momento buono, quello più facile, per far manovra, curva a gomito, speriamo bene, e ritornare indietro. Ci sarà un svincolo opportuno prima o poi? Ci sarà? Il cinema incanta. Il cinema racconta ogni volta la stessa storia, la regia è inevitabile quanto necessaria, la sceneggiatura sempre più familiare: riporta a lei che se ne sta dentro una specie di pioggia fitta, accanto da un ragazzetto alto 1,70 con la faccia malrasata e gli occhi nerissimi, con qui ciuffi di capelli stopposi come in un cartone giapponese, che muove la sua testa morbida e scura, veloce, velocissimo verso di lei. Ha un odore forte. Una cosa le spiace davvero: non può più mettere quei completi gonnagiaccagrigia che aveva comprato. Questo solo le spiace. Camuffarsi. Il ragazzetto, forse, neppure può mettere quelle sue magliette con il collo deforme. Hanno sbagliato strada. E’ un autunno indiscreto, senza meta. Eccolo il senso di certi vagiti.

Il ragazzetto sa come accompagnarla. Sa dove. Da quando è laureato, ha preso il vizio di venire in studio e di chiamarla da una stanza all’altra: le fa uno squillo sulla linea interna e poi chiude. Oppure lo fa con la voce: pronuncia il suo nome elevando il tono, lei si muove subito; dal punto in cui si trova, lei va; quando le giunge la voce, si muove, arriva da lui, si guardano e lui ride. Solo questo. Poi riprendono le attività interrotte per quel breve segnale di vita. Il nome di lei è breve come uno squillo, per sfortuna ben si adatta al gioco. A vederlo, quel gigante smorfioso che citofona ogni giorno, chi avrebbe mai immaginato? Ma tra lui ed un altro gigante non c’è differenza alcuna. Sono le parole ed il tempo che contano. Il gigante è un gran orchestrante: modula suoni netti ed identici, ad intervalli regolari; funziona preciso come per il cane di Pavlov. Lascia una eco lunghissima. Il suo è il tempo della fame e della saliva che cola. Sembra lì per caso, eppure non si può guardare. A volte c’è in studio il suo respiro rumoroso, mastodontico, quello di qualcuno che prima non c’era ed ora riempie lo spazio. Lei sa d’essere pensata, d’essere immaginata, d’essere vista. Quando lui c’è, lei è guardata. E si vede. Finalmente di nuovo di vede. Si sente persino ingombrante. Visibile ovunque. Può guardare la sua ombra spettinata, a volte un po’ curva, che si muove sui muri, sull’asfalto, cambiando ritmo, e pensare che quell’ombra sia gradevole. Può immaginare altre parole che seguano il senso di quelle che ha sentito pronunciare per lei. Può credere di generare bellezza. Gli individui sono il veicolo dei racconti. Si muovono, finalmente si muovono! Il gigante parla, e, per lei che ascolta, è come scoprire di essere ammalata e di aver bisogno di aiuto. Si abbandona a questa nuova possibile cura. Si chiede: ma che donna sono io, ché basta un ragazzetto? Che donna sono, che donne siamo? Ma è un’idea che dura solo un attimo. E poi la donna si muove in avanti, splendidamente rapida e corporea.
Il gigante le legge libri, anche solo le parla di libri possibili. Ha tirato fuori una specie di bicicletta. Va dicendo che nei libri c’è lei. Fanno sempre così i corteggiatori più giovani, porca miseria: leggono libri e poi li raccontano e il libro si ferma. La donna sa che fanno così i corteggiatori, ma pensa di poter essere abbastanza furba. Ascolta.
Un pomeriggio sono seduti ad un tavolino rotondo, all’aperto. Lei non torna a casa per pranzo quel giorno, ma si ripete: è un’eccezione. Sono uno di fronte all’altra e c’è un tendone bianco sulle loro teste, che fa ombra. Lui ha il suo solito zaino rosso. E chiede: ma tu non hai l’impressione di avere il mondo ai tuoi piedi? Lei risponde di sì e si guarda le scarpe. Guarda che io non ti sto mica corteggiando. La voce, come lo squillo, sostituisce il pensiero. Tu sei un capolavoro. Sa che gli uomini su questo non cambiano: fanno squilli. Sa che le donne di questo invece ci campano. Tutte. Nessuno specchio è rotto per sempre, prima o poi i pezzi si ricompongono, per poi frantumarsi ancora, e via così, si ricomincia.
Ricorda di avere un marito, pensa a lui di continuo, ma non ai suoi figli; pensa ad un marito e ad una specie di programma. Pensa che quindici anni prima suo marito non era diverso dal gigante di oggi. Pensa che il marito ed il gigante hanno due facce e due corpi orrendamente simili. Neppure il progetto è diverso. Pensa di aver dimenticato troppo in fretta. Pensa che il tempo sia il nemico. E i libri pure. E se ciò non fosse vero, se cioè il tempo, come il cinema, fosse solo un inganno, allora sarebbe un guaio: allora la colpa sarebbe solo sua.
Nello zaino il ragazzetto ha portato dei libri anche stavolta. Lei legge ed ingrassa come ad ingurgitare cucchiaiate di panna montata. Lui le dice che sono quelli sono i libri che le serviranno per sopravvivere ora che lui non ci sarà per un po’. Devo decidere dove andare. Si è giovani quando si può decidere. Si interroga anche su questo la donna avvocato: si può decidere? Forse un tempo, ma adesso non più. Adesso è diverso, gigante! Non c’è posto in cui migrare. Con una laurea in giurisprudenza, se non si vuol fare l’avvocato, cosa si può fare? Cosa c’è da decidere? Non ritrova intorno a lei nessun gesto che rassomigli ad una scelta.

Alla donna non importa più nulla dello studio legale. Lo ha capito da un giorno e mezzo, precisamente dalla mattina in cui aspettava in udienza che fosse sentito un teste. L’intera giornata per un teste senza ricordi, da interrogare sui fatti di sei anni prima. Non ha sentito alcun emozione di rilievo a riguardo, salvo lo spasmo fastidioso causato dalla montblanc, avuta in dono il giorno della laurea, rimasta all’improvviso senza il suo specifico inchiostro nero. Ha capito, ma non l’ha detto a nessuno, neppure al gigante. Il gigante che ne sa? Il gigante ha un solo difetto. È giovane. Eppure è un fatto: una donna ha sempre un pensiero gentile per la gioventù. Specie la propria. Anche senza volerlo, finisce per parlarne, per girarci intorno. Tra donne si fa. La giovinezza è nei discorsi di tutte le donne. Si tratta di una parola a volte lunga e stretta come un corridoio: non ci entrano dentro tutti i ritardi, gli inciampi. Se sei giovane davvero, però, se cioè non è un momento, ma una qualità, è un guaio; non si guarisce. Finisce che, per sempre, quello che t’incanta e t’attrae è soltanto la brevità, l’intuizione, l’errore. La donna in meditazione, quando si ferma per un attimo, pensa di non aver vissuto fino ad oggi, di non averlo guardato per intero il suo corridoio; di non essersi concentrata abbastanza sul singolo momento d’oro, ché ci deve pur essere stato, ché c’è per tutti, quindi anche per lei, e che questa distrazione, non resterà un fatto senza conseguenze; sembra, infatti, che il tempo l’abbia indotta in contraddizione, e questo non va bene per niente: la rivuole indietro la sua giusta parentesi tra ieri e domani. E vuole non aver più voglia di sentirsi come il mondo la vuole: vecchia ed organicamente in attesa.
Il gigante ha le sue cose da giovane da fare. Fatti suoi. Quel che conta è che se ne è andato ed ha lasciato lo studio vuoto. C’è ancora suo padre lì, che lavora tranquillo come al solito: per i padri i propri figli non sono mai l’AngeloAzzurro. E’ vuoto lo studio, eppure c’è ancora l’avvocato che bofonchia sotto il riflettore giallo della sua lampada da tavolo; c’è la sua collaboratrice più fidata che fa le ore piccole ed ha un computer tutto per lei, perché scrive più in fretta di chiunque altro e non solo; ci sono altri due personaggi simili, ma di minor rilievo, che leggono riviste, e, infine, ci sono i praticanti con i loro manuali già sottolineati con l’evidenziatore fucsia. Cosa può farsene adesso dei suoi completini grigi appesi nell’armadio; neppure la Caritas la vuole quella roba così pretenziosa.
Deve dirlo a suo marito che ha avuto un’intuizione! E’ giunta l’ora. Gli scriverà una lettera e aspetterà che sia sera in casa per liberarsene, aspetterà la sintesi delle ore ventidue. Comincerà a scrivere una lettera in cui raccontare che donna è lei. Senza limiti al disgusto. Scrive una lettera in cui il confine si sposta in avanti ad ogni parola. Scrive una lettera pericolosa che racconta di una strada sbagliata imboccata per caso, una lettera monca che non accenna al corpo di un altro, ché corpo non c’è, ma che nonostante tutto dal corpo di un uomo è agitata. Una lettera da avvocato. Così scrive una lettera odiosa che non spedisce, ché farsi amare comunque le è necessario. Che ci vuoi fare: il corpo ed il suo bisogno vince! Lei sa quale è la verità: sa di desiderare solo il suo corpo, non quello di altri. Solo il suo. Le fa schifo il corpo di tutti, tranne il suo. Per questo non si veste più: si mette un pigiama felpato. I suoi figli mangiano chili di uova della Kinder. La grande, in particolare, ha una foresta di bulbi rossi in testa, crespi, spessi come corda, enormi riempiono la vista quando la mattina c’è da rimetterli in ordine, sono come quelli del padre, identici, da pettinare a lungo e con determinazione, senza potersi distrarre. Da comporre in trecce, perché si arrendano. Una gran guerra in cui nulla può essere affidato al caso. E’ come mettere le dita tra i geni del proprio destino, rovistare in vecchi cassetti, trovarci formiche che hanno fatto i nidi. La donna usa molto il telefono, restando in pigiama, e nasconde le mani, una dentro l’altra, quando qualcuno che la ama o vorrebbe amarla le chiede i suoi prossimi progetti. Ha delle amiche che dicono: anch’io, anch’io. Sembra una maratona. Le amiche le dipingono quadri orrendi di gente senza sesso. Di case bianche e normali, di carcasse che sbiancano al sole. C’è la più bella di tutte, quella matta, che vuole lasciar la famiglia; quando lo racconta alla donna sua amica, che dopo mesi va a trovarla, lo fa restando, frettolosa e vaga, sulla porta, senza muoversi in nessuna direzione, né fuori, né dentro. Il marito di quella le vede bisbigliare, sa che stanno parlando di lui, sa che ha un nemico, anzi più nemiche, in casa e non può farci nulla. Tutto si riduce ad un pensiero di resa impronunciabile, ad un suono gutturale, seguito da un movimento breve della testa. Prima non era così. Lei dice mi dispiace e il giorno dopo si rimette il pigiama.
La memoria della donna intanto fa salti strani per colpa di subdole interferenze. Guarda un po’: basta non esserci più, anche per poco, nei luoghi di sempre, che già questi cambiano come non avevano mai fatto prima. In studio neppure il segretario è stupito della sua assenza. I suoi pochi clienti hanno trovato altri referenti. Meno male. Forse sono pure più soddisfatti. Di certo lo è la tipa con la figlia di dieci anni, che inventava bugie come castelli di carte; forse anche quella strana situazione troverà rimedio con l’aiuto di qualcun altro. Questa tipa aveva bisogno di un avvocato bravo per ottenere dal marito, da cui era separata da anni, un assegno più consistente che le consentisse di rivolgersi ad uno psichiatra per la figlia bugiarda. Peccato: quelle bugie erano meravigliose. Dannose e splendide. Una volta la ragazzina aveva detto di essere stata spinta dai compagni di scuola giù per le scale, di essersi fatta male e di essere stata portata in braccio fino in ospedale da un maestro aitante e che lì l’avevano curata. Tutto falso, tanti dettagli d’amore e cura assolutamente falsi. Non si poteva negare che le sue fossero delle richieste d’aiuto; l’avrebbe capito un imbecille, ma ciò non escludeva che fossero delle invenzioni autorevoli. E che non sarebbero durate in eterno. Non esistono maestri aiutanti che ti prendano in braccio lungo una scalinata, crede la donna. Non ne è certa, ma teme che non esistano. In generale, non ci sono maestri capaci di prendersi cura come fanno certe bugie. Né a scuola, né altrove. A questo punto, qualcun’altro avrebbe agito al suo posto nell’interesse di quella bambina, non lei.
Non potendo far altro, lei adesso odia le donne. Cambia l’oggetto del suo odio come cambierebbe le scarpe ai piedi. Passa da una donna all’altra. Da quando il gigante laureato si è allontanato, odia per davvero tutte le donne che immagina abitino il mondo: non è più necessario fingere. Odia le donne, una o l’altra, ed il tempo che le costringe a muoversi in fretta. E soprattutto quelle che dicono io non ho bisogno di nessuno. Bugiarde! Bugiarde tutte! Odia i progetti delle donne, pensati ogni volta come unici. Questo è il tempo perfetto per odiare. Viene così bene, viene così naturale adesso.

Attenzione. Le parole potrebbero diventare veloci come il pensiero. Arriverà un giorno in cui lo saranno, la donna ne è certa. Accadrà e saranno guai per tutti. Non si saprà neppure da dove vengono. La velocità sarà tale da trasformarle, da tradire il senso originario, moltiplicandolo come avviene per le cellule cancerogene. Saranno capaci di stordire chiunque. Un rischio terribile. I pensieri diverranno instabili. Nessuno le vedrà arrivare: saranno già qua. Non varranno più nulla forse, non avranno proprietari, ma renderanno il mondo irriconoscibile nel giro di un solo secondo. Tutti ne diverranno insaziabili, anche se non sarà più necessario pronunciarne a quintali per vivere; sarà il loro viaggiare rapido, l’andata e il ritorno, il ricordo vago e confuso causato dalla repentinità a renderle sufficienti.
Nell’attesa la donna fa piccole scelte di nessuna importanza, legge molto, cerca parole in ogni possibile contenitore e poi le trattiene come riesce. Ha venduto la macchina per di più. Per potersi concentrare su obiettivi più importanti.
Poi succede qualcosa. Ad un certo punto, senza avvertire, il gigante ha scritto una cartolina. La cartolina, con un po’ di parole sulle spalle, ci ha messo qualche giorno per arrivare. Ma è arrivata alla fine. C’era scritto: ma tu quanti anni credi di avere? Dai, bella, se mi dai tempo, torno. Lo dico io a tutti. Tu non devi fare niente. Non devi neppure raccontare bugie.
Per colpa di quella cartolina la donna ha desiderato comprare una nuova macchina. Non rivuole quella che ha venduto da poco, ma una nuova. Lamiere e motore e ruote e sedili ed un vano portaoggetti e quell’odore di pelle trapuntata che va via dopo mesi. Per via di quella cartolina, esce prestissimo alla mattina e butta l’occhio nei bar che aprono, che svuotano l’ingombro della notte scendendo le sedie dai tavoli. Ha ripreso a frequentare lo studio. Adesso ci sono due nuovi praticanti. Sono così giovani. Si è presentata a loro con il suo nome per esteso, senza usare diminutivi. Che strano: credeva di essere in posizione di rincalzo, così in ritardo da non vedere gli altri in gara; invece ha scoperto di essere lei in testa e solitaria.
La donna scrive a mano le copertine dei fascicoli da poco assegnati a lei. Sono cinque i suoi nuovi clienti.
Per i ritrovati impegni la donna è lievemente distratta: non sente che il segretario anziano parla ogni giorno al telefono con suo figlio, non sente che gli dice che gli darà tutti i soldi che servono per un appartamento a Milano; non sente che parlano di vender cara la pelle, di leggi del marketing, di corsi di lingua tedesca e diritto commerciale; non sente che il padre ha la voce rotta quando gli chiede se almeno si vedranno a Natale. Non sa che non si vedranno. Ci sono città che succhiano giovani laureati come caramelle e non lasciano nulla per i parenti stretti.
La donna adesso torna a casa la sera che sono quasi le ore ventidue e le sembra tardissimo. Ha messo una baby sitter. Cammina a piedi - un’auto nuova costa un pozzo, quindi o l’auto o la baby sitter - e di sera per strada, ritornando a casa, incontra donne di cui non sa nulla. Non sa nulla neppure della baby sitter. S’incrociano a stento. Al tardi in tv danno un programma sui libri: non c’è una grande scenografia, una poltrona, un pianoforte, una scrivania a volte, poche luci; c’è un uomo che legge a voce alta ed ha le maniche della camicia bianca rimboccate come fosse un lavoro faticoso il suo. Lei conosce quella fatica: fingere di credere che i libri siano corpi. Per vivere. Chissà quanto ci guadagna quell’uomo a leggere la sera in tv. A distanza, si sente parte del progetto, un unico articolato progetto. Lei sa. Non ne perde una puntata. Lei sa.
A conti fatti, riceve in tutto un paio di cartoline, poi stop. Parlano la sua lingua e non sembra una lingua ridicola. Ci sono cartoline ridicole, ma non quelle che riceve lei. Le sue cartoline si prendono cura. Riceve cartoline che non le sembrano ridicole e a novembre farà un viaggio con suo marito ed i figli. Ha voglia di prendere un treno e guardare fuori il paesaggio che cambia senza scosse, che scivola come sotto ipnosi. Ci sono viaggi che restituiscono lentezza. Di solito c’è un treno di mezzo. I treni hanno lo stesso pensiero latente dei notturni di chopin, quelli che sentiva spesso prima di sposarsi. Vuole mettere in connessione chopin con il treno, i luoghi con i suoni, le facce con le parole, il tempo con la fortuna. Vuole essere lenta. E avere dei segreti, come sempre è stato.
Non è ancora questo il tempo per smettere.

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