buone feste

Per una decina di giorni questo blog chiude i battenti. Riaprirà il 2 gennaio, ma questa mattina ho inserito un po’ di cose interessanti per gli affezionati lettori. Torno nella casetta in campagna di Grottaglie dei miei genitori e porto con me un po’ di libri, “Vietato obbedire” di Concetto Vecchio, che ricostruisce la storia della Facoltà di Sociologia di Trento, “Sacra Corona Unita” di Mariano Longo, entrambi interessanti sottotracce di una “cosa lunga” su cui sto lavorando, poi “Poesie politiche” di Pietro Berra, un testo sul quale tornerò, “Poesie” di Bertolt Brecht, “Entropia e altri racconti” del maestro Thomas Pynchon, e poi un dattiloscritto di una scrittrice della quale sentiremo parlare nel 2006 dal titolo provvisorio di “Il correttore”. A Grottaglie mi aspettano, inoltre, “L’onda del porto” di Emanuele Trevi e “L’oratorio della peste” di Raffaele Gorgoni.
Sereno Natale.
il romanzo italiano dell'anno secondo me
estratto da LA RAGAZZA CHE NON ERA LEI
“You ever have that feeling where you don’t know if you’re awake or still dreaming?”Al risveglio da un sonno inquieto in una stanza d’albergo di una città dello Stato dimenticata da Dio dove fabbricavano merda, Laika Orbit si domandò se l’uomo che dormiva al suo fianco non si fosse trasformato per caso in un mostruoso alieno. A onor del vero, nulla l’autorizzava a pensare a mutamenti di alcun genere. Il mondo intorno a lei era ancora quello che ci si poteva aspettare da un nuovo giorno di questa nostra epoca senza senso. Era il mondo delle cose avvilenti, che sono poi le cose normali di sempre, quelle che cambiano solo per volgere al peggio o diventare più assurde. Era il mondo in cui Laika non si era mai sentita a casa. Per sua fortuna il mugolio elettrico del climatizzatore copriva quasi del tutto il rumore immondo che giungeva da fuori. Era ormai l’alba, infatti, l’ora di dar da mangiare alle macchine. Negli stomaci vuoti degli escrementifici ai margini della città le sostanze chimiche avevano cominciato ad agitarsi emettendo un gorgoglio disumano. Forse gli abitanti di Cloaca Maxima c’erano abituati, ma lei no. Era una forestiera e in quanto tale aveva il sacrosanto diritto di trovare schifoso il fatto di essere svegliata da un ammasso di macchine che hanno fame. Distesa sul letto, Laika fissava uno strano segno sul soffitto che le era balzato agli occhi la sera prima. Avrebbe potuto essere qualunque cosa: una comunissima crepa, un filamento di ragnatela abbandonata dal suo ragno molti anni addietro, una traccia di sporco, un segno del destino. Non le fregava niente di cosa fosse in realtà quello stupido segno e quindi lo fissava con lo sguardo fisso di chi guarda senza vedere. Ciò che in effetti fissava era il dubbio che l’aveva colta al risveglio. Ma non solo. Fissava anche l’inquietudine che le aveva agitato il sonno.
La vita può rivelarsi particolarmente difficile quando passi le tue giornate ad ascoltare le storie da matto di un genio dei numeri che si è bevuto il cervello, uno che calcola tutto. Se poi tu, che con lo squinternato in questione ci dormi tutti i giorni e tutti i giorni ci mangi, ci parli, ci giri in macchina per le strade polverose di questo Stato immenso e desolato e ci fai tutte quelle altre cose, più stupide e meno stupide, che in genere si fanno con qualcuno quando ci si sta insieme, se poi tu – poi – quelle storie da matto le prendi anche sul serio, se ti metti in testa che sono l’unica possibilità che hai per tentare di fare ritorno a casa, alla realtà cui senti di appartenere ma della quale sembra non ci sia traccia nel mondo intorno a te, be’ non è che puoi proprio dire che non hai niente di cui lamentarti. Ora Laika ha distolto lo sguardo dallo stupido segno sul soffitto pur sapendo che presto o tardi ci ributterà l’occhio un’altra volta. Guardate. Gli occhi di Laika stanno per cadere sul corpo dell’uomo che dorme al suo fianco, ma non appena lo farà si volterà all’istante dall’altra parte perché si sentirà assalire da una specie di conato di vomito che le toglierà il respiro. Ecco, avete visto?
Ora Laika cerca di calmarsi, di ragionare. Non ha colpa di nulla, pensa. Ed è proprio così, non può accusarlo di nulla. Intendiamoci, a lei piacerebbe tanto essere nella condizione di poterlo accusare di averla messa in quel casino. Ma non può. Se davvero è stato lui la causa di tutto – cosa che lui non ha mai davvero negato – Laika non è più in grado di dirlo. Ciò che lui le ha fatto e come lo ha fatto, se l’è dimenticato.
Tuttavia non lo incolpa. Ha cominciato a odiarlo per questo e per altro ancora, ma non lo incolpa. È vero che in più di un’occasione gli ha urlato in faccia con le lacrime agli occhi: “Tu mi hai tolto la vita, la sola che avessi mai avuto”. Ma ciò non significa che lei lo incolpi veramente. Lei spera che ci sia una ragione per accusarlo. Spera, tutto qua. E lo spera perché se c’è un motivo, se davvero è stato lui a scaraventarla nel mondo irreale di questa nostra epoca senza senso, allora lui conosce pure la strada per riportarla a casa.
“Non c’è nessuna strada del genere,” le dice però sempre lui. Al che lei ricomincia a piangere e urlare. Spesso lo picchia anche. Lo picchia alla maniera delle donne che si vedevano un tempo nei film ad alto tasso emotivo, agitando i pugni a casaccio come certi pupazzi meccanici suonatori di tamburo.
Gli ha anche tirato dietro uno svariato numero di oggetti, mancandolo tutte le volte.
La verità è che non intende fargli del male. La verità è che lo picchia a quel modo e gli tira dietro gli oggetti sbagliando la mira solo per fargli capire quanto si senta impotente per via del mondo che è intorno a lei. E non si sente solo impotente ma anche inerme e un sacco di altre cose. Indifesa, inerme, infelice e poi che altro? Ah sì, infreddolita. Non di rado si sente come infreddolita. Infreddolita dentro, cioè.
Comunque dopo che ha finito di urlare, piangere e picchiare e tirare oggetti, Laika è solita accasciarsi sul pavimento o sul letto raggomitolandosi in se stessa e tremando tutta, singhiozzando e ripetendo con voce da bambina impaurita: “La sola vita che abbia mai avuto. La sola vita che abbia mai avuto”. A un certo punto si interrompe, ci pensa su e riprende: “La sola vita che abbia mai avuto”. Può andare avanti per delle ore quando le prende così.Bluuuuu-ue Moon
[blue moon blue moon]
You saw me standing alone
[blue moon blue moon]La carta alle pareti della stanza d’albergo della città dello Stato dove fabbricavano merda aveva il tono di giallo pallido più deprimente di tutto l’universo, un colore che si trova in molte stanze d’albergo. Di fronte al letto c’era un mobile in formica stile Depressione dell’Infelicissimo Secolo. Sopra il mobile, il televisore spento. Sopra il letto, appesa alla parete, una stampa d’epoca degli escrementifici di Cloaca. Ai lati del letto, due comodini disperati. Sopra i comodini, lampade più disperate dei comodini, con paralume sbilenco. Poi c’era la porta del bagno. E la porta che dava sul corridoio. Poi una sedia che si sentiva sola. Un armadio a muro pieno di angoscia. E naturalmente il segno sul soffitto. Lo stupido segno che poteva essere una crepa nel soffitto o una ragnatela. Lo sapeva, cristo. Le era tornato in mente il dubbio che l’aveva colta al risveglio. Quella sensazione di panico. Aveva ancora la testa girata da un lato. E gli occhi chiusi. Aveva fatto la panoramica della stanza a memoria. Era una cosa che faceva spesso. Pensare a occhi chiusi le faceva paura. La faceva sentire più sola, più in balia dell’universo. Così, ogni qualvolta le veniva voglia di starsene con gli occhi chiusi, faceva a memoria l’inventario di ciò che la circondava ma che non vedeva. Sperava in quel modo di non essere assalita da pensieri che le avrebbero dilaniato il cuore a forza di morsi. Voleva un po’ di serenità. Non tantissima serenità, ovvio. Soltanto un po’. Diciamo che se pensava di ammazzarsi o prendere a pugni il letto o lanciare la lampada col paralume sbilenco contro il televisore spento, magari rimandava la cosa a un altro momento. Girò il capo e aprì gli occhi. Le si parò davanti la vista del proprio corpo, disteso supino sul letto. Era nuda, a parte la maglietta psichedelica coi frattali fluorescenti. Ammirò le proprie gambe. Le teneva dritte e leggermente divaricate. Quanto a quello non poteva davvero lamentarsi, aveva delle belle gambe. Il pensiero le mise allegria e fece tic tac coi piedi. Destra, sinistra. Destra, sinistra. Era questo che intendeva con fare tic tac coi piedi: farli oscillare come i tergicristalli di una macchina. Si domandò se fosse un suo modo di trastullarsi di quando era bambina, fare tic tac coi piedi. Probabilmente sì. Sentiva che era così. Cielo, quanto bene voleva alla bambina che era stata e della quale non serbava più memoria. Si carezzò l’interno delle cosce pensando a lei, fantasticando su come si chiamava, dove viveva, quale scuola frequentava. Si chiedeva se per caso teneva un diario o se c’era un ragazzino di cui si era segretamente innamorata.In pratica fantasticava sul nulla. Avrebbe potuto immaginare qualunque cosa le fosse venuta in mente, perché non sapeva più niente di quella bambina che era stata, così come non sapeva più niente di se stessa dal giorno che aveva incontrato lui, l’alieno che dormiva al suo fianco, l’uomo che parlava senza vocali e calcolava tutto, colui che le aveva cancellato la vita. Continuò ad accarezzarsi le gambe, ma in modo diverso. Per cercare conforto, coccolarsi. Quel poco di allegria era svanito del tutto. Si toccò la pancia. Si sentiva strana da un paio di giorni. Cercò di ricordare quanto tempo era passato dall’ultima volta che le erano venute, ma aveva perso il conto. Che modo di vivere è questo?, pensò. Sempre in giro. Una notte in un albergo, quella dopo in un altro. Mai più di due giorni nella stessa città. Si perde il senso del tempo, così. Avessi almeno un’idea della geografia di questo Stato. Non so, sapessi quanto è grande forse riuscirei a farmi uno schema mentale dei nostri spostamenti, e magari anche a tenere il conto dei giorni.
Si girò verso il comodino, aprì il cassetto e tirò fuori la Bibbia. In qualunque albergo o motel dello Stato ti capitasse di dormire sapevi che nel comodino accanto al letto avresti trovato una Bibbia con la copertina in similpelle e il tono più scuro di marrone che si potesse immaginare. Era una presenza che le dava una specie di sicurezza. Almeno una cosa, una soltanto, in quel mondo di merda aveva accettato di stare al posto suo in tutti i posti. La Bibbia nel cassetto. Certo, se ci pensava doveva riconoscere che anche altre cose accettavano di stare sempre al loro posto in tutti i posti. Il televisore, per esempio, aveva accettato di stare sempre spento davanti al letto. Ma con la Bibbia era diverso. A chi fregherà mai qualcosa delle Bibbie nei cassetti dei motel? Nessuno si lamenta con il portiere perché nel cassetto della sua stanza non c’è la Bibbia oppure perché è sporca o ha le pagine strappate o ci hanno scarabocchiato sopra disegni osceni. Le avessero bruciate tutte, se ne sarebbe accorto qualcuno? Nemmeno a lei fregava niente. La maggior parte delle volte apriva il cassetto solo per vedere se c’era. Era un gesto simile a quello di molti bambini che prima di andare a dormire guardano sotto il letto per vedere se c’è un mostro. Perfino la radio del karma diceva sempre che è bene evitare di fare i conti senza il drago, soprattutto se ci dormi accanto. Così faceva lei: apriva, guardava e richiudeva. Apriva il cassetto, guardava se c’era la Bibbia e lo richiudeva. Certe volte, però, capitava che allungasse una mano e l’afferrasse. Più che altro era per le Bibbie. Se ne stavano da brave nei loro cassetti di tutti i motel dello Stato. Mai che qualcuno si sognasse di prenderle in mano. Non dico leggerle, solo prenderle in mano. Un piccolo gesto di gratitudine per il fatto di stare sempre al loro posto. Se lo meritavano, no? Chi è che accetta di stare sempre al suo posto in questa nostra epoca senza senso, a parte le Bibbie e i televisori spenti? Gli interruttori della luce, forse. Il bagno nei ristoranti. E poi? Alcune rare volte, quando era di umore particolarmente indifeso e infreddolito come oggi, Laika si spingeva fino al punto di leggere una pagina a caso. Strofinò il volume sulla coperta per togliere lo strato di polvere che lo ricopriva. Ecco un’altra cosa che stava sempre al suo posto: la polvere. Stronzissima polvere di questo Stato di merda. Non la sopportava. Inoltre non era esatto dire che fosse sempre al posto suo. Perché come si fa a dire che una cosa sta al posto suo quando sta dappertutto? Posto suo, un cazzo. Dappertutto non è un posto. Dappertutto è dappertutto.
Lui ripeteva sempre che un posto non è nulla, neppure semplice spazio, a meno che nel suo cuore non ci sia un numero.
“Allora devono avere scambiato la polvere per un numero”, ribatteva sempre Laika con amarezza, ma nell’intimo pensava che lui avesse ragione, che la polvere fosse lì per un motivo preciso che non era però quello di mandarti in orbita se per caso la mangiavi.
Lui diceva che la polvere era lì al posto della polizia per spiare la gente e controllarla. In effetti lo dicevano tutti in quel mondo di pazzi. Non di rado anche a lei capitava di sentirsi gli occhi della polvere addosso. Gli occhi, sì. Perché quella polvere sembrava ti guardasse per quanta ce n’era.
Forse, col tempo, sarebbe giunta ad accettare tante cose, magari anche il fatto di non avere più un passato. Ma la sensazione della polvere che ti guarda, no. A quello non si sarebbe mai abituata.
Una volta aveva avuto un incubo terribile. Aveva sognato che migliaia di granelli le si erano infilati tra le gambe mentre dormiva. Migliaia di sudici occhi polverosi che le spiavano l’intimità.
Si era svegliata urlando e aveva cominciato a strofinarsi con un lembo del lenzuolo. “Ce li ho dentro”, ripeteva. “Mi sono entrati dentro migliaia di quei cosi”.
“Ql cs?” le aveva chiesto lui senza aprire gli occhi.
“Come quali cosi? Stanno dappertutto e mi chiedi pure quali cosi?” disse lei scuotendo la testa e continuando a strofinarsi con il lenzuolo.
“Plvr, nn cs”.
“Polvere, cosi. Che differenza fa? Ce li ho dentro, cazzo. Ce li ho dentro”.
“Dntr dv?”
“Dentro nella fica, stronzo. Ecco dove”. Andò e si fece una doccia.
Tornò a letto solo dopo essersi calmata. Lui non si era mosso di un millimetro. Sempre sprofondato nei suoi sonni pieni di numeri.
“È stato un sogno terribile”, gli disse. Voleva essere coccolata.
Lui bofonchiò qualcosa di incomprensibile.
“Erano dentro di me e mi guardavano tutta”, disse ancora con un filo di voce. “Ho avuto paura”.
“Ptv bnssm nn ssr n sgn”.
“Cosa?” gli domandò guardandolo male. “Non puoi provare a parlare come tutte le persone normali, una volta tanto?”
“Voglio dire, visto che la polvere è dappertutto perché dovrebbe essere stato soltanto un sogno? Se è dappertutto è molto probabile che ce l’hai anche lì dentro”.
“Probabile?”
“È una questione di logica elementare”.
“Ma vaffanculo”, aveva detto Laika, e nel dirlo si era girata di scatto dall’altra parte tirandosi dietro la coperta.
Il ricordo di quell’episodio la spinse a posare ancora lo sguardo su di lui. Perché non capisci le cose più semplici?, pensò carezzando la copertina della Bibbia.
Sfiorò con le dita il cordino segnalibro e ciò la spinse ad aprire il volume.
“E allora i figli di Israele partirono da Ramses verso Sukkot, e si accamparono in Etam, ai limiti del deserto. E partirono da Etam e traversarono il mare verso il deserto; e camminarono per tre giorni nel deserto e si accamparono a Mara. E partirono da Mara e arrivarono a Elim, e si accamparono presso il Mar Rosso”.
Rosso come la polvere, pensò Laika.
Riprese a leggere. “E partirono dal Mar Rosso e si accamparono a Dafca. E partirono da Dafca e si accamparono ad Alush. E partirono da Alush e si accamparono a Refidim, ma laggiù non c’era acqua da bere per il popolo”.
Non era quello che facevano anche loro, partire da un motel per accamparsi in un altro? Non attraversavano anche loro le strade deserte dello Stato affondando sempre più nel mare rosso della polvere che si stendeva su tutto? Era forse vita, quella?
Per lei no. Non più, almeno.
È vero che era stata lei ad accettare, ma se avesse saputo cosa intendeva lui con “fuggire” avrebbe detto no. Si sarebbe tenuta la sua vita, per quanto squallida e deprimente potesse essere.
Rilesse l’ultima frase. “Ma laggiù non c’era acqua da bere per il popolo”. Chiuse la Bibbia e la lanciò contro il muro con tutta la forza che aveva. Fece un bel botto. Per poco non centrò il televisore.
“Cos’è stato?” domandò lui aprendo gli occhi per un brevissimo istante.
“Niente. Torna a dormire”, disse lei e sospirò.
Lui sembrò davvero riaddormentarsi. Poi, con un mugugno da oltretomba, le chiese ancora: “Cs st-t?”
“Niente, ti ho detto. Era solo la Bibbia”. Senza voltarsi a guardarlo, gli passò una mano tra i capelli.
Lui fece uno di quei versi strani che si fanno nel dormiveglia.
“Torna a dormire, per favore”, lo implorò con voce strozzata. “Torna a dormire”.
Sembrò darle ascolto perché il suo respiro regolare e profondo avvolse la stanza. Il rumore del climatizzatore sembrava essere stato inghiottito dal respiro di lui. Per sentirlo ti dovevi concentrare.
Non è buffo come spariscono i rumori, a volte? Spariscono continuando a fare rumore.
Lei si voltò su un fianco dando le spalle all’uomo, si morse forte le labbra, schiacciò la testa contro il cuscino e pianse.
No che non è buffo. Non è buffo neanche un po’.Without a dream in my heart
[blue moon blue moon]
Without a love of my own
[blue moon blue moon]
da La ragazza che non era lei di Tommaso Pincio (Einaudi Stile Libero, Torino, 2005)
tratto da vertigine 6_politicamente scorretto
CHI E' QUEL SIGNORE VESTITO DI BIANCO VICINO A BOB DYLAN?

Ci sono stati almeno due clamorosi errori, in questa storia. Primo, mi sono riprodotto. Secondo, si è riprodotta anche mia figlia. Un paio di sbagli veramente grossi. Hai capito, piccolo coglione? Adesso porta un po' di rispetto al nonno, e smetti di giocare col telecomando del catetere. Va bene, è un catetere sofisticato, intelligentissimo, io gli sono affezionato, gli parlo, l'ho chiamato Bruce, ma se a va in tilt la cosa non è mica molto bella. Allora, vieni qua, stupido nano, che ti racconto un po' di storie. Prima di tutto, scusa se te lo dico, in quella scuola che ha scelto tua madre vi stanno facendo diventare ignoranti come zucche. Guarda in faccia il nonno. Guardami in faccia. Quanto credi che sia vecchio, io?
No, davvero, è una domanda seria. Visto che mi hai appena chiesto se ho conosciuto Gesù, i Beatles e Giovanni Paolo II, quanti anni credi che abbia, esattamente, io? Perché i Beatles li ho mancati di poco, d'accordo, ma Gesù, se è esistito, è morto millenovecentoquarant'anni prima che io nascessi. Fai te, guarda che belle cose che t'insegnano. Vieni proprio su bene, in quella scuola.
Giovanni Paolo II, dunque, com'è che lo chiami tu? Il Papa Santo? Ah, be', quello, sì, in un certo senso l'ho conosciuto. Era un mio contemporaneo. Una volta l'ho anche visto in carne e ossa.
Stai calmo. Cos'è tutta questa eccitazione? Mica camminava sull'acqua o viaggiava su un'arca di luce. Aveva una Papamobile. La chiamavano così.
Insomma, sì, una volta mi è passato vicino sulla Papamobile. Vuoi che ti racconti tutto? Smetti di giocare con quel telecomando, allora, stai buono tre secondi, e ti racconto tutto.
Dunque, era la fine degli anni novanta, e il Papa doveva venire a Bologna per non so quale cavolo di motivo. C'era un concerto in suo onore, in un posto che si chiamava il Centro Agroalimentare.
Io e i miei amici, di andare al concerto per il Papa, non ci pensavamo neanche. Una giornata intera tra frotte esaltate di Papaboys? Piuttosto saremmo emigrati. Piuttosto ci saremmo tappati in casa, con le tapparelle abbassate e le porte chiuse a doppia mandata.
Solo, al concerto era stato invitato anche Bob Dylan.
Forse l'avevano invitato perché Knockin' on heaven's door era la canzone ufficiale dell'evento, o del Giubileo, o della Conferenza Episcopale, o quel cavolo che era. Non importa. Nel sentire il nome di Bob Dylan, io e miei amici avevamo esitato.
Bob Dylan! Il nostro mito! Nella nostra città!
C'erano stati lunghi dibattiti tra noi. Perdersi Bob Dylan o sopportare i Papaboys? Bob Dylan avrebbe cantato solo tre canzoni, peraltro. Avremmo dovuto sopportare tutto quel caravanserraglio per sentire tre misere canzoni.
E poi si era discusso di questioni etiche. Bob Dylan che andava a rendere omaggio al Papa?, diceva qualcuno di noi, Ma non si vergogna?, e io che dicevo Ma guarda che Bob Dylan non è mica cattolico, è ebreo, per lui rendere omaggio al Papa è come rendere omaggio, chessò, al Dalai Lama, e un altro che diceva Macché ebreo, si è convertito ai Cristiani Rinati, ti ricordi quegli album da fondamentalisti a fine anni settanta tipo Saved?, e io, Sì, si era convertito ma poi è tornato alle origini, hai presente Neighbourhood Bully?, e un altro Allora è un genio, a farsi pagare un miliardo dalla chiesa cattolica per cantare tre canzoni.
Insomma...
Mi stai guardando in modo stranissimo, sai? Vuoi che parli del Papa più che dei nostri tormenti interiori? Stai calmo. Ci arrivo.
Insomma, dicevo, eravamo andati.
Di quella giornata ricordo varie cose, pochissime belle. Tipo che c'era un gran caldo e un sacco di gente. Che i Papaboys erano insopportabili, ma che peggio di loro erano gli esaltati religiosi di mezza età. Quelli con la faccia da caposcout. Tremendi. Orribili. Già dopo due ore odiavamo tutte le duecentomila persone intorno a noi.
Quand'era arrivata la Papamobile, i Papaboys si erano messi a strillare, a sventolare dei fazzoletti, e a intonare il nome del Papa con un coretto da stadio tipo Gio-van-ni-Pao-lo.
Io? No, io non cantavo e non sventolavo fazzoletti. Io, mentre passava la Batmobile, mangiavo un panino.
Queste facce che fai ogni tanto sono insopportabili, sai, piccolo scemo? Mangiavo un panino, sì. Capita. Avevo fame. Dovevo nutrirmi con le carni bianchicce dei Papaboys, secondo te? Dovevo digiunare in attesa dell'apparizione della Papamobile?
Insomma, il Papa era salito sul palco, si era messo di lato a seguire il concerto e in attesa di Bob Dylan avevamo dovuto sopportare tutta la trafila dei cantanti in adorazione del tuo mito, il Santo, quello. Poi, finalmente era arrivato Lui. Il mio, di mito. Bob Dylan. Che aveva attaccato Knockin' on heaven's door.
I Papaboys avevano provato a cantargli dietro, visto che la canzone era l'inno ufficiale eccetera eccetera, ma Dylan aveva cambiato gli accenti e i fraseggi e la cadenza, così che nessuno era minimamente riuscito a stargli dietro. Per fortuna. E un caposcout quarantenne pelato e con la barba alle mie spalle aveva detto Ma è ubriaco, sentite come sta cantando!
Iio, con i nervi provati dalla lunga attesa e dalle cattive compagnie, avevo seriamente meditato di tendergli un agguato nelle toilette del Centro Agroalimentare.
Poi...
Che dici?
Com'era vestito?
Mah, aveva il costume di scena stile western, il cappello Stetson...
Perché fai quella faccia?
Andava sempre in scena così, in quel periodo.
Ah, volevi sapere com'era vestito il Papa?
Mah, di bianco, immagino. Con quel copricapo in testa, quello, come si chiama, quello tondo. Io guardavo Dylan, mica lui. Che ne so, di com'era vestito il Papa?
Ti ho detto di non fare quella faccia, sant'iddio. Cerca di mettertelo in testa: nella mia vita, Bob Dylan è stato infinitamente più importante del Papa. Di qualunque Papa.
Oooh. L'ho detto.
Non sei mica svenuto, vero? Stai bene?
Poi chi lo spiega, a tua madre? Stai bene, vero?
Comunque, Dylan aveva cantato una versione lunghissima e lentissima di A Hard Rain's a-Gonna Fall. Tanto lunga e trascinata che il caposcout si era convinto definitivamente di avere a che fare con un ubriaco, che metà dei Papaboys avevano iniziato a guardarsi intorno sconcertati e l'altra metà si era tappata le orecchie con le mani, che il Papa si era assopito, e aveva deciso di non voler avere più niente a che fare con quella storia. Allora, prima di andarsene, aveva fatto un discorso interminabile sui talenti e sul soffio dello spirito, mi pare. Di quel discorso avevo ascoltato tre parole, impegnato com'ero a decifrare l'espressione di Dylan dopo l'interruzione.
Poi Dylan si era tolto il cappello ed era andato a salutare il Papa, rischiando pure d'inciampare in mondovisione. E alla fine era riuscito a cantare Forever Young, finalmente, prima di andarsene anche lui. A quel punto, naturalmente, ce n'eravamo andati pure noi.
Sì, tutto qua.
Che volevi che ti dicessi? Che fino a quel giorno ero zoppo, poi il Papa mi ha toccato e da allora cammino? Io ero andato là solo per vedere Bob Dylan, come dovresti aver intuito. Quindici anni prima che Dylan scomparisse in una misteriosa esplosione, naturalmente. Anche se io sono convinto che sia ancora vivo da qualche parte, e che si mantenga giovane artificialmente, così che...
Se mi ricordo di quand'è morto il Papa?
Sì che me lo ricordo, certamente.
Si sarebbe dovuto giocare Bologna-Inter, quel giorno.
Ti senti bene? Sei diventato cianotico.
Dicevo, era sabato, si sarebbe dovuto giocare l'anticipo Bologna-Inter. Eravamo tutti convinti che il Bologna avrebbe vinto agevolmente, io e i miei amici. L'Inter era piena di infortunati, i suoi giocatori sudamericani erano appena tornati dalle nazionali e avevano addosso il fuso orario, insomma, eravamo tutti convinti di vincere, quel giorno. Solo, visto che le condizioni del Papa si stavano aggravando di ora in ora, la partita era stata rinviata.
Preventivamente.
Col Papa ancora vivo.
Avevamo giocato una settimana dopo. Con gli infortunati dell'Inter di nuovo in campo, e i sudamericani senza più problemi di fuso orario. E avevamo perso.
Come cosa c'entra? Quell'anno il Bologna è andato in serie B. Con un punto in più, anche un solo punto, non sarebbe andato in serie B. Sarebbe bastato giocare contro l'Inter quel sabato pomeriggio...
Ma che hai da guardarmi così? Che vuoi? Non capisci? La mia scala di valori è un po' diversa da quella di tua madre, sai? Qualunque terzino dai piedi a banana, qualunque mediano con i ceppi alle caviglie, qualunque riserva che abbia vestito la maglia del Bologna per dieci minuti, nella mia vita ha comunque avuto più importanza del Papa. Anche il cast di Friends, per me, ha avuto più importanza del Papa.
Ooh.
Mi sono sfogato.
Aspetta, dove vai?, aspetta, facciamo un patto.
Mettiamo che non dici niente a tua madre di questa conversazione, va bene? Mi sono un po' lasciato trasportare, quella non la prende mica tanto bene, è capace di riprogrammare la scheda madre del mio bypass, è una serpe, tua madre...
Facciamo che non le dici niente, promesso?, non le dici niente, e io ti racconto di quando ho incrociato un certo senatore in una piazza di Roma. Sì, quello gobbo che poi hanno fatto santo.
Va bene?
Ciao.
Non dire niente, eh?
Visto che mi tocca fare, Bruce, con una figlia del genere? Fortuna che ho sempre te con cui parlare.
Vero che avremmo vinto, quel giorno, con l'Inter?
Vero che Bob Dylan è ancora vivo?
tratto da vertigine 6_politicamente scorretto
LORO
Version 0.9.2

prima
lo seguono nel chiarore del retrobottega
sicuri del fatto loro gli fanno persino discorsi pratici
su quanto potrebbe restare in piedi del suo futuro
cosa che pare a lui non frega
vuoi per l’eventualità di certi strascichi
sia per l’onesto lavorare al pozzo dei pensieri
oltre l’estremo limite di ogni costanza
per questo sembra li guardi con indifferenza
quasi non li senta parlare del come o dei perché
solo contempla in funzione di se stesso
la consistenza del cosa era davanti al cosa è
mentre nuovamente la parola perde di significato e nesso
intermedia
ammirano lo strato secondario della luce
quella piega meridiana che strappa forme dal paesaggio
riducendole a fondale necessario
qui andrebbe fatto lo sforzo si dicono
qui non poco oltre
fermando il tempo nell’istante imposto alla natura
e l’uno capisce la parolina la formuletta magica
composta dalla metà a se stesso identica
allora con gli occhi immagina il boato avvenire
prendere forma prima dell’orizzonte
senz’altro bisogno di sapere
terza
soppesano i campi
il modo in cui si sformano e reagiscono alla polvere che li preme
verso il sottile scroscio di benzina
con la freddezza di chi sopravanza il tempo
le sue regole decise altrove
l’attimo dopo bruciano la terra
il seme su cui cammina questa loro stessa vita
raccolta attorno a parvenze di idee ma ripulita
così da essere coltivata palmo a palmo con parole cretine
fin dove è lecito immaginare ci sia spazio
fin dove credono continui il pensiero non comune
per fare quanto va fatto e distruggere la grazia
quarta
si sfalda sotto le scarpe l’osso dell’animale
grigio scuro il suo apparato digerente appare come
polvere irta di schegge sconosciute
che a fatica altri potrebbero interpretare
con quel futuro immediato da ora inadempiente
bruciato completamente il cranio
riposa poco distante dal resto del mondo
e ride coi suoi canini messi davanti
retorico pensano prima di addentrarsi
a controllare sul terreno la bontà
del lavoro compiuto da bravi artigiani
alla sua metà l’uno indica
la via già vista nelle rughe delle mani
attratti dal solco
passano di qua
estratto
(Ecco l'inizio di un reportage narrativo scritto su San Giovanni Rotondo. Ringrazio Cristiano de Majo che mi ha dato l'idea. Il testo fa parte di un progetto collettivo sul quale vi terrò aggiornati)
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Rossano Astremo
Appunti dell’osceno nello spazio-feticcio di San Giovanni Rotondo
La strada è tortuosa, si snoda lungo frazioni d’asfalto ardue, in pendenza massima. L’autobus procede a velocità ridotta, una cinquantina di donne e uomini in coro, all’unisono, recitano il rosario, seguendo il vociare amplificato di una anziana obesa in prima fila. Destinazione San Giovanni Rotondo, in pellegrinaggio, tutti devoti di Padre Pio. Mia nonna fissa la sua stampella da poco acquistata. Starà sicuramente pensando al nonno, al suo malore, disteso sulla sua brandina fetida dell’ospedale di Taranto, agonizzante, che aspetta la morte, divorato da un tumore al fegato. Anni di abuso alcolico non vengono perdonati a nessuno. La nonna è in viaggio, racchiusa in preghiera. Chi possiede una fede smisurata è dotato di dosi supplementari di speranza, che tira fuori negli attimi della disperazione più assoluta. Io sono al suo fianco. L’accompagno. Mia madre ha promesso che al mio ritorno verrò adeguatamente ricompensato. Ho ventisei anni. Ho una laurea. Faccio piccoli lavori saltuari, collaboro con un quotidiano locale, correggo bozze per una casa editrice che pubblica libri di storia locale, scrivo tesi di laurea per scansafatiche che hanno bisogno di uno straccio di carta per continuare a gozzovigliare, immersi nel loro benessere ereditato. Accumulare denaro in ogni modo. Cercare di arrivare alla fine del mese. Questa è la mia ossessione quotidiana. Siamo quasi giunti a destinazione. Un’anziana signora, seduta affianco a noi, vomita liquidi gialli in una busta di plastica. La fitta successione delle curve agita gli stomaci meno resistenti. Il brusio delle preghiere recitate in loop si confonde con i singulti feroci della donna agonizzante, con il volto racchiuso in una busta trasparente che lascia intravedere la consistenza delle sostanze accumulate al suo interno. La nonna sembra non accorgersi di nulla. Dietro gli occhiali dalle lenti spesse, le sue palpebre, scagliate verso il basso, oscurano la visuale circostante. Siamo quasi arrivati. Padre Pio devi aiutare mia nonna! Riesci ad annusare la sua disperazione?
la settimana sbianca

Su www.volontarifermalunga.splinder.com , neonata associazione culturale di Grottaglie, il programma di "La settimana (s)bianca", che si svolgerà dal 25 al 30 dicembre. 6 giorni di controcultura: Mostra di pittura, Concerti, DJset, Cinema, Teatro e poesia.
Ci sono anch'io.
Giovedì 29 Dicembre 2005.
Castello Episcopio h. 18.30 – Reading
"Oltre lo zero" di Rossano Astremo. Performance poetico-sonora.
Rossano Astremo, giovane scrittore grottagliese è il curatore del periodico di scrittura e critica letteraria Vertigine (vertigine.clarence.com). Su una base di musica elettronica, l’autore eseguirà un reading poetico dei suoi lavori.







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